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LA POLITICA CHE NON C’E’, GURDIAMO AL PASSATO PER RIPENSARE IL FUTURO – PARTE I

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Articolo di Antonio Foccillo

In questa continua negazione del passato, delle lotte di liberazione, delle lotte sociali e delle conquiste del riformismo socialista e dello scontro a sinistra e nel sindacato fra massimalismo e riformismo, ricordare qualche frammento di storia non fa male. Anzi sarebbe necessario riproporla non solo nella società, ma anche nelle scuole dalle medie ai licei e poi all’Università!

Non si non partire che dalle prime esperienze di associazione e di forme di cooperative, prodromi della lotta di classe, che nascono con i presupposti di libertà dalla schiavitù e di necessità di associarsi.

Fu Mazzini a sostenere: “Foste schiavi un tempo: poi servi: poi salariati: sarete fra non molto, purché lo vogliate, liberi produttori e fratelli nell’associazione. Associazione libera, volontaria, ordinata su certe basi da voi medesimi, tra uomini che si conoscono e s’amano e si stimano l’un l’altro, non forzata, non imposta dall’autorità governativa […]. Associazione amministrata con fratellanza repubblicana da vostri delegati e dalla quale potrete, volendo, ritirarvi, non soggiacete al dispotismo dello Stato e d’una gerarchia costituita arbitrariamente e ignara dei vostri bisogni e delle vostre attitudini[1]”.

In Italia, intorno al 1870 si formarono, precedute dalle Società di Mutuo Soccorso, le associazioni (Leghe di Resistenza) assimilabili a strutture sindacali embrionali. Nel 1888 nel comasco si fusero nella prima lega provinciale, mentre a Torino nell’ottobre del 1890 nacque la prima camera del lavoro.

Nasce il sindacato e cominciano le prime schermaglie della lotta di classe: nella mente dei lavoratori si forma l’idea che se si vuole vincere, per la disparità di potere fra le forze in campo, ciò può avvenire solo se ci si associa e si aumenta così la capacità di pressione e di difesa, attraverso una battaglia collettiva che rafforza la singola richiesta.

L’associazionismo sindacale tende per sua natura a riequilibrare gradatamente il rapporto di forza fra datore e lavoratore, mentre il fenomeno dello sfruttamento resta ancora forte.

Il sindacato deve trovare la sua dimensione di soggetto politico per il rafforzamento della democrazia e la modernizzazione economica del Paese visti, non tanto quanto valori in sé, quanto come la condizione preliminare perché i lavoratori possano proseguire il cammino verso la completa emancipazione”.

Sembra la via da percorrere oggi, e, invece, tale assunto era la dottrina ufficiale della socialdemocrazia e ribadita da Turati nel gennaio 1894 ai primi vagiti del socialismo italiano.

Nel 1901, Giolitti affermava: “È un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso dell’industria […]; i paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale. […]. Il governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico […]. Il moto ascendente delle classi popolari si accelera ogni giorno di più, ed è un moto invincibile perché comune a tutti i paesi civili, e perché poggiato sul principio dell’uguaglianza tra gli uomini. Nessuno si può illudere di poter impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica[2]”.

Egli presupponeva che lo Stato restasse neutrale nei conflitti di lavoro, nel frattempo però si sviluppava un dibattito sul ruolo dello Stato proprio in tal senso.  

Lo Stato ottocentesco abbandona, infatti, la sua neutralità sulle materie che riguardano gli aspetti sociali del lavoro e incomincia ad intervenire a tutela dei lavoratori e del corpo sociale in generale, cercando di arginare le spinte del capitalismo.

La prima esperienza concreta di legislazione sociale fu introdotta da Bismark, in Germania nel 1883, attraverso una serie di leggi a favore dei più bisognosi, e proprio a mezzo di una formula assicurativa.

In Italia l’intervento dello Stato fu, sì riconosciuto necessario, ma in via complementare, non già sostitutivo dell’iniziativa privata. A determinare tale differenziazione contribuì la preesistenza nel nostro Paese di una ricca esperienza di autoprotezione: quella delle Società di Mutuo Soccorso. Esse ebbero le loro prime realizzazioni in Francia, in Inghilterra e nella stessa Italia del nord alla fine del 700.

Erano associazioni volontarie di lavoratori che provvedevano ad erogare, con l’accantonamento di contributi da parte dei soci, prestazioni a quanti di essi si fossero trovati in condizioni di bisogno a causa di malattie, infortunio, invalidità e, in alcune ipotesi, vecchiaia e morte a favore dei familiari del defunto. La tecnica era assimilabile a quella delle Casse di Risparmio, istituite per consentire di sopperire alla carenza del reddito.

Per Filippo Turati, agli inizi del secolo, lo Stato doveva essere democratico e ammodernato: “Cercando di renderlo in qualche modo permeabile alla influenza diretta dei lavoratori, attraverso la formazione di corpi consultivi (come il Consiglio superiore del lavoro) dove erano chiamati a far parte anche i rappresentanti delle organizzazioni sindacali[3]”.

Quanta modernità nel suo pensiero!

Aveva un interesse verso talune categorie di lavoratori: “Nei cui confronti Turati assunse il ruolo di organizzatore, rappresentante in Parlamento, patrocinatore (Postelegrafonici, ferrovieri, etc.)[4]”, perché era convinto che “I dipendenti pubblici si “facevano popolo” dando vita a forme organizzative e associative analoghe a quelle degli operai[5]”. Divenne, poi, anche il segretario generale del sindacato dei postelegrafonici.

Di Turati mi piace ricordare una bella descrizione del suo profilo fatta da Giovanni Spadolini, che scrive anche della eterna lotta fra massimalismo e riformismo: “È stato detto, e non a caso, che la malattia eterna del Socialismo ha avuto sempre e solo un nome: il massimalismo. Contro questa malattia, che si presenta in forme ogni volta diverse, Filippo Turati spese tutta la sua vita, prodigò tutte le sue energie; e quella lotta toccò le sue punte più aspre proprio negli anni dell’immediato dopoguerra, allorché la demenza massimalista trasse forza dai fermenti e dalle inquietudini maturate durante la guerra, da quell’improvviso e insondabile sconvolgimento che il conflitto mondiale aveva provocato, scardinando tutte le vecchie gerarchie, sovvertendo tutte le tradizionali tavole dei valori[6]”.

 

La violenza rivoluzionaria era dichiarata incompatibile con l’essenza vera del socialismo. “Erano, infatti, i tempi della dura lotta al sindacalismo rivoluzionario, risoltasi positivamente per i riformisti dopo la Fondazione della Confederazione Generale del Lavoro[7]”. Ciò che contava era il moto lento ma sicuro, del proletariato verso l’emancipazione economica e politica, attraverso la conquista democratica del consenso e dello sviluppo.

Il dibattito nel Partito Socialista, nel 1906, portò a proporre, per la prima volta, anche la trasformazione del sindacato di mestiere in sindacato d’industria, in quanto, la ristrutturazione interessava molti settori produttivi.

Questioni nuove si affacciavano, non solo interne sul piano dell’organizzazione del lavoro, ma anche esterne sul piano della concentrazione dell’impresa. Il controllo del mercato del lavoro e del collocamento diveniva essenziale proprio per rafforzare il ruolo del sindacato dentro e fuori della fabbrica.

La formazione di una moderna legislazione del lavoro, la creazione di organismi giurisprudenziali, la definizione della medicina del lavoro, il perseguimento di una legislazione sociale e di tutela, la lotta contro la disoccupazione e per il controllo del mercato del lavoro, la politica di intervento sulle condizioni di vita delle masse popolari (carovita, alloggi popolari, ecc.) spingevano verso un sindacato nazionale.

Nei settori dell’istruzione, della salute, dell’igiene, della giustizia, dei trasporti e dei servizi essenziali, il riformismo socialista si faceva paladino non solo della difesa degli interessi di categoria in nome della valorizzazione della professionalità, ma anche della riforma dei servizi in relazioni alle nuove funzioni di uno Stato moderno e democratico.

Questi valori di allora prefiguravano già l’azione del Partito socialista e del sindacalismo riformista, ma restano ancora attuali.

Scrive Pietro Neglie: “Le conquiste più significative del movimento socialista di quel periodo, quelle che determinarono mutamenti reali sia delle condizioni di vita, sia nella percezione delle masse, sono certamente il diritto di organizzazione, il diritto di sciopero, il che vale a dire riconoscimento e legittimazione reciproca stato-masse[…]. Queste pulsioni sono presenti sia nella sfera più propriamente politica, ossia nel partito socialista, sia in quella sindacale che solo nel 1906 avrà nella Confederazione generale del lavoro un centro unitario. Sia nel partito sia nel sindacato si snoda l’azione di Turati in senso propriamente riformista[8]”.

Si scontravano due anime, quella massimalista da una parte e quella riformista dall’altra. Nella sinistra il conflitto fra massimalismo e riformismo produsse la scissione del partito socialista e, nel 1921, la fondazione da parte dell’area massimalista del Partito comunista[9].

“La scissione dei comunisti dal Partito socialista fu il prodotto di un riflusso, il quale avrebbe conosciuto soltanto fasi involutive. L’ipotesi di un rilancio della rivoluzione italiana come risultato della costituzione di un Partito comunista risultò un’illusione, che, mutatis mutandis. altro non fu se non il seguito e la ripetizione di quella dei massimalisti[10]”.

La lunga marcia del sindacato italiano, poi, è sempre stata contraddistinta da contrapposizioni laceranti sul ruolo che dovesse avere nella società.

Carlo Rosselli scrisse nella sua tesi di laurea del 1921: “Il sindacalismo è un fatto umano proprio di tutte le epoche, insito nella natura umana […]”.  Poi sul sindacalismo riformista: “È molto difficile dare un quadro preciso del sindacalismo riformista, giacché una vera e propria dottrina a riguardo non esiste; essa dottrina assume un suo particolare risalto solo in contrapposizione alla teoria sindacalista rivoluzionaria[11]”.

Uno dei maggiori esponenti dell’ala riformista del sindacato fu Bruno Buozzi.

Scrive Antonio Maglie: “Il sindacalismo italiano ha contratto un debito enorme con Bruno Buozzi. Lui è a tutti gli effetti, il “Padre” del sindacalismo moderno che non significa che le organizzazioni da lui plasmate allora oggi funzionerebbero tranquillamente. Significa solo che è stato l’uomo che per primo ha adeguato il sindacato in Italia che stava nascendo[12]”.

Per Giorgio Benvenuto[13]: “Buozzi consegna alla storia l’immagine del sindacato riformista proiettandolo oltre gli schematismi per i quali il riformismo è solo ‘metodo’ o rifugio del ‘quotidiano’ e, quindi rifiuto più o meno consapevole di visioni strategiche. Non ha mai confuso il realismo con la rinuncia. […]. Il riformismo è strumento particolarmente adatto per epoche di transizione dove gli interrogativi sommergono le vecchie certezze, dove i nuovi ideali non hanno ancora il passo dell’attualità[14] […]. Buozzi, avversario dei settarismi e degli ideologismi, indica una lezione di vita e di impegno politico che va meditata[15][…], il riformismo di Buozzi non era un riformismo che poteva essere considerato il parente povero di altre tradizioni. Forse è questa anche una delle ragioni per cui una coltre di silenzio è caduta su questa straordinaria figura politica. Rivalutare Buozzi per il peso reale, per la statura notevolissima, per l’influenza che ha avuto effettivamente nel movimento sindacale significa rivisitare criticamente tante pretese supremazie, una fra tutte quella del massimalismo[16]”.

Leo Valiani, a un convegno dalla Uil negli anni ottanta, ricordò Buozzi così: “L’uomo che conciliava la forte organizzazione, la forte struttura, la forte direzione centrale del sindacalismo senza di che esso è inerme nei grandi conflitti sociali, con la consultazione della base, con la democrazia sindacale, è l’uomo dell’unità ma non di quella indistinta, l’unità degli ideali e di democrazia, ideali che se fossero infranti non avrebbe ragion d’essere […]. Egli vedeva il socialismo in termini assai moderni, come razionalizzazione dell’economia […], ma giungere a questo traguardo non attraverso catastrofi, ma attraverso un lavoro graduale di conquiste successive che abilitano la stessa classe operaia sempre di più ad avere la sua parte direttiva in un’economia razionalizzata in questo senso socialista […], una rivoluzione, quella socialista, non più necessariamente violenta ma democratica, gradualistica che avesse il suo fulcro nella convocazione di un’assemblea costituente[17]”.

Purtroppo Buozzi fu assassinato dai nazisti, fucilato tra la notte del 3 e la mattina del 4 giugno 1944 insieme ad altri tredici prigionieri in località La Storta, sulla via Cassia, a pochi chilometri da Roma.

Nel 1950 si ampliarono di nuovo le divisioni all’interno del sindacato fra le due aree di pensiero e portarono all’uscita dall’unica organizzazione sindacale di allora di due delle sue componenti. È così che nacquero la Uil e la Cisl. Il contrasto nacque a seguito dello sciopero generale proclamato per l’attentato a Togliatti.

Le differenze di valutazione e di azione fra l’area riformista e l’area massimalista riguardavano il ruolo partecipativo del sindacato nelle scelte di politica economica, considerato un’utopia di pochi e mai accettato dalla parte più estremista del movimento.

Questo tema ancora una volta si scontrava con la distanza delle strategie delle tre organizzazioni sindacali: da una parte il conflittualismo massimalistico, finalizzato al legame ideologico con il partito, in cui il sindacato, è considerato una vera e propria cinghia di trasmissione del partito; dall’altra l’enfatizzazione della contrattazione come unica strategia sindacale, con l’obiettivo di ottenere risultati attraverso “lo scambio”; da una terza il sindacato partecipativo, unico in grado di legare le scelte di politica macroeconomica con quelle microecomiche attraverso relazioni industriali partecipative e concertate.

Queste tre anime hanno guidato nel tempo l’azione delle tre organizzazioni e inciso sul loro ruolo nella società e nella sua programmazione economica. Queste diversità hanno prodotto contrasti all’interno del sindacato ogni qual volta si sono accentuate le scelte di farlo partecipare sia a livello economico e sia livello aziendale. È evidente come nel tempo si sia riproposto più volte l’eterno scontro tra massimalismo e riformismo. (Continua…)

 

[1] G. Mazzini, 1860, Dei doveri dell’uomo, cit. pag. 127, a cura di E. Venturi, 2015, Edizione riveduta e fuori commercio, A.M.I. – Onlus – Cesena.

[2] G. Giolitti, 1953, Discorsi Parlamentari, cit. pagg. 628-633, vol. II, Tipografia della Camera dei deputati, Roma.

[3] M. Degl’Innocenti, 1995, Filippo Turati e la nobiltà della politica, cit. pag.137, ed. P. Lacaita.

[4] Ivi, cit. pag. 135.

[5] Ibidem.

[6] G. Spadolini, 1972, Gli uomini che fecero l’Italia, ed. Longanesi.

[7] M. Degl’Innocenti, 1995, Filippo Turati e la nobiltà della politica, cit. pag.150, ed. P. Lacaita.

[8] P. Neglie, 2004, Filippo Turati: riformismo e massimalismo, in Ai lavoratori del braccio e del tavolino, cit. pag. 11, ed. Data ufficio, Roma.

[9] A. Foccillo, 2011, Quale sindacato per il nuovo millennio?, cit. pag.116 e ss, ed. Data news, Roma.

[10] M. L. Salvadori, 1999, La Sinistra nella storia italiana, cit. pag. 53, ed. Laterza.

[11] G. Limiti e M. Di Napoli (a cura di), 1993, Carlo e Nello Rosselli, Giustizia e libertà, cit. pagg. 309 e 368, Ed. UIL.

[12] A. Maglie, 2014, Bruno Buozzi, il padre del sindacato, cit. pag. 644, Fondazione Bruno Buozzi.

[13] G. Benvenuto, già segretario generale della Uilm e della Uil; segretario del partito socialista, Senatore e oggi presidente della fondazione B.Buozzi.

[14] Ivi, cit. pag. 9.

[15] Ivi, cit. pag. 13.

[16] Ivi, cit. pag. 14.

[17] S, Roazzi, 2004, Buozzi, i cattolici e l’unità sindacale, cit. pagg.132 e 133, in Bruno Buozzi, ed. Data ufficio, Roma. 

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