Home Economia e finanza MANOVRA FINANZIARIA, QUALCHE PICCOLA NOVITA’ SENZA MISURE STRUTTURALI

MANOVRA FINANZIARIA, QUALCHE PICCOLA NOVITA’ SENZA MISURE STRUTTURALI

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I dettagli saltano fuori come piccoli tasselli di un puzzle gigante; forse contraddittori, sempre impostati all’urgenza. Parlo della manovra finanziaria in arrivo e delle anticipazioni che riguardano i provvedimenti per il mondo del lavoro e lo stato sociale.
Al già più volte richiamato taglio dell’Irpef, si aggiungerebbero provvedimenti sulla detassazione per straordinari, premi di produttività e lavoro festivo, nonché per gli aumenti salariali derivanti dai prossimi rinnovi contrattuali. Si propone di detassare i buoni pasto e stabilizzare i fringe benefits fino a 750 euro. Si stanno valutando aumenti per il limite di detrazione per i contributi alla previdenza complementare (che riguarda il 39% dei lavoratori). E qualche altra idea di legislazione di sostegno: per esempio, per i rinnovi contrattuali l’aumento deve scattare ope legis dal momento della scadenza del contratto, a prescindere dei tempi dell’effettivo rinnovo. Non è cosa da poco: secondo l’Istat, a fine giugno i contratti in attesa di rinnovo sono 31 e coinvolgono 5,7 milioni di dipendenti. E si parla di una spinta per i contratti di secondo livello per guardare alla produttività ed al suo legame con la situazione aziendale: argomento sul quale siamo in drammatico ritardo rispetto all’intera Europa e che, finora, da noi, è servito come risposta a crisi aziendali e non anche a premiare i lavoratori per la crescita dell’impresa.
Il Governo dice: la manovra è un passo importante verso un welfare più equo e competitivo per tutti i lavoratori italiani. Personalmente valuto che l’impegno non è di poco conto e che le voci economiche sulle quali si intende incidere sono scelte con qualche interessante attenzione ai nodi critici. Bisogna vedere cosa davvero sarà varato ed i limiti di spesa che verranno posti. La mia idea sulla salvaguardia della credibilità raggiunta dal bilancio è nota.
Ma la manovra ha aspetti che mi piacciono poco. Vi sono provvedimenti strutturali ed altri che hanno la sostanza di una provvisorietà preoccupante. E vi sono contraddizioni: la detassazione di straordinari e dei buoni pasto, l’aumento del valore dei fringe benefits, l’aumento per il limite di detrazione per i contributi alla previdenza complementare incidono sul valore totale dei contributi sociali in maniera non lineare, confusa. Inoltre i provvedimenti portano più salario nell’immediato: ma tutte le voci che verranno tenute fuori dalla retribuzione soggetta a calcolo di mensilità aggiuntive, TFR e contribuzione INPS rappresentano un vantaggio per le imprese e solo una “anticipazione” per i lavoratori. Forse opportuna: ma da valutare per quella che è.
C’è una logica in queste proposte: e viene esplicitamente dichiarata. Si rilanciano “forme, anche innovative, di welfare aziendale”, per offrire “risposte concrete e immediate a esigenze reali e molto sentite nel mondo del lavoro, dove abbiamo la necessità di crescere in produttività e competitività e l’investimento sulle risorse umane rappresenta il passaggio decisivo per raggiungere tali obiettivi”. Le parole chiave sono “welfare aziendale” e “investimento sulle risorse umane”. Per me si tratta di due limiti. Anzitutto politici. Ed in secondo luogo di politica economica. Il welfare dovrebbe essere a carico dello Stato. L’investimento necessario sulle risorse umane è professionalità, è cambio di logica di gestione aziendale, è spazio al recupero di senso di appartenenza con la soddisfazione nel proprio lavoro. Aumenti del netto? Certo: ma è spesa e non è investimento. E, come un macigno, l’errore di pensare che con i provvedimenti adottati si possa rilanciare l’impresa italiana: produttività e competitività sempre basate sui livelli retributivi più o meno migliorati? E la struttura produttiva? E l’organizzazione del lavoro? E la mancanza di catene di valore?
Ho scritto di quello che (a Cernobbio è uscito con chiarezza) chiederà l’Europa alla struttura industriale per consentirne il rilancio. Noi siamo fuori da quella logica ed è necessario capire se e come rientrarci. Quello che il Governo metterebbe sul tavolo non è un progetto per il futuro: tampona solo qualcosa.
Vedo, in definitiva, una ipotesi di proposta che non può essere respinta in toto: alcune risposte, magari parziali ma concrete, vi sono. Ma è un progetto che va migliorato. Con proposte serie, non con quelle che già ho sentito e sono populismo spicciolo. Dico chiaro il mio pensiero: se non si riesce a portare sul tavolo un credibile progetto alternativo, questo sul tappeto va bene.
Solo un aspetto per me è indigeribile: rilanciare il welfare aziendale significa che vi sarebbe una esclusione dai benefici ipotizzati – IRPEF a parte – di tutto il mondo fuori delle aziende, in particolare dei pensionati. Che dei buoni pasto e fringe benefits, delle esenzioni per straordinari e festività e flat tax su aumenti retributivi non sanno che farsene. Sono cose che non li toccano. Li toccherà invece un pizzico di inflazione in più che dobbiamo dare per scontata se si aumentano, per questa via, i consumi interni.
Non per fare il cicero pro domo sua, ma mi sembra una ingiustizia incredibile.

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  • Redazione

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