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LA LIBIA COME CORRIDOIO: QUANDO LA GEOGRAFIA PARLA CON VOCE STRANIERA

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di Ahmed Zaher, 

Ancora una volta, la Libia ritorna nei rapporti d’intelligence, ma non per un’iniziativa diplomatica o per un progresso politico. Questa volta, il paese è menzionato come possibile “corridoio nascosto” per traffici transfrontalieri collegati a reti regionali, presumibilmente legate all’Iran e ad Hezbollah — secondo recenti fonti israeliane.

Ma non si tratta solo di voci isolate. Anche il più recente rapporto del **Gruppo di esperti delle Nazioni Unite** sulla Libia conferma l’esistenza di reti complesse di traffico che attraversano il paese da sud a nord. Il rapporto denuncia la disgregazione del controllo istituzionale sulle frontiere, specialmente nella regione meridionale, trasformando la Libia in un punto di passaggio strategico per armi, esseri umani e denaro destinati a teatri di conflitto fuori dai suoi confini.

Ciò che colpisce non è solo il contenuto dei rapporti, ma il vuoto libico che li circonda. Nessuna risposta istituzionale. Nessuna smentita. Nessun commento. Come se la sovranità fosse ormai un tema secondario, evocato solo per distrarre dal fallimento politico ed economico.

In questo silenzio, si apre lo spazio per domande scomode: Cosa significa che una parte del territorio libico è descritta come “passaggio sicuro” per traffici di armi e denaro? Chi ne è consapevole? E, soprattutto, chi sceglie di non intervenire?

Il confine con il Sudan — oltre 450 km — è definito una “falla d’oro”. Non solo per la sua lunghezza o complessità geografica, ma per l’assenza di controllo. E in assenza di controllo, anche la geografia smette di appartenere a chi la abita. Diventa eco di guerre combattute altrove.

In parallelo, ciò che sorprende è la crescente preoccupazione internazionale. Il dossier libico non è più solo libico. Ora è questione di sicurezza nazionale per altri — dall’Egitto al Libano, fino al cuore dell’Europa. Ma proprio qui, nasce una domanda urgente per l’Italia.

E l’Italia?

Dal 2011, Roma sembra aver abbandonato il suo storico ruolo di attore chiave nel dossier libico. Si muove oggi con cautela, dentro margini diplomatici sempre più stretti. E la domanda s’impone: è una scelta strategica o una rinuncia forzata? L’Italia vede ancora la Libia come una priorità nel suo schema di sicurezza? O forse, semplicemente, non possiede più pienamente il controllo del proprio margine decisionale sulla Libia?

In quanto accademico italo-libico, formato in Italia e attento osservatore dell’evoluzione delle relazioni tra Libia e Italia, credo che ci sia spazio per una posizione italiana più audace e lungimirante — non come potenza dominante, ma come partner consapevole della portata della crisi mediterranea.

Se la Libia diventa un corridoio per interessi altrui, allora l’Europa, e soprattutto l’Italia, non possono restare spettatrici. In gioco non c’è solo il futuro della Libia. C’è l’intera architettura di sicurezza del Mediterraneo.

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  • Redazione

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