Home Cultura LA MACCHINA RETORICA. POTENZA DELLA FORMA DI ALLESSANDRO DE ROSSI

LA MACCHINA RETORICA. POTENZA DELLA FORMA DI ALLESSANDRO DE ROSSI

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L’ultimo libro del Domenico Alessandro De Rossi

La Macchina retorica. Potenza della Forma  Arte, riti e miti nelle strategie persuasive

Non possiamo comprendere pienamente il mondo in cui viviamo se non abbiamo contezza della macchina retorica che opera incessantemente, in pressoché tutte le forme di comunicazione e, perlopiù, sotto la soglia della nostra coscienza. Questo è il messaggio che Domenico Alessandro De Rossi, architetto, urbanista e docente dell’Università del Salento, recapita al lettore del suo libro, impresso sotto l’intrigante titolo: La macchina retorica. Potenza della Forma. Arte, Riti e Miti nelle strategie persuasive, per i tipi di Bastogilibri.

Il volume è ricchissimo di informazioni, immagini, suggestioni ed esempi la cui lettura non può non risultare stimolante a chiunque sia interessato a capire perché alcuni messaggi sono più potenti di altri, a   prescindere dal loro contenuto di verità o giustizia. De Rossi dispiega un’enorme erudizione, nonché un’esposizione di rara chiarezza ed efficacia. Del resto, altro non ci si poteva attendere da chi si occupa di retorica. Se fosse mancata la persuasività in un libro sull’arte della persuasione, ci saremmo trovati di fronte a un vero e proprio ossimoro bibliografico. Così, non è. Il libro non tradisce le attese. Tale e tanto è il materiale che l’autore ci dà in pasto che non possiamo far altro che puntare l’attenzione su alcuni aspetti del libro, producendo considerazioni in ordine sparso.

L’autore cita in epigrafe un passo della Genesi, per mostrare come fosse già stata intuita la potenza della parola nel racconto biblico. Dopodiché, traccia brevemente la storia dell’arte oratoria, individuandone la nascita «a Siracusa intorno al V sec. a.C. con Còrace e il suo allievo Tisia». La parola, il logos, e l’arte del ragionamento, la logica, che servono in un primo momento a rischiarare la nostra  comprensione della realtà, dando i nomi alle cose e dettando regole per produrre rappresentazioni sensate e veraci, vengono ora usati per stendere  un nuovo velo di Maya – un velo che opera però a un livello superiore.

De Rossi esplora il funzionamento della macchina retorica non solo dove ci aspetteremmo di trovarla, vale a dire nei discorsi pubblici e nelle opere letterarie, ma anche nei luoghi meno sospetti. Ci mostra, per esempio, come opera nell’ambito dell’architettura, notando che l’uomo è da essa influenzato nel suo comportamento fisico e psichico. La storia dell’arte edificatoria ci mostra plasticamente come il potere religioso, politico o economico abbia inteso rappresentarsi agli occhi del popolo attraverso opere   architettoniche. «Dalle palafitte ai più moderni grattacieli, l’architettura si è sempre posta al servizio di questa rappresentatività». Tutto ciò è spesso frutto di un piano politico ben congegnato, piuttosto che da estemporanee inclinazioni estetiche e funzionali di committente e architetto.

Altro ambito in cui la macchina retorica funziona a pieno regime è quello       della magia, con i suoi atti, gesti e rituali. De Rossi avverte che la magia non     va intesa come un fenomeno a sé stante, da relegare nel passato, nelle civiltà   extraeuropee o nelle subculture del nostro continente, giacché «nella genetica del pensiero di quasi tutte le religioni è rintracciabile qualche   antico gene collegato al mondo magico». Proprio assumendo il punto di     vista dell’arte retorica, risulta evidente che religione e magia hanno molto più in comune di quanto non si voglia ammettere. De Rossi esplora, in particolare, la funzione e soprattutto le “finalità dei riti di iniziazione. Il discorso – secondo l’autore – vale anche per i culti e le confraternite esoteriche ‟laiche”. Anche le loro specifiche pratiche rituali si esprimono attraverso cerimoniali e liturgie, al fine di sostenere i simboli più o meno occulti presenti nei   riti.

L’autore spiega con ragionamenti lineari ed utili alla comprensione che l’iniziazione rappresenta, in pratica, la manifestazione concreta dell’universo mistico e astratto che caratterizza le specificità del culto. Precisamente, «il rapporto è simile a quello che sussiste tra il significato (portato mistagogico del culto: ideologia, concezione della vita, filosofia, simboli) ed il significante (apparecchiatura del rito, cerimoniale, liturgia, differenziata gerarchia degli appartenenti e così via). In tal senso è interessante osservare che non c’è culto se non c’è una liturgia praticabile». Un’ultima parola va spesa sulla retorica dell’antiretorica, concetto meritoriamente portato in superficie da De Rossi.

È l’ossimoro della sincera menzogna, della falsa disinvoltura, dell’artificiosa naturalità, del cerimoniale spontaneo per un rito di cui si nega l’esistenza. «Quando ci sembra che l’antiretorica abbia finalmente vinto e preso il sopravvento nei confronti della retorica dobbiamo osservare che l’una, mentre tenta di cancellare ed opporsi al suo contrario, si è trasformata inconsapevolmente nell’altra: il “politicamente corretto” ne è significativo esempio attuale». C’è, insomma, speranza. E chiudiamo la presentazione di questo bel libro con le parole dell’autore. Nelle battute finali, De Rossi cerca infatti di infonderci un grammo di speranza notando che «le capacità critiche atte a decriptare i messaggi attendibili nel gioco perverso della verità e dell’errore, innescato dalle strategie persuasive, rappresentano oggi forse l’ultima risorsa per un domani liberato almeno in parte dal teatro retorico e dalle fake   news». In una formula: «Eresia e coraggio, per (ri)fondare un futuro in ogni senso più vero e sostenibile, sono le ultime risorse individuali che potrebbero aiutare tutti».

Dalla prefazione di Riccardo Campa

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