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LA GUERRA IN UCRAINA NON SI COMBATTE SOLO CON LE ARMI

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di Sergio Restelli

La guerra in Ucraina non si combatte solo con i missili, i droni e l’artiglieria pesante: è una guerra di propaganda,di narrazioni contrastanti, di percezioni da modellare. La battaglia non è solo sul campo, ma nelle menti e nei cuori delle persone, e l’Ucraina sta portando avanti una strategia senza precedenti per influenzare l’opinione pubblica nelle aree occupate. La guerra dell’Informazione: vincere i cuori e le menti? Kiev sa che la propaganda è un’arma tanto potente quanto le armi convenzionali. L’invasione russa è stata giustificata da Mosca con il pretesto di “denazificare” l’Ucraina, una narrativa che ha trovato terreno fertile tra i russi più anziani, cresciuti nell’ideologia sovietica e nella diffidenza verso l’Occidente.

Per questo, la controffensiva di Kiev non è solo militare, ma anche psicologica: vincere i cuori e le menti significa erodere la lealtà a Putin e instillare dubbi tra coloro che, per decenni, hanno creduto nella narrazione russa. Nel Kursk, una regione russa a ridosso del confine ucraino, una speciale unità ucraina è stata incaricata di portare avanti questa guerra dell’informazione.

Soldati disarmati entrano nei villaggi, parlano con i residenti, offrono cibo e assistenza medica. Ma non è solo aiuto umanitario: è una battaglia per il consenso. Ogni conversazione, ogni gesto di gentilezza ha un obiettivo preciso: dimostrare ai russi che l’Ucraina non è il nemico. 

La solitudine delle zone occupate

Molti dei civili rimasti in queste aree sono persone anziane, ex lavoratori sovietici, che hanno vissuto gran parte della loro vita sotto il regime dell’URSS. Sono isolati, privi di accesso a informazioni indipendenti, con le televisioni sintonizzate solo sui canali di propaganda del Cremlino. Senza internet, senza contatti esterni, la loro unica finestra sul mondo è quella che Mosca vuole che vedano.  L’arrivo dei soldati ucraini rappresenta per loro un contatto con una realtà alternativa. Ma la diffidenza è forte. Gli ucraini lo sanno: non basta un incontro per cambiare convinzioni radicate da decenni.

Per questo, il loro lavoro è graduale, paziente. Piantano il seme del dubbio, raccontano storie, mostrano la loro umanità. E, lentamente, qualcosa cambia.

Il colonnello Oleksii Dmytrashkivskyi, a capo della divisione media delle forze ucraine nella regione, racconta di incontri difficili, di anziani che all’inizio li guardavano con sospetto, persino con odio. Ma con il passare del tempo, il muro dell’ostilità si sgretola. La gentilezza, la persistenza, e soprattutto i racconti di chi ha vissuto sulla propria pelle le atrocità dell’occupazione russa, iniziano a fare breccia.

La “Bucha di Kursk”: la guerra delle accuse

Mosca ha risposto con la sua solita strategia: rovesciare le accuse su Kiev. Dopo l’orrore di Bucha, dove i soldati russi massacrarono centinaia di civili ucraini, il Cremlino ha lanciato la narrativa della “Bucha di Kursk”, accusando le forze di Kiev di esecuzioni sommarie e ab contro la popolazione locale. Le accuse di Mosca parlano di una bomba planante lanciata su una scuola a Sudzha, che avrebbe ucciiso decine di civili. Kiev nega, affermando che nell’attacco sono morte quattro persone, non decine, e che la scuola era utilizzata dai russi come base militare.

Questa è una guerra in cui la verità è difficile da discernere. Le informazioni che emergono da entrambe le parti sono spesso incomplete, manipolate o completamente inventate. Per Kiev,la priorità è non perdere il controllo del proprio racconto. Dmytrashkivskyi e la sua squadra stanno realizzando un documentario per mostrare la loro versione della storia. Il materiale raccolto non è solo per la popolazione locale, ma anche per il pubblico internazionale.

La battaglia non è solo per convincere i russi, ma per assicurarsi il continuo sostegno dell’Occidente.

I limiti etici della guerra psicologica.

Ma fino a che punto è lecito spingersi in questa guerra psicologica? Gli stessi soldati ucraini ammettono che il loro lavoro solleva interrogativi etici. È giusto cercare di cambiare la mentalità di persone che,per tutta la vita,hanno creduto in una narrazione diversa? Fino a che punto si può influenzare qualcuno senza cadere nella manipolazione? Questa operazione è una forma di liberazione della mente o un’arma di guerra sottile e pericolosa? Dmytrashkivskyi non ha dubbi: ”Noi portiamo la verità. E la verità si fa strada,anche nei cuori più chiusi”. Ma la verità,in guerra,è un concetto fluido.

Il futuro della guerra dell’informazione

Questa battaglia non finirà con la guerra. Anche se un giorno il conflitto militare avrà una fine, la guerra della propaganda continuerà. La Russia e l’Ucraina stanno combattendo per la memoria storica, per il modo in cui le future generazioni racconteranno questi eventi. Mosca vuole mantenere la narrativa di un’Ucraina “nazista”, di un’operazione speciale necessaria per proteggere la Russia. Kiev, al contrario, vuole che il mondo ricordi l’invasione come un’aggressione brutale, un atto di imperialismo vecchio stile.Il destino della guerra non si decide solo sul fronte, ma anche nelle menti di chi la osserva, la racconta e la ricorda. E su questo campo di battaglia, le armi non sono fucili, ma parole, immagini e storie.

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  • Redazione

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