di Marco Sarli
Quando, soltanto nel luglio scorso, la Baronessa Ursula von der Leyen incassò una solida maggioranza dal Parlamento europeo al suo secondo mandato al vertice della Commissione europea al varo effettivo della Commissione nella sua interezza la maggioranza ursula si è sciolta come neve al sole a causa dei più che evidenti mal di pancia presenti in tutti i partiti che solo cinque mesi prima l’avevano votata alquanto convintamente.
Cosa è successo in un così breve volgere di tempo? Molto semplicemente che Ursula ha pensato di poter fare a meno del Paese che l’aveva espresso come Spitzkandidaten e di poter guardare all’Unione nel suo complesso e andare alla ricerca di consensi anche al di fuori della sua maggioranza, strizzando gli occhi alla forza politica allora saldamente governata dalla Premier italiana Giorgia Meloni che, in cambio di un eventuale sostegno palese aveva chiesto una vicepresidenze esecutiva per il potente ministro italiano di estrazione democratico cristiana Raffaele Fitto.
In più, memore dello strapotere dei vecchi vicepresidenti esecutivi, la baronessa ne aveva elevato il numero da quattro a sei ma, attraverso un complicato spacchettamento delle deleghe, aveva fatto sì che nessuno di loro avesse l’ultima parola su nessuna delle questioni che aveva ad essi delegato, creando così un meccanismo che lasciava a lei l’ultima parola su quasi tutte le questioni, introducendo di fatto un sistema presidenziale inedito a Bruxelles e che era già in partenza molto malvisto dai potenti partiti che la sostenevano da oltre cinque anni.
Ma la vera novità stava inesorabilmente avvenendo nel Paese che l’aveva espressa, quella Germania che vedeva favorito alle elezioni anticipate i democratico cristiani di Merz, un antico avversario di quella Angela Merkel la longeva Cancelliere tedesca della quale Ursula era stata una fedelissima pupilla. Una situazione che vedeva la Presidente della Commissione stretta in un abbraccio mortale tra il potentissimo leader dei Popolari Manfred Weber e quel Merz, Cancelliere in pectore, decisi a tutto pur di detronizzarla o quanto meno a ridimensionarla.
Il terzo fatto nuovo è stato il Piano di Mario Draghi sulla competitività europea, un Piano che è andato molto oltre le previsioni e che ha visto un roadshow dell’ex tutto Draghi percorrere tra applausi e consensi l’intero Vecchio Continente, con una tappa particolarmente significativa a Parigi dove, presentato personalmente da Emmanuel Macron ad un importantissimo consesso, a Draghi è stata tributata una prolungata standing ovation.
Merz fu battuto, quasi umiliato, ben quattro volte da Angela, al punto da lasciare per un certo tempo la politica attiva dedicandosi alla finanza, mentre è quasi superfluo ricordare che Weber, Spitzkandidaten per i Popolari nelle elezioni europee del 2019 considerava il posto di Presidente della Commissione suo di diritto.
Un piano di riarmo europeo, quindi, che è di fatto ipotecato dalla Germania che ha “prenotato” cinquecento degli ottocento miliardi il che fa dire che in luogo di Rearm Europe andrebbe chiamato, e qui qualche brivido scorre per la schiena, Rearm Deutschland, alla faccia di quanto stabilito alla fine del secondo conflitto mondiale sul divieto di riarmo per la Germania e il Giappone, altro paese che sta alacremente muovendosi nelle direzione di un aumento delle capacità belliche e che sul piano dei dazi si sta muovendo di concerto con Cinae South Corea.
La von der Leyen è corsa ai ripari nominando Draghi suo assistente personale ma mal è stata ripagata, in quanto in una prolusione al parlamento europeo l’economista romano ha dato agli alquanto tremebondi eurodeputati una fortissima strigliata che lo trasformava non in un esperto e consigliere della Presidente quanto in colui che, con l’abituale postura molto decisionista governava de facto anche se non de iure la Commissione.
D’altra parte, Merz, ancora non Cancelliere, l’aveva chiaramente scavalcata, annunciando un mega piano di spesa da mille miliardi di euro a cadenza decennale di cui 500 circa destinati alla difesa e ottenendo a tempo di record l’avallo del Bundestag uscente e del Bundesrat a quella riforma costituzionale al vincolo del debito esiziale per i suoi programmi e precedendo di sole ventiquattro ore il Rearm Europe della Presidente della Commissione che riferiva il suo piano da 800 miliardi ai singoli Stati, un Piano che rimarcava il concetto di Europa degli Stati nazionali e che non coglieva questa importante circostanza per muovere un primo passo in senso più chiaramente federale, un’impostazione chiaramente contraddetta da Draghi che, invece, ha parlato della necessità di una linea di comando comune e della necessità della costituzione di un esercito europeo.
La sempre più netta impressione che Ursula sia un regina che regna ma non governa è di fatto sotto gli occhi di tutti, almeno di chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire, ma, dove la baronessa tocca davvero il ridicolo è nell’apparente ferma risposta ai prossimi e più volte minacciati dazi al resto del Mondo, ma con particolare e dichiarato riferimento a quell’Europa mendicante e approfittatrice degli Stati Uniti d’America.
Ebbene è qui che la politica tedesca non coglie o non vuole cogliere l’aspetto chiaramente strategico della mossa di Donald Trump, una strategia che, come sostenevo in un precedente articolo su questo giornale, ha messo chiaramente in conto eventuali ritorsioni e contromisure ma che punta evidentemente a creare un sistema di convenienze tali da portare ad una massiccia reindustrializzazione degli USA a particolare vantaggio degli Stati “rossi” con corollario di trionfalistiche conferenze stampa dallo Studio Ovale per la promessa o la realizzazione di ogni nuovo stabilimento industriale tornato o nuovo.
Anche di fronte a questa offensiva, un’offensiva che ha messo nel conto sia l’impatto inflazionistico che eventuali crolli a Wall Street, la strada dei contro dazi è chiaramente un’arma del tutto spuntata e addirittura controproducente ma temo che questo non distoglierà assolutamente la Commissione europea dal perseguirla.
Come sostenevo nell’articolo precedente, la gran parte delle mosse del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America non sono del tutto farina del suo sacco ma frutto di elaborazioni di quelle che ho definito menti “raffinatissime” di difficile individuazione, ma anche delle elaborazioni della Broking Institution (Istituzione che ha partorito ben sei presidenti USA e della quale Mario Draghi è membro effettivo sin da 1984), del Council for Foreign Relations e dell’importantissimo Think Tank allocato presso la prestigiosa Università di Princeton, insomma il meglio del meglio della capacità di analisi e di proposta degli Stati Uniti d’America e che sarebbe assolutamente sbagliato sottovalutare e i cui “consigli” sono difficilmente contrastabili da un’azione diplomatica come sembrano pensare gli europei.
Insomma, come affermo ne “Il gran nocchiero” Mario Draghi si sta scaldando in panchina in attesa dei più che prevedibili eventi.




