di Lucio Leante
Molti magistrati (circa l’80 per cento secondo il loro “sindacato” ANM) sono scesi in sciopero giovedì scorso contro la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, prevista dalla riforma della giustizia del governo e in via di approvazione in Parlamento. Secondo l’ANM- quella riforma metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. Ma le vere motivazioni dello sciopero, chiaramente di natura eminentemente politica, sembrano tutt’altre.
L’Italia sembra essere l’unico paese al mondo dove i magistrati possono decidere allegramente di scioperare come se fossero dei semplici dipendenti pubblici. E, per di più contestando, sia il potere esecutivo e politico, sia quello legislativo, contrapponendosi ad essi come se i magistrati rappresentassero, in quanto ordine giudiziario, un contro-potere politico.
I magistrati in sciopero stringevano tra le mani e sventolavano una copia della Costituzione, ma ciò non è bastato a dissolvere l’impressione, diffusa soporattutto tra i giuristi, che la loro protesta sia stato ben poco consona alla Costituzione sventolata. E non solo perché non in linea con l’articolo 111 della Carta (“Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”) e con il processo accusatorio (vigente da decenni in Italia solo in teoria), ma anche perché ha rappresentato una contrapposizione politica della magistratura organizzata non solo alla volontà del governo, ma anche alle prerogative del Parlamento.
I magistrati, in sostanza, con il loro sciopero, si sono contrapposti al potere esecutivo e parlamentare non in quanto cittadini singoli (facendo valere le loro opinioni nella sede propria di un partito politico), ma collettivamente, come fossero una forza politica di opposizione, che trae la sua rilevanza dalla funzione che la costituzione conferisce all’ordine giudiziario ed ai magistrati per un fine non politico: quello, prettamente a-politico, di amministrare la giustizia applicando la legge.
Da molto tempo la magistratura organizzata, soprattutto quella “democratica” (di sinistra) considera sminuente per i magistrati il ruolo di semplice “bocca della legge” e rivendica il loro diritto di esserne non solo normali interpreti, secondo i canoni tradizionali dello spirito della norma e della volontà del legislatore, ma di esserne “interpreti creativi”, anche nel senso di essere titolati a creare nuove norme persino in contrasto con quei canoni.
Talvolta ciò ha condotto la magistratura organizzata e alcuni singoli magistrati ad esercitare un improprio ruolo politico e legislatore, pur senza essere legittimati a ciò da un mandato popolare e democratico, e senza nemmeno rispondere ad alcuno dei propri atti. In particolare la magistraura organizzata ha esercitato a lungo un improprio potere di veto e di condizionamento sulle riforme dell’ordine giudiziario proposte da partiti politici e da governi negli ultimi decenni.
In occasione della attuale riforma della giustizia avrebbero ambito a continuare ad esercitare quel potere di veto, o almeno a svolgere un ruolo di co-legislatori. Ma il governo attuale, nonostante lo sciopero, si mostra fermamente deciso ad andare avanti per cui, questa volta, quel potere di veto e di condizionamento sembra destinato a restare inefficace.
I dirigenti dell’ANM hanno sottolineato insistentemente di non avere proclamato lo sciopero per ragioni corporative o salariali, ma per difendere il principio costituzionale dell’indipendenza e della autonomia della magistratura, come se questo principio fosse in discussione o a rischio.
La separazione delle carriere trasformerebbe – secondo l’ANM – il PM in un “superpoliziotto”, il quale non cercherebbe più attivamente le prove a discarico dell’indagato (un dovere che i PM, in realtà, quasi sempre dimenticano, a volte persino nascondendo quelle prove, per agonismo processuale). Questo “superpoliziotto” sarebbe poi destinato – sempre secondo le congetture improbabili dell’ANM- un giorno ad essere subordinato al potere esecutivo, mettendo a rischio l’indipendenza della magistratura.
Ma è una spiegazione che non regge. Non regge non solo perché il Pm, anche in base alla riforma del governo, resta un magistrato e quindi resta costituzionalmente indipendente, ma anche perché la riforma stessa tende implicitamente a rendere concretamente indipendente la maggioranza dei magistrat. Quest’ultima è costituita per lo più da magistrati non ideologizzati, né politicizzati, né iscritti alle correnti, o che, pur essendovisi iscritti spesso a malincore o per opportunità, vi sono poco attivi. Essi sono.
Pochi sono disposti a dirlo pubblicamente, ma oggi quei magistrati, particolarmente numerosi tra i magistrati giudicanti, non si sentono davvero liberi e indipendenti perché si sentono sottoposti all’occhiuto e discreto controllo di un potere interno alla stessa magistratura: quello di un gruppo minoritario di magistrati (in gran parte PM, ma anche giudici ideologizzati) iperattivi e rampanti e tendenti al protagonismo mediatico. Questi ultimi, capeggiando le correnti, negli ultimi decenni sono riusciti a dominare e controllare non solo l’ANM, ma anche ad influenzare molte decisioni nel CSM, dove occupano di solito cariche rilevanti. Essi possono perciò influire sulle carriere, sui trasferimenti e sui procedimenti disciplinari di tutti i magistrati. Sono queste le ragioni che hanno gonfiato negli ultimi decenni le correnti, spingendo molti giovani magistrati ad aderire, spesso a malincuore, ad una delle correnti ideologiche in competizione, al fine di riceverne protezione.
Si puó essere certi perciò che molti magistrati non siano affatto contrari alla separazione della carriere e che abbiano aderito allo sciopero, o taciuto le loro opinioni, anche perché intimoriti dai potenti capi corrente, dirigenti dell’ANM, o membri nel CSM.
Si è formato ai vertici dell’ANM – secondo quanto alcuni magistrati hanno rivelato dall’interno- una specie di “direttorio” che riuscirebbe a condizionare l’intera magistratura e che costituisce il fulcro di quello che, insieme alle sue connessioni mediatiche e politiche, l’ex grande capo dell’ANM, Luca Palamara ha chiamato “il Sistema”. Il quale finora, grazie anche a varii silenzi, omissioni e timori diffusi, ha condizionato l’intera magistratura e non è stato mai scompaginato.
Si può quindi ipotizzare che la vera ragione per cui la magistratura organizzata si oppone alla riforma è che quest’ultima, sottraendo al “direttorio” correntizio il potere di condizionare l’intera magistratura italiana, rischia di demolire l’intero “sistema”.
Infatti la riforma prevede il sorteggio dei membri togati del CSM. Ciò significa in pratica la scomparsa del potere delle correnti di condizionare le votazioni e l’impossibilità del “direttorio” di continuare ad essere la fonte primaria del controllo di quella minoranza organizzata sulla maggioranza dei loro colleghi.
Anche la divisione del CSM in due (un CSM per i PM ed uno per i giudici) e l’istituzione di un’Alta corte di disciplina, previste dalla riforma, avrebbero lo stesso effetto: lo scompaginamento di quel potere di una minoranza “giacobina” sulla maggioranza dei magistrati e quindi la scomparsa del direttorio e, con essa, quella del “sistema”.
Il vero obbiettivo politico implicito (e forse inconfessabile) della riforma sembra quindi quello di liberare l’intera magistratura dal potere delle correnti e di quel pugno di PM e giudici ideologizzati e rampanti che la dominano.
Dunque, la riforma attualmente in via di approvazione in Parlamento, non solo non viola il principio della indipendenza e autonomia dei magistrati, come sostiene l’ANM, ma, anzi tende a realizzarlo in concreto per tutti i magistrati italiani.




