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LA GUERRA DEI DAZI

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di Antonino Macrì Pellizzeri

Il 10 aprile scorso scrissi una nota introduttiva a un dibattito di cui vi trascrivo una parte.

Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è oggi il 4.2%, contro la UE in cui è il 5.7%. Gli USA sono quindi vicini alla piena occupazione, per cui non esiste grande spazio per una nuova massiccia industrializzazione, a meno di non concedere permessi d’ingresso ad operai prevalentemente provenienti dall’America Latina. Non mi pare che la loro politica si muova in questa direzione. Hanno probabilmente problemi di altro tipo che però sono al di fuori di questo articolo. Inoltre tutti i commentatori parlano di gigantesco sbilancio commerciale a danno degli USA. Quasi nessuno però parla di un dato altrettanto importante: la bilancia dei pagamenti, che include materiali, servizi, royalties etc. Guarda caso, il bilancio economico dei servizi è in forte avanzo e il bilancio totale è sostanzialmente in pari. Del resto, dall’Impero Romano, fino a quello inglese e oggi a quello americano, tutti gli imperi importavano materiali ed esportavano “servizi” di tutti i tipi. Basti pensare cosa succedesse nei rapporti fra India e UK fin dal momento del loro assoggettamento, e, in seguito, ai ripetuti tentativi di esportare beni nell’impero Cinese (a partire dall’oppio) che culminarono nel 1842 con la prima guerra dell’oppio e l’occupazione sempre più profonda del territorio cinese.  Fatte queste premesse non sono d’accordo sul fatto che Trump abbia imposto dazi pazzeschi che poi è stato costretto a ritirare sotto la pressione dei mercati. Questa è per me un’analisi semplicistica fatta ex post, per dimostrare che Trump è stato sconfitto.  Io, come chiunque altro, non so cosa si ripromette Trump, e neppure se avrà successo o meno, però so che fra poco meno di due anni sarà sottoposto al giudizio dell’elettorato con le elezioni di medio termine. Ha quindi bisogno di consolidare il successo in tempi rapidissimi.

Che cosa è successo in questi mesi iniziali della sua presidenza? Con una serie di blitz, ultimo quello dei dazi preannunziato assieme agli altri in campagna elettorale, ha fatto capire al mondo che lui, e lui solo, individualmente, senza bisogno di alcuna approvazione dagli altri organi dello stato, è in grado di far precipitare il Pianeta nella crisi più totale, senza l’utilizzo di soldati, di armi, etc., con un semplice annunzio. Oggi tutti i Paesi sanno che devono trattare con lui da una posizione molto sfavorevole per evitare il rischio di danni gravissimi. Soprattutto devono trattare isolatamente, senza coalizzarsi. Da questo punto di vista ha più che vinto, ha stravinto. Il mondo intero è terrorizzato delle conseguenze che si stanno già verificando. Ora Trump ha sospeso alcuni fra i suoi dazi, per dare tempo ai vari Paesi di andare a Washington, “baciare la pantofola” al Principe e trattare quelle che saranno le vere condizioni che Trump imporrà. Infatti, a mio avviso, le vere richieste di Trump saranno ben diverse, e non una semplice riduzione dei dazi ora sospesi. I dazi annunziati sono solamente una minaccia, riuscita, che cela i sui veri obiettivi. A mio avviso infatti, per quanto riguarda l’Europa, Trump mira a imporci un aumento significativo delle spese militari, acquistando armamenti americani, imporci l’acquisto di idrocarburi americani, anche se più costosi dei prezzi ottenibili sul mercato, e soprattutto obbligarci ad imporre alla Cina le stesse sanzioni che imporranno gli Stati Uniti. Obiettivi assolutamente politici quindi, più che commerciali.

Dopo questo scritto ci fu una diffusa incredulità perché la vulgata corrente, ancora oggi abbastanza diffusa,  continua ad essere basata su un concetto opposto, che in sintesi è il seguente.

Trump ha tentato di sparare alto per poi concordare dazi più ridotti. Il crollo della borsa americana però gli ha fatto capire che il Paese più danneggiato da questa politica sono proprio gli Stati Uniti; quindi, sta solamente cercando di trovare il modo di uscirne senza dover dichiarare una sconfitta”.

Vorrei qui spiegarvi il ragionamento che feci oltre un mese fa e che confermo oggi dopo un mese.

Le origini e il primo mandato

Quando Trump non aveva ancora in mente di entrare direttamente in politica, anzi diceva “Io non intendo entrare in politica, io i politici li pago” ed era un immobiliarista di livello medio-alto scrisse un libro “Tecnica della negoziazione” in cui il messaggio principale era: sii duro da subito, e tanto più duro quanto pensi di essere debole; metti subito all’angolo il tuo avversario. Inoltre la sua storia precedente, fatta di alti e bassi clamorosi, confermava la sua capacità più di giocatore di Poker, che di stratega.

Si candidò alle elezioni presidenziali con lo slogan “Make America Great Again”, adoperando questa strategia, e con proclami analoghi a quelli di oggi che non sto a ripetervi. Contro di sé aveva Hillary Clinton, che si presentava in prosecuzione della presidenza Obama, di cui era stata Segretario di Stato. L’appoggio alla Clinton di due potenti ex-presidenti americani dava a Trump ben poche speranze di prevalere. Invece l’inaspettata vittoria colse anche lui di sorpresa e lo spinse a compiere qualche passo falso clamoroso già prima del passaggio di poteri, tanto da spingere il presidente Obama, ancora in carica, ad ammonirlo in maniera irrituale a non prendere iniziative politiche prima di quella data.

Pur se parzialmente impreparato, anche nel suo primo mandato esordì subito con una serie di ordini presidenziali immediatamente esecutivi, seguiti poi da una serie di “cambi di rotta” repentini, dalla cancellazione di alcuni accordi e trattati consolidati, ed anche allora da una battaglia durissima sui dazi. Vi cito, senza entrare in dettagli:

  • l’uscita dalla TPP Trans-Pacific-Partnership, un’alleanza commerciale ideata dalla Presidenza Obama, da cui Trump uscì prima della firma ufficiale;
  • la denunzia del trattato commerciale NAFTA con Canada e Messico, in vigore da molti anni, e la rinegoziazione di un nuovo trattato, che prevede il divieto ai tre Paesi di stipulare accordi commerciali favorevoli con la Cina, pena la decadenza immediata;
  • l’uscita unilaterale dall’accordo sulla non proliferazione delle armi atomiche con l’Iran (cercando di obbligare anche gli altri Paesi europei a fare lo stesso);
  • l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima;
  • l’uscita unilaterale da svariate agenzie dell’ONU.

Per quanto riguarda i dazi, già all’inizio del primo mandato Trump minacciava i fabbricanti di automobili che producevano le auto in Messico e poi le vendevano negli USA creando una crisi del mondo operaio di Detroit, e poi tutti gli altri Paesi di cui dichiarava che gli USA fossero vittima, in particolare Cina e Germania. In particolare quest’ultimo era dichiarato “foe” nemico, e non semplicemente “competitor” come il primo.

Molte delle sue strategie non andarono in porto o ebbero effetti abbastanza limitati per la resistenza o l’inerzia a muoversi di molti Paesi, o addirittura per la resistenza della burocrazia americana che era sopravvissuta alla tradizionale sostituzione dei funzionari apicali durante il periodo di transizione.

La presidenza Biden.

Anche in questo caso la vittoria di Biden fu abbastanza inaspettata e accettata con sollievo dal mondo intero. “America is back” era il suo slogan, aggiungendo subito dopo “to take the lead”, cioè “l’America è tornata per prendere la guida”. Cambiavano i toni, e di molto, come si vide in seguito, ma il concetto era più o meno lo stesso “decido io per tutti”. L’Occidente, in maniera pressoché unanime, accettava volentieri una guida americana che molto spesso non condivideva. Essa consentiva infatti ai partners di mugugnare o protestare, ma evitava loro di assumersi troppe responsabilità in prima fila, in un mondo sempre più instabile. Infatti, la Cina si mostrava sempre più insofferente della “primazia” americana e portava avanti il suo piano “China 2025” di cui ho parlato in passato e la Germania creava legami economici sempre più stretti sia con la Cina che con la Russia.  

La presidenza Biden colse Trump impreparato; non se l’aspettava e, impulsivo com’era, reagì nella maniera che tutti ricordiamo. L’assalto a Capitol Hill, il cuore della democrazia americana, fu un vero e proprio tentativo di colpo di stato, di cui Trump fu come minimo l’istigatore se non proprio l’artefice. Conosciamo tutti il seguito: la giustizia americana non riuscì a processarlo per quest’azione che lo avrebbe portato forse alla pena più grave prevista dall’ordinamento, e l’unica condanna che gli arrivò fu una malversazione economica. Come dai tempi di Al Capone, in America è più facile rischiare una condanna per motivi economici che per altri aspetti ben più gravi di natura diversa.

Certamente in quei quattro anni Trump coltivò un odio feroce per il mite Biden e un chiodo fisso, patologico: riconquistare il potere per vendicarsi del “torto subito” a suo dire, umiliare l’avversario, ridicolizzarlo, e porre un rimedio al sistema giuridico e burocratico che lo aveva frenato durante il suo primo mandato. Non si può capire Trump se non si parte da quest’aspetto psicologico. Non esiste discorso che non sia infarcito di insulti nei riguardi di Biden, e fin dal giorno del risultato elettorale (ed anche prima) si organizzò in maniera da avere campo libero il giorno stesso in cui sarebbe entrato di nuovo alla Casa Bianca.

La nuova presidenza Trump

Ho parlato già del tumultuoso “primo giorno” di Trump e della lunghissima serie di ordini presidenziali esecutivi che firmò quel giorno. Voleva dare un segnale di quello che sarebbe stato il futuro. Non tutti ci credettero ma cominciarono a ricredersi nei giorni immediatamente successivi.

Trump iniziò il suo mandato sostenendo che, in un modo o nell’altro, la Groenlandia sarebbe dovuta diventare americana, che il Canada sarebbe dovuto essere il cinquantunesimo stato federale, che Panama non poteva utilizzare il Canale, un “regalo degli Stati Uniti” per favorire la Cina. A guardar bene si trattava di questioni riguardanti la politica estera, per lo più in funzione direttamente o indirettamente anti-cinese. Subito dopo lanciò la sua politica dei dazi. Per giustificarli Trump trovava le motivazioni più varie. Iniziò a dichiararli un mezzo per obbligare Canada, Messico, ed anche Cina, a bloccare le loro esportazioni di “Fontanyl”, una droga micidiale che sta falcidiando le città americane. Un motivo sanitario quindi. Accusava tutti i Paesi dell’America Latina, in primis il Messico, di favorire, o quanto meno non bloccare l’immigrazione clandestina negli USA. Una motivazione sociale. In realtà, in tutti i casi attaccava i due Paesi confinanti per il “fortissimo sbilancio delle importazioni” che danneggiava gli Stati Uniti. Questa accusa si allargava a tutti i Paesi del mondo senza distinzione alcuna, anche se a livelli diversi.

L’ammontare dei dazi era stabilito sulla base di un calcolo dichiarato da alcuni “abbastanza cervellotico”. Moltissimi osservatori dichiararono fin dal primo istante che queste misure avrebbero danneggiato gli Stati Uniti molto di più del danno che avrebbero creato nel resto del mondo. Avevano ragione, e infatti se ne ebbe conferma il 7 aprile, subito dopo la raffica finale dei dazi le borse di tutto il mondo ebbero un crollo gigantesco, da cui nessuna si è ancora ripresa, soprattutto proprio Wall Street. Era proprio corretta quest’analisi? Già il 27 gennaio il Washington Post pubblicava un articolo in cui sosteneva fra l’altro:

“… Trump ha detto che i dazi potrebbero essere sia un modo per aumentare le entrate che essere uno strumento per ottenere ciò che vuole da altri Paesi… I consiglieri hanno detto che queste richieste riflettono un approccio coeso agli strumenti di coercizione economica. Trump e i suoi collaboratori pensano che le tariffe e le sanzioni siano state usate troppo spesso come mezze misure, ma potrebbero forzare cambiamenti politici se gli USA minacciassero di imporle con la massima forza”.

Qualche conferma di quest’ analisi la diede lo stesso Trump quando (4 febbraio) dichiarò di aver incassato da Messico e Canada più impegno nel sorvegliare i confini, di aver costretto la Colombia a riprendersi i migranti clandestini e Panama a uscire dagli accordi con la Cina. Dopo questo inizio clamoroso e inaspettato Trump ha proseguito la sua politica di imporre e sospendere i dazi, secondo una strategia apparentemente ondivaga. Se osserviamo i fatti in maniera distaccata, ci rendiamo conto però che egli ha già ottenuto dei risultati tangibili. Il contratto di gestione dei porti terminali del canale di Panama fu immediatamente venduto per contanti dal gruppo cinese Hutchison al fondo di investimenti BlackRock in associazione con MSC dell’industriale italo-svizzero Aponte, con un pagamento immediato di 19 miliardi di dollari. Quasi tutti gli altri Paesi stanno cercando di instaurare una trattativa con il presidente americano, e mostrano per lo più un atteggiamento mosso dalla paura. Il Canada, la cui economia è strettamente legata a quella Americana, e in un certo senso ne dipende, ha reagito immeditatamente già il 5 marzo con una dichiarazione dell’allora presidente Trudeau, secondo cui bisognava presumere che la vera intenzione di Trump fosse “un collasso totale dell’economia canadese” per raggiungere un obiettivo di cui il presidente aveva parlato ripetutamente: annettere il Canada. Oggi, dopo le nuove elezioni, il governo canadese è cambiato, ma, forse a conferma delle proprie intenzioni, la marina militare USA ha iniziato a pattugliare i canali fra le isole dell’estremo nord canadese con una motivazione analoga a ciò che fa da anni nel mar della Cina “garantire la libertà di navigazione”, in questo caso del “passaggio a Nord Ovest” fra oceano Pacifico e Atlantico, che sta diventando sempre più navigabile a causa dei cambiamenti climatici. Il volgarissimo slogan che Trump continua a ripetere in ogni occasione sembra che abbia successo quindi, e sono pochissimi i leaders che non stanno intavolando negoziazioni con “l’imperatore” per cercare di ridurre l’impatto nel proprio Paese. Forse uno solo, la Cina, ha risposto colpo su colpo, ma di questo parleremo in seguito.

I rapporti USA-UE

Ciò che più ci interessa è però, ovviamente, la posizione europea in generale, e italiana in particolare. Comincio fornendovi alcuni dati. Gli scambi totali USA-UE (beni e servizi) ammontano (anno 2023, ultimo disponibile) a circa 1600 miliardi di Euro. E’ un valore enorme che dimostra l’importanza reciproca dei rapporti che ci legano. Il 20.6% delle esportazioni di beni europei è destinato agli Stati Uniti; seguono UK 13.2, Cina 1.3, Svizzera 7.5%, Turchia 4.3%. Per quanto riguarda le importazioni la classifica è: Cina 21.3%, USA 13.7% UK 6.8%,Svizzera 5.6% e Turchia 4.0%.In totale gli scambi di beni USA-UE sono ammontati a 865 miliardi di Euro, rispettivamente 333.4 miliardi di importazioni e 531.6 miliardi di esportazioni.

Per quanto riguarda i servizi, essi sono ammontati in totale a 746 miliardi di Euro, rispettivamente 427.3 miliardi di Euro di importazioni europee e  318.7 miliardi di esportazioni.  Lo sbilancio nei due casi è in senso contrario. Attenzione però: il surplus totale registrato dalla UE nei confronti degli Stati Uniti, considerando la somma di beni e servizi è pari solamente a 48 miliardi di Euro, vale a dire solamente il 3% degli scambi totali.

Le ripetute dichiarazioni di Trump secondo cui l’Europa si è sempre approfittata degli Stati Uniti, anzi “ci ha fregati”, non hanno alcun riscontro nella realtà, nascondono strategie ben più profonde se non vogliamo dar retta alle versioni che imperversano su internet, e spesso anche sui giornali che l’uomo nelle cui mani sono riposti i destini del mondo sia un pazzo, affetto da delirio di onnipotenza.

Scartando idee fantasiose dobbiamo arrivare a conclusioni diverse. La guerra in Ucraina ed anche la situazione della Palestina stanno impegnando in maniera molto pesante capitali, armamenti sofisticati, ed energie degli USA. Ciò avviene in un momento in cui la sfida tecnologica ed anche economica della Cina è arrivata a livelli che hanno colto di sorpresa il governo americano sin dalla presidenza Biden. Il mondo è oggi diventato troppo grande e potente perché il governo americano possa impegnarsi su tutti i fronti contemporaneamente. Sia per motivi culturali che pratici, gli USA hanno bisogno di un nemico, ma uno solo, non tanti contemporaneamente. Il loro nemico è oggi la Cina. Lo era già durante il primo mandato di Trump, continuò ad esserlo durante il mandato di Biden, il quale all’inizio della guerra in Ucraina dichiarò “Dobbiamo mettere la Russia in condizione di non nuocerci per i prossimi 40 anni in modo da poterci dedicare alla Cina”. Trump, già prima di esser rieletto dichiarò, secondo il suo tipico stile, che avrebbe posto termine alla “guerra di Biden” in 24 ore. L’impresa si sta rivelando molto più ardua del previsto e speriamo comunque che riesca alla fine a portare la pace. La sua idea di pace però si basa sostanzialmente su due punti di partenza: il primo è ricavarne vantaggi economici, e ci è riuscito con la firma dell’accordo economico con Zelensky, dimostrando che ancora una volta il suo bullismo ha funzionato. La seconda è di soddisfare per quanto possibile la Russia in modo da distaccarla dai rapporti strategici odierni con la Cina, che hanno permesso allo “zar” di sostenere la guerra senza troppi danni. In questo senso quindi un cammino inverso rispetto a quello compiuto da Nixon e Kissinger. Una volta che la guerra in Ucraina arriverà a una qualche forma di pace, o di tregua stabile, del tipo di quella fra le due Coree o di Cipro, l’America potrà concentrarsi sul suo vero nemico. Per far ciò, le sue forze armate dovranno essere in grado di impegnarsi in maniera credibile nel Pacifico, senza doversi preoccupare troppo dell’Europa e del Medio Oriente. Da qui nascono sostanzialmente quattro richieste formulate più o meno a mezza bocca o talvolta in maniera indiretta. Esse sono:

  • L’Europa non può continuare a credere, come ha fatto fino ad ora, che sia l’America a preoccuparsi della sua sicurezza. Deve quindi spendere molto di più di quanto ha fatto fino ad ora per la propria difesa.
  • Nel riarmarsi deve comprare armamenti americani, e non limitarsi ad aumentare la propria capacità tecnologica e quantitativa. Ciò si deve applicare anche ai sistemi di telecomunicazioni “sicure” che, in quanto tali, devono essere americani.
  • Non dirottare i propri mercati al di fuori degli USA. Gli accordi che si sta cercando in questi giorni di mettere in piedi con il Mercosur o l’India fanno storcere il naso a Trump, ma mai e poi mai la UE dovrà parlare di alternative commerciali con la Cina. Al contrario, quando Trump concluderà sanzioni commerciali nei riguardi del Celeste Impero, l’Europa dovrà essere pronta a farne di analoghe, in modo da isolare la Cina dal commercio principale (con USA ed Europa) e lasciare loro sostanzialmente i mercati “poveri”. Inoltre la UE dovrà comprare “petrolio e gas americano”, piuttosto che idrocarburi provenienti da “Paesi ostili” anche se più costoso.
  • L’ultimo punto nasce da un’osservazione di Federico Fubini il quale sul Corriere sostiene, supportato da molti dati, che il vero tallone d’Achille di Trump è l’enorme e sempre crescente debito pubblico americano, e se non riuscirà nel suo scopo di porvi rimedio, fallirà sostanzialmente tutta la sua politica economica che lo ha portato alla Casa Bianca. Trump sta in sostanza chiedendo all’Europa di comprare sempre più debito americano, man mano che viene emesso. I titoli dovranno restare a tassi molto bassi, e a lungo termine, addirittura a scadenza di un secolo. In sintesi Trump sta cercando di spostare il rischio del debito degli Stati Uniti dai contribuenti americani ai Paesi esteri. Un vero ricatto, come lo definisce il giornalista.

Che cosa otterrebbe Trump con questa tenaglia? Tante cose. Anzitutto con i primi due argomenti otterrebbe un maggior supporto militare europeo, almeno nel quadrante occidentale. Sa infatti che difficilmente l’Europa si impegnerà seriamente in teatri di guerra lontani, come l’Oceano Pacifico. Inoltre, essendo il fornitore degli armamenti, terrà in pugno gli eserciti europei con la tecnologia ad essi legata e con la fornitura dei pezzi di ricambio. Come vantaggio indiretto sposterà a proprio favore la bilancia commerciale, sia con la vendita delle armi che con quella degli idrocarburi.

Il terzo punto è eminentemente politico. Gli USA non possono permettersi di vedere un’Europa che si sposti verso una sorta di “neutralismo economico” tale da creare un terzo Polo indipendente, con ciò sancendo il multilateralismo da sempre sostenuto dalla Cina, ma avversato dagli USA che vogliono un mondo schierato “con noi o contro di noi”.

Il quarto punto è, come ho detto, un ricatto rivolto a tutto il mondo e probabilmente anche alla Cina che avrebbe la possibilità di assorbirne una quantità notevole.

Questa è la mia analisi, da cui, se confermata, si dimostra che la strategia di Trump è tutt’altro che la visione di un matto, ma una gestione imperiale che vuole mantenere il proprio status messo in pericolo dal multilateralismo di stampo cinese.

Come reagirà l’Europa?

Credo la chiave di volta che potrebbe reggere o, viceversa, far crollare tutta la costruzione trumpiana sia proprio nelle decisioni del Vecchio Continente.  

Dall’inizio degli anni ’50 USA ed Europa (oggi UE) non sono mai stati così distanti fra loro. Basti un solo esempio: non era mai capitato che in una votazione importante all’ONU gli Stati Uniti si fossero schierati con la Russia, contro i Paesi europei che recentemente hanno votato una mozione sulla guerra in Ucraina. I rapporti sono ai minimi termini e purtroppo i Paesi europei si sono presentati all’appuntamento in maniera divisa, frammentata da opinioni diverse e, peggio, guidata spesso da interessi nazionali di piccolo cabotaggio rispetto all’importanza del problema in discussione. Macron è forse il più acceso oppositore a Trump sia sulla problematica della guerra in Ucraina che sulla politica commerciale. “L’Europa deve presentarsi unita e con la schiena dritta” è la sua dichiarazione preferita. Sanchez, il premier spagnolo, con il suo terzo viaggio a Pechino, conferma la necessità di finalizzare l’accordo commerciale con Pechino da tempo messo in soffitta. La presidente Meloni si schiera sul fronte opposto, cercando di assumere il ruolo di interlocutrice privilegiata di Trump nel tentativo di smussare gli spigoli e promuovere un accordo USA-UE. In questo modo cerca di ottenere “un trattamento di favore” dal presidente USA, senza però creare alcuna frattura con la UE, alla quale riconosce la necessità di una posizione unitaria. Un equilibrio molto difficile che però le consentirebbe di acquisire una posizione non marginale in una trattativa che rischia di essere dominata da Francia e Germania, in associazione in questo caso con la Gran Bretagna. Cercando di consolidare questo ruolo la Meloni aveva proposto di organizzare una riunione a Roma fra Trump e tutti i capi di stato o di governo della UE, assieme ovviamente alla presidente della commissione. Ciò non era piaciuto a nessuno e in particolare a Francia, Spagna, Polonia e Germania. Un tentativo di organizzare un meeting preliminare con la sola Von der Leyen in occasione dei funerali di Papa Francesco è andato anch’esso a vuoto, e i due si sono limitati ad una semplice stretta di mano con la “promessa” di vedersi in futuro. Al di là di queste schermaglie interne alla UE, la situazione resta però complessa. Un lancio dell’ANSA il 2 maggio scorso sostiene che la UE sarebbe pronta ad aumentare gli acquisti di beni statunitensi fino a 50 miliardi di Euro, come gesto distensivo per riequilibrare i rapporti commerciali. L’idea sarebbe di incrementare le importazioni di LNG (metano liquido), soia e altri prodotti agricoli USA. In un’intervista al Financial Times, Maros Sefcovic, commissario europeo per il commercio, ha dichiarato che la UE sarebbe comunque disponibile a collaborare con gli USA sul tema dell’export cinese, proponendo una cooperazione su acciaio, semiconduttori e materie prime critiche per rafforzare la sicurezza economica. Chiude la dichiarazione dicendo che non si tratta di proposte formali, ma di semplici ipotesi in discussione. Comunque “Sarà molto difficile trovare una soluzione che sia chiaramente buona e accettabile per tutti i nostri Stati membri.” In sostanza mettendo insieme le varie fonti sembrerebbe che un accordo per maggiori acquisti di beni fino un massimo di 50 miliardi di Euro sarebbe accettabile, anche perché si deve considerare il parallelo sbilancio sui servizi. Il riarmo “accelerato”, in termini generici anch’esso, sarebbe vicino a un accordo. Resta, però, un problema gigantesco ed è quello dei rapporti con la Cina. Valdis Dombrowskis il 23 aprile durante la visita a Washington, pur ribadendo il ruolo centrale della partnership economica fra UE ed USA ha dichiarato “La nostra politica nei confronti della Cina si basa sulla riduzione del rischio, non sul disaccoppiamento” nell’ottica di affrontare insieme problemi come la sovraccapacità industriale cinese e le pratiche non di mercato. Nella stessa occasione ha ricordato gli accordi commerciali della UE con Mercosur, Messico e Svizzera, e le trattative in corso con India, Indonesia, Filippine, Tailandia, ed UAE. E infine “Non rinunciamo alla nostra partnership più importante. In un mondo sempre più conflittuale, avremo ancora bisogno l’uno dell’altro” Queste frasi danno l’impressione che la UE lanci il messaggio agli USA di essere pronta a diversificare i suoi mercati in caso di mancato accordo sui dazi, ma senza spingersi fino ad accordi con la Cina che sarebbero inaccettabili da Washington. Trump, a sua volta, in un’intervista a Fox News ha lasciato intendere che l’America Latina, ed implicitamente altri partners, “forse dovrebbero sganciarsi dalla Cina” per avere rapporti fruttuosi con gli Usa. Pechino però non sta a guardare e avverte che “La Cina non accetterà mai accordi raggiunti a sue spese” e si dice pronta a rispondere con contromisure risolute. UE e Cina hanno, ad oggi, confermato un vertice a luglio, proprio per cercare un accordo “che salvi capra e cavoli”. Sanchez, in questo contesto, sembra che si muova in maniera speculare alla premier italiana e dialoga unilateralmente con Pechino. Prima della sua visita, a metà aprile, il segretario americano al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato a Fox News che guardare come un possibile partner la Cina invece che gli Stati Uniti sarebbe una “scommessa persa per gli Europei”, e che essa sarebbe come “tagliarsi la gola”. La risposta di Xi Jinping, durante il meeting con Sanchez è stata altrettanto decisa, con l’invito a Bruxelles a reagire insieme alla Cina al “bullismo unilaterale degli USA”. “Di fronte all’evoluzione dei cambiamenti globali, solo con la collaborazione tra Paesi possiamo lavorare per la pace e la stabilità.” “La Cina è pronta a costruire un partenariato strategico completo con la Spagna più focalizzato e dinamico, con l’obiettivo di  migliorare il benessere dei nostri  popoli, dare un impulso alle relazioni Sino-Europee, farsi carico delle proprie responsabilità internazionali, mantenere insieme la tendenza della globalizzazione economica e l’ambiente del commercio internazionale, e resistere insieme alle prepotenze unilaterali”. (Xinhua).

Come si vede Trump è quindi tutt’altro che pazzo. Ha messo l’Europa con le spalle al muro, di fronte ad una decisione difficilissima, direi storica. Allinearsi totalmente con gli USA in questo “muro contro muro” fra i due blocchi che sta cercando di creare, oppure rivendicare la propria indipendenza ed ergersi come terzo Polo. Da una parte la civiltà e la storia comuni pongono l’Europa sulla stessa linea degli USA: una democrazia che garantisce, pur con grandi differenze, diritti per noi irrinunciabili. Dall’altra il riconoscimento che nel mondo esistono diverse culture e civiltà, tutte con uguali dignità al loro interno. Nella misura in cui nessuna di esse vuole imporsi e tentare di sopraffare le altre, non c’è motivo di combattersi ed è possibile, anzi è necessario per il mondo intero, stabilire relazioni commerciali eque a vantaggio di tutti. La cultura e tutta la storia cinese hanno dimostrato che essi non cercheranno mai di invadere l’Europa, mentre il contrario è già avvenuto. Ciò è stato capito appieno da Papa Francesco che ha speso tutto il suo pontificato nel cercare di abbattere muri privi di senso nel mondo di oggi.

Se l’Europa riuscirà a porsi come ponte fra questi due mondi troppo diversi per potere dialogare direttamente avrà recuperato il suo ruolo storico centrale. Altrimenti sarà condannata a scomparire come civiltà autonoma.  

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