di Antonio Foccillo
Nel proseguire questo approfondimento, ricordo altre tappe significative di questa divisione strategica fra massimalisti e riformisti, a partire dal confronto sulla politica di programmazione economica.
I primi tentativi sperimentali di programmazione economica in Italia furono avviati, nel 1954, quando fu presentato in Parlamento uno “Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito nel decennio 1955-’64”, noto come “Piano Vanoni[1]“, che era allora Ministro del bilancio. Il Piano Vanoni, prevedeva per il decennio 1955-1964, 4 milioni di nuovi posti di lavoro, riduzione del divario Nord-Sud ed equilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Piano Vanoni, tuttavia, non venne mai convertito in legge, in quanto la classe politica democristiana decise di non attuarlo, poiché il sistema si trovava in una fase espansiva, grazie agli effetti positivi indotti dal Piano Marshall[2].
Nel 1954, ci fu anche la vertenza sul cosiddetto “conglobamento”, per l’unificazione dei vari elementi che costituivano allora la retribuzione, si concluse con un accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil. Oggi si potrebbe dire che tutte e due le posizioni, fra chi aderì e chi non lo fece, risultano poco convincenti. La Cgil cercava di far fronte all’esigenza di rompere il blocco salariale utilizzando la vertenza “conglobamento”, cioè uno strumento del tutto inadeguato. La Cisl e la Uil non puntavano solo sulla rivendicazione salariale e, con l’impostazione data alla vertenza, rinviavano ad altri momenti la soddisfazione di un’esigenza pressante manifestata dalle classi lavoratrici.
Per inquadrare meglio come poi si evoluta questa impostazione economica particolarmente importante, bisogna seguire l’evoluzione della discussione che portò al primo governo di centrosinistra.
Infatti, nel 1962, il governo di centro-sinistra, con l’allora Ministro del Bilancio Ugo La Malfa, presentò al Parlamento una “Nota aggiuntiva” alla “Relazione Generale sulla Situazione Economica del Paese” dell’anno precedente. La Malfa chiese ai sindacati di graduare le rivendicazioni in modo da non indebolire il raggiungimento degli obiettivi del programma. In cambio della “responsabilità” e della moderazione dei miglioramenti salariali, il Governo offriva ai lavoratori come parte di uno scambio politico: la compartecipazione alle riforme.
Egli sostenne: “I sindacati possono, decisamente contribuire alla ricerca del miglioramento delle condizioni dei lavoratori che provenga soltanto in parte dall’aumento dei salari e si fondi per il resto su altre forme di aumento del reddito reale, buone scuole, aperte alle giovani generazioni, migliore assistenza medica, minore tempo e minore spesa tra casa e luogo di lavoro”.[3]
La Malfa, costituì la commissione di programmazione con la presenza diretta dei sindacati, per coinvolgerli nel disegno riformatore del centro sinistra e farli partecipare alle scelte di piano, responsabilizzando la loro azione rivendicativa e coordinandola con gli obiettivi di programma. Ciò allo scopo di consentire una crescita economica bilanciata e senza inflazione, condizione indispensabile per l’attuazione del piano e per la soluzione degli squilibri.[4]
La Cgil all’inizio si dimostrò favorevole, in quanto aveva proposto un qualcosa di simile: “Il Piano d’impresa”. La Cisl, in quel periodo, più che alla democrazia industriale, era interessata ad un ruolo sindacale di mera politica di contrattazione. Successivamente la Cgil, però, abbandonò Il Piano d’impresa e si mise all’opposizione.
“Posta nei termini di una compressione dei salari, la politica dei redditi non poteva essere accolta dai sindacati, anche se il dissenso fu articolato diversamente e non sempre riferito correttamente all’intera attività di programmazione globale a medio termine dell’economia italiana. Non mancarono per altro verso le pressioni dei partiti, a seconda che facessero parte del governo o stessero all’opposizione. I veti del Pci, ad esempio, influirono pesantemente sulla Cgil che seguì la scelta dell’opposizione, allo scopo di escludere ogni coinvolgimento della Confederazione nell’elaborazione del programma, in contrasto con la linea della Cisl e della Uil. E tuttavia l’atteggiamento della Cgil non fu di netta chiusura[5]”.
Anche nella Cisl ci fu un ripensamento, che sfociò nella proposta di un’azione sindacale di confronto sulle politiche economiche, cioè la “politica dello scambio”. La UIL rimase convinta della validità della proposta governativa, poiché quella strategia di responsabilità e partecipazione l’aveva nel suo Dna.
L’ostilità al governo, esistente in una parte del sindacato, si sommò a prevalenti fattori oggettivi e fu importante anche l’avversione della Confindustria, a cui si aggiunsero le contestazioni di settori della cultura laica e cattolica, che consideravano sbagliata la possibilità di concertazione fra le parti, in quanto, la ritenevano un esperimento di natura neo corporativa, che sottraeva responsabilità e autonomia agli organi costituzionali (Governo e Parlamento), unici soggetti che avevano le responsabilità sulle scelte di politica economica.
Un altro momento significativo di questa evoluzione del movimento sindacale, anche se oggi è visto con diverse opinioni sulla sua bontà, è stato l’autunno caldo. Scrive Giorgio Benvenuto: “Nel 1968 si sviluppa una forte conflittualità sindacale. Nelle fabbriche metalmeccaniche, tessili, chimiche, si aprono vertenze con contenuti fortemente innovativi e con obiettivi radicali (abolizione del cottimo, riduzione delle categorie professionali, parità tra operai ed impiegati, nuove forme di organizzazione del lavoro) […]. Si sviluppa una domanda di partecipazione per realizzare riforme e la contestazione investe tutte le strutture del Paese: la scuola, la fabbrica, lo Stato[6]”.
Sono gli anni della contestazione degli operai e degli studenti, ma sono anche gli anni del primo centro sinistra, come si diceva, che vide la forte opposizione del Pci che influenzò il dibattito e l’azione sindacale.
Eppure con il Governo di centrosinistra: “si realizzarono in quegli anni vere riforme: la scuola dell’obbligo; il superamento delle discriminazioni per le donne e per i giovani; l’istituzione delle Regioni; un nuovo sistema di welfare a partire dalla riforma delle pensioni; lo Statuto dei lavoratori; l’unificazione dei minimi tabellari attraverso l’eliminazione delle zone salariali; la nazionalizzazione dell’energia elettrica; l’uscita dalla Confindustria delle aziende a partecipazione statale; la rimessa in discussione della censura nella comunicazione televisiva e cinematografica; l’approvazione della legge sul divorzio[7]”.
Nuove discussioni accese e scontri nella sinistra, (fra partito socialista e partito comunista) avvennero, in particolare sulla proposta prima e successivamente sulla legge 300, riguardante lo Statuto dei lavoratori. Il PCI vedeva questa legge come una trasformazione del sindacato, facendolo diventare istituzionale. L’opposizione arrivò a tal punto da non votare positivamente in Parlamento, tanto è vero che si astenne. Eppure quella Legge fu un testo di grande civiltà giuridica, affermando, in primis, il ruolo fondamentale del sindacato e le prerogative necessarie per svolgere la sua azione in azienda e all’esterno a tutela dei lavoratori. Anche la Cgil espresse un giudizio critico su alcune parti, mentre la Uil e la Cisl si dichiararono sempre favorevoli a questa legge di sostegno.
Nel 1974 si fanno sentire in pieno gli effetti del primo shock petrolifero che aggrava la crisi economica e finanziaria e che assume caratteristiche veramente drammatiche. Il 23 gennaio 1975, fu fatto uno sciopero generale di 24 ore a sostegno della richiesta di unificazione del punto di contingenza, ritenuto strumento essenziale per promuovere l’uguaglianza, in un contesto in cui le categorie più forti ottenevano risultati migliori attraverso la contrattazione.
Sempre quell’anno la Federazione Cgil-Cisl-Uil – costituitasi nel 1972 – sottoscrisse con Confindustria l’accordo sul punto unico di contingenza per contrastare l’inflazione. Secondo Carli, Governatore della Banca d’Italia, l’accordo sul punto unico di scala mobile puntava addirittura “a scardinare il sistema e a costringere l’Italia a distaccarsi dalla comunità dei paesi ad economia capitalistica”. Il meccanismo fortemente egualitario determinato dal punto unico avrebbe impedito di “destinare risorse alle esportazioni, sottraendole al consumo”.
Rincarava la dose, il futuro Premio Nobel Franco Modigliani, il quale sostenne che il 1975 “resterà scritto come l’anno della follia, dell’autolesionismo, della condanna ad una crisi economica che avrebbe potuto condurre l’Italia alla catastrofe”.
Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, in un loro libro che richiamo più volte, riportano il dissenso di Gianni Agnelli dal giudizio di Modigliani, secondo il quale l’accordo serviva a raffreddare la conflittualità, anche se riconosceva che essa era lo strumento di ripresa del sindacato confederale sulla sua base – specie di un sindacato che in alcune sue parti molto attive credeva di potere abbattere il capitalismo.
L’accordo sul punto unico della scala mobile aveva dato una soluzione temporanea che coniugava recupero del potere di acquisto ed egualitarismo. Si trattava di una soluzione parziale e discutibile ma non c’erano le condizioni per una soluzione organica in termini di politica di tutti i redditi..
L’inflazione, in particolare, era molto alta, ma era per lo più conseguenza della fluttuazione sporca e della continua svalutazione della lira, con la quale la Banca d’Italia cercava di aiutare le imprese a ricostituire i margini di profitto.
La presenza della scala mobile consentì la difesa del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, ma ne risentì l’occupazione anche se la cassa integrazione e la legislazione fortemente orientata alla tutela dei lavoratori ne attenuarono gli effetti.
Il ricorso frequente alla cassa integrazione, la crescita della spesa previdenziale e l’alta evasione fiscale determinarono un crescente deficit del bilancio dello Stato, che si presentò come un nuovo problema per la già difficile economia italiana.
Altro momento di scontro fra le diverse anime nel movimento dei lavoratori avvenne sulla cosiddetta “piattaforma dell’Eur”, nella quale si sceglieva la strada della condivisione del sindacato di necessarie strategie di espansione produttiva[8]. Esse erano considerate le uniche in grado di garantire sbocchi occupazionali e produttivi e, inoltre, a rispondere ai bisogni sociali primari, come quelli della casa, dei trasporti, della sanità, della previdenza, e di operare nel territorio con un piano di iniziative indispensabili ai più generali interventi agro industriali e dei servizi sociali.
Questo passaggio del sindacato, dall’antagonismo conflittuale alla partecipazione, fu considerato dalla Cgil solo tattico ed iniziò una vivace polemica sulla proposta di un presunto ruolo moderato del sindacato, proprio in concomitanza con la svolta del Pci, che prospettò il “compromesso storico”, quale unico modo per uscire dalla grave crisi del Paese.
I massimalisti accusavano i riformisti di usare il movimento sindacale in modo subordinato a disegni strategici diversi da quelli che gli erano propri, con la conseguenza di dare, di fatto, una delega ai partiti e al quadro politico sulle questioni sociali, facendo così venire meno l’autonomia del sindacato. Vediamo come ci si arriva.
Il 24 gennaio 1978 l’Assemblea dei delegati e dei consigli generali approva la svolta dell’Eur.
Dopo la presa di posizione di Luciano Lama, segretario generale della Cgil, che in un’intervista ad un noto quotidiano, spiegò dettagliatamente la sua posizione[9], la Cgil abbandonò la politica del salario, variabile indipendente dall’economia, per accettare le rivendicazioni in linea con la situazione dell’economia e, quindi, propose la necessità di contribuire al rilancio con sacrifici, anche da parte dei lavoratori, perché erano il solo modo per far uscire il Paese dalle difficoltà.
La svolta si basava su uno scambio. Lo dice Lama: “sacrifici in cambio di un’attività di governo che mette al primo punto del suo programma la disoccupazione perché avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico”. I sacrifici riguardavano il salario e i riferimenti all’argomento contenuti nell’intervista appaiono ancora più clamorosi perché provengono dall’uomo che soltanto tre anni prima aveva firmato con Giovanni Agnelli l’accordo sul punto unico di contingenza, “ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti[…]. Ebbene dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra.[10]”
Giorgio Napolitano, molti anni dopo, per spiegare l’atteggiamento del Pci, vestendo i panni dello storico, con il distacco emotivo prodotto dal tempo (e dalle vicende) e con un conseguente spirito autocritico, disse: “Il rapporto tra Pci e sindacati non era stato facile, fino a quel momento […]. Eravamo convinti che si tendesse, attraverso la polemica politica e i comportamenti del governo Andreotti, di cui si svalutavano i risultati, a colpire il Pci[11]”.
Nonostante la convergenza delle strategie delle tre confederazioni sulla “piattaforma dell’Eur”, tuttavia nel sindacato confederale si aprirono forti opposizioni ed un confronto serrato fra le diverse anime del movimento, con relativi riflessi in tutti i luoghi di lavoro e nei vari organismi territoriali.
La consultazione dei lavoratori fu dominata dai contrasti polemici concernenti, quasi esclusivamente, se vi fosse stata acquiescenza del sindacato verso la politica del governo oppure no. In quel periodo, con il Governo di unità nazionale, le polemiche furono provocate, in particolare sul “nuovo” ruolo della Cgil, che, abbandonata l’anima conflittuale, era divenuta troppo acquiescente verso le politiche governative.
Questa posizione fu contrastata dalla Uil, la quale, pur considerando, l’unica strategia del sindacato la partecipazione e la corresponsabilizzazione nella politica economica, sosteneva che le proposte del governo dovessero essere valutate in piena autonomia e solo sul merito.
Il dibattito sindacale fu nuovamente improntato a nuovi scontri e riguardò la necessità di porre un freno alla scala mobile. Affrontare questo tema non fu facile, per le opposizioni in molti settori del mondo del lavoro a qualsiasi modifica di un automatismo che garantiva i salari dall’inflazione. Anche se, nel movimento sindacale, si andava sempre più diffondendo la necessità di combattere l’inflazione, quale elemento perverso di falcidia del potere di acquisto di salari e pensioni. La Uil e la Cisl, in cambio della disponibilità a rivedere il meccanismo, chiesero un intervento efficace per aumentare l’occupazione, controllare i prezzi e le tariffe e una compartecipazione alle scelte economiche.
Il percorso non fu agevole, per mancanza di un accordo completo fra i tre sindacati e per mancanza di sintonia da parte delle stesse forze politiche con questi processi di cambiamento. Luciano Lama, dopo un’iniziale opposizione all’ipotesi della UIL, aprì uno spiraglio alla discussione sul freno alla scala mobile, ma nelle fabbriche prevalse la linea dura, che mise in discussione anche le regole della democrazia sindacale e le assemblee divennero una palestra di demagogia.
In questo clima pesante si avviò, nel luglio 1980, la consultazione dei lavoratori sulla piattaforma dei “dieci punti”, che registrò le più accese proteste sulla parte riguardante il fondo di solidarietà. Tale meccanismo prevedeva un contributo dello 0,50% da prelevare nelle buste paghe e da destinare alla solidarietà per i lavoratori costretti ad uscire dal ciclo produttivo.
La sinistra extraparlamentare accusò il sindacato di aver accettato la politica congiunturale del governo e criticò innanzitutto il prelievo forzoso, perché in contraddizione con il principio della solidarietà; inoltre non ne condivideva la finalizzazione, perché avrebbe cambiato anche il ruolo del sindacato, in quanto si intravedeva, per lo strumento proposto, una funzione cogestionale e partecipativa dello stesso. Il 14 luglio, tuttavia, il direttivo unitario approvò il fondo di solidarietà ed espresse un giudizio “non negativo” sulle misure del, governo.
[1] E. Santarelli, 1996, Storia della Repubblica, l’Italia dal 1945 al 1994, cit. pag. 85, ed. Feltrinelli, Milano.
[2] Il Piano Marshall, denominato ufficialmente a seguito della sua attuazione piano per la ripresa europea fu uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa, dopo la seconda guerra mondiale.
[3] Dalla Nota Aggiuntiva di La Malfa, presentata al Parlamento il 22 maggio del 1962. Dalla Raccolta Atti Parlamentari. La ristampa (1980) a cura della Fondazione Ugo La Malfa di una prima edizione datata 1973 edita dall’Edizione Janus. Vedi anche il libro di A. Foccillo “La politica dei redditi: utopia, mito o realtà”, nell’appendice il documento è a pag. 163 e ss.
[4] F. Peschiera, 1983 – Sindacato Industria e Stato negli anni del centro sinistra. Storia delle Relazioni industriali in Italia dal 1958 al 1971, Firenze, Le Monnier; G. Tartaglia, 1984 – Dal corporativismo allo sviluppo: 50 anni di politica economica in Italia: l’azione di Ugo La Malfa – Roma, ed. della Voce.
[5] A. Foccillo, 2007, La politica dei redditi: utopia, mito o realtà?, cit. pag. 172, Lavoro Italiano, Roma.
[6] G. Benvenuto, 2006, Italo Viglianesi. Il sindacalista, il politico, il socialista, cit. pagg. 47 e 48, ed. Data ufficio, Roma.
[7] G. Benvenuto, 2009, Millenovecentosessantanove, cit. pag. 10, Fondazione B. Buozzi, Roma.
[8] A. Foccillo, 2010, La politica dei redditi e la sua giuridicità, cit. pagg. 37 e ss., ed. Aracne, Roma.
[9] F. D’Agostino, 1978, Lama, il potere del sindacato, Editori Riuniti.
[10] G. Benvenuto, A. Maglie, 2013, Il divorzio di San Valentino, cit. pag. 69, Fondazione B. Buozzi, Roma.
[11] Ibidem, cit. pag.71.




