
Domani pomeriggio si tiene a Roma la manifestazione nazionale contro il piano di riarmo europeo da 800 miliardi.
La manifestazione è parte della campagna europea Stop ReArm Europe e si tiene in concomitanza con il vertice Nato del 24 al 26 giugno, che si terrà a L’Aia in Olanda il vertice Nato, dove si discuterà l’innalzamento delle spese militari dal 2% al 5% per i paesi membri dell’Alleanza atlantica.
Ci saranno i 5 Stelle, l’Avs di Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Ilaria Salis.
«Qualcuno del Pd ci sarà» hanno garantito al Nazareno, e anche se quel qualcuno non sarà Elly Schlein impegnata ad Amsterdam con la concomitante riunione di Socialisti e Verdi olandesi.
Ovviamente l’armata progressista si dimentica di come si è comportata non molti anni addietro.
Il Governo Conte II (settembre 2019 – febbraio 2021), ad esempio, ha seguito una traiettoria di incremento graduale delle risorse per la difesa, in linea con gli impegni NATO sottoscritti dall’Italia nel 2014, che prevedevano di raggiungere il 2% del PIL per le spese militari entro il 2024.
Durante il Conte II, le spese militari sono aumentate progressivamente, passando da circa 22,9 miliardi di euro nel 2020 a 24,5 miliardi nel 2021, secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa e della NATO.
Va notato che Giuseppe Conte, come premier, ha confermato in vertici NATO (2018 e 2019) l’impegno italiano verso l’obiettivo del 2%.
La sinistra Brancaleone ha la memoria corta, come sempre.
L’Italia ha avuto un ruolo significativo nei bombardamenti della Serbia durante la guerra del Kosovo nel 1999, nell’ambito dell’operazione NATO “Allied Force” (24 marzo – 10 giugno 1999).
La guerra del Kosovo (1998-1999) è scoppiata a causa delle tensioni etniche tra la maggioranza albanese e la minoranza serba nella provincia del Kosovo, allora parte della Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro).
Dopo il fallimento dei negoziati di Rambouillet (1999), la NATO, senza mandato ONU, decise di intervenire con una campagna aerea per fermare la repressione serba e costringere Belgrado a ritirarsi dal Kosovo.
L’Italia mise a disposizione basi aeree chiave, come quella di Aviano (Friuli-Venezia Giulia), da cui decollarono numerosi aerei NATO. Altre basi, come quelle di Amendola, Gioia del Colle e Brindisi, furono utilizzate per operazioni logistiche e di supporto.
Le basi italiane furono cruciali: circa 1.000 aerei NATO operarono principalmente da territorio italiano, con 300.000 tonnellate di carburante erogate e un’usura delle piste pari a un anno e mezzo di utilizzo normale.
Navi e sottomarini NATO partirono anche dall’Adriatico, con il supporto logistico italiano. L’Italia partecipò direttamente ai bombardamenti con aerei AMX e Tornado, che colpirono obiettivi militari serbi, come radar e batterie missilistiche. Il generale Mario Arpino, allora capo di stato maggiore della Difesa, confermò che i velivoli italiani furono impiegati in missioni offensive, non solo difensive. La partecipazione italiana fu seconda solo a quella degli Stati Uniti in termini di sforzo logistico e operativo.
L’Italia schierò anche sistemi di difesa antiaerea (Spada e Hawk) per proteggere le basi NATO sul proprio territorio.
Questi i fatti. Veniamo alla politica.
La decisione fu del governo italiano, guidato da Massimo D’Alema (centrosinistra), che autorizzò l’uso dello spazio aereo e delle basi italiane, nonostante il dibattito interno sulla legittimità dell’intervento, che violava l’articolo 11 della Costituzione italiana (ripudio della guerra come strumento di offesa).
Sergio Mattarella, allora vicepremier e ministro della Difesa, fu tra i responsabili delle decisioni operative.
L’intervento fu giustificato come “guerra umanitaria” per fermare la pulizia etnica in Kosovo, ma suscitò critiche per la mancanza di un mandato ONU e per i danni collaterali.
I bombardamenti NATO causarono tra 1.200 e 2.500 morti (tra cui 489-528 civili, secondo Human Rights Watch) e circa 12.000 feriti in Serbia e Kosovo. Furono distrutte infrastrutture civili (ponti, centrali elettriche, scuole, ospedali) e militari. Incidenti significativi inclusero il bombardamento della televisione serba (16 morti) e di un convoglio di profughi albanesi (73 morti).
In Italia, il coinvolgimento nella guerra del Kosovo segnò un precedente per interventi militari successivi (es. Libia 2011) e alimentò il dibattito sul ruolo del Paese nella NATO.
Nel 2011, essendo presidente della Repubblica e, conseguentemente, capo delle Forze Armate, Giorgio Napolitano, l’Italia partecipò alla caduta di Muammar Gheddafi, procurando un danno immenso al Paese e attuando un disastro che vede ancora la Libia nel marasma e, ormai, sempre più in mano a Turchia e Russia.
A partire dal 25 aprile 2011, l’Italia passò a una “partecipazione attiva” nell’operazione Unified Protector della NATO. L’Aeronautica Militare italiana effettuò circa 1900 sortite e 456 missioni di bombardamento, di cui 310 di attacco al suolo e 146 di neutralizzazione delle difese aeree libiche, senza contare gli attacchi a obiettivi di opportunità. I Tornado ECR italiani, decollati da basi come Trapani-Birgi, svolsero missioni di ricognizione e soppressione dei radar nemici, mentre altre operazioni includevano il supporto logistico e l’illuminazione degli obiettivi.
L’Italia mise a disposizione basi strategiche, come quelle in Sicilia, fondamentali per le operazioni NATO. Secondo alcune fonti, senza queste basi, l’intervento sarebbe stato logisticamente più complesso. La decisione di partecipare attivamente fu influenzata anche da pressioni interne, con l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che avrebbe avuto un ruolo chiave nel superare le esitazioni del governo Berlusconi.
Tutto dimenticato.
Mostra di avere memoria, invece, Massimo D’Alema, non in relazione ai bombardamenti della Serbia, ma per prendersela con Trump.
Intervenuto a Otto e mezzo su La7, l’ex presidente del Consiglio ha detto: “Penso che forse neanche Trump sa se combatteranno al fianco di Israele. Lui stesso ha detto che nessuno sa cosa farà”.
“Bisognerebbe – ha aggiunto D’Alema – sottolineare con maggiore forza che andrebbe fermato questo conflitto, è interesse del mondo e dell’Europa. Un negoziato con l’Iran è stato fatto: portò a un accordo che spinse l’Iran a interrompere lo sviluppo della bomba nucleare. Fu Trump a sabotarlo, una responsabilità gravissima. Non possiamo dimenticarlo”.
La memoria a D’Alema non manca, ma non gli difetta nemmeno la capacità di schierarsi dalla parte di regimi dittatoriali.
“Se l’Iran avesse la bomba nucleare – ha detto D’Alema a Otto e mezzo – non ci sarebbe la guerra, basti pensare alla Corea del Nord. Questo farà pensare a molti Paesi che avere l’atomica sia l’unico modo per non essere bombardati. Ho l’impressione che fare la guerra a chi non è democratico sia qualcosa di irrealistico. Non possiamo bombardare tutti quei Paesi che non sono democrazie. Sotto le bombe alla fine prevalgono le posizioni più radicali. I regimi cambiano quando c’è capacità di cambiare nella società, non per le bombe. Basti guardare l’Afghanistan, bel risultato”.
E ancora: “Pace? Ci sono sempre margini per negoziare. Il problema è capire se si riescono a fermare le forze che vogliono impedire il negoziato, prima fra tutte Israele. L’attacco voluto da Netanyahu è stato fatto innanzitutto per bloccare un dialogo fra Usa e Iran. L’Europa per ora è debole, spero prenda coscienza, sono in gioco valori e interessi fondamentali come sicurezza e approvvigionamento energetico. Il filotrumpismo e il populismo di Trump non aiutano l’Europa. I sovranismi possono avere affinità ideologica ma una volta al potere entrano in conflitto. I nostri interessi e valori sono tutelati dall’Europa, ma ora sono in gioco
Sempre restando alla politica estera, D’Alema ha parlato della situazione di Gaza: “È incomprensibile la censura informativa su Gaza. E come ha potuto Israele toccare certi picchi di violenza e barbarie?”.
Massimo D’Alema ha espresso nel corso degli anni posizioni di riconoscimento di Hamas come forza rappresentativa del popolo palestinese.
Nel 2007, D’Alema, allora Ministro degli Esteri, dichiarò che “Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese” e che era interesse della comunità internazionale evitare di spingere movimenti come Hamas verso posizioni estremiste, come quelle di Al Qaeda.
E a proposito di memoria, va ricordato che Enrico Berlinguer, storico segretario del Partito Comunista Italiano (PCI) dal 1972 al 1984, è noto per la sua celebre dichiarazione del 1976, rilasciata in un’intervista al Corriere della Sera con Giampaolo Pansa, in cui affermò di sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della NATO” rispetto al Patto di Varsavia.
Questa frase, pronunciata alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, segnò un momento cruciale nella storia del PCI e della politica italiana.
Berlinguer, leader di un partito comunista occidentale, stava cercando di posizionare il PCI come forza autonoma e democratica, distaccandosi dall’influenza sovietica. Questo processo, noto come “eurocomunismo”, mirava a promuovere un socialismo democratico, distinto sia dal modello sovietico autoritario sia dal capitalismo occidentale.
Berlinguer era consapevole che un’uscita unilaterale dell’Italia dalla NATO avrebbe destabilizzato l’equilibrio geopolitico internazionale, rischiando di innescare conflitti o pressioni da entrambe le superpotenze.
Nell’intervista, Berlinguer spiegò che l’Italia, non appartenendo al Patto di Varsavia, poteva perseguire una “via italiana al socialismo” senza condizionamenti sovietici.
La dichiarazione suscitò reazioni contrastanti. All’interno del PCI, causò sconcerto e malumori, soprattutto tra le frange più filosovietiche, come quella guidata da Armando Cossutta, che la considerò una sorta di tradimento.
Un evento che potrebbe aver influenzato la posizione di Berlinguer fu il misterioso incidente d’auto avvenuto a Sofia, in Bulgaria, nell’ottobre 1973. Durante una visita ufficiale, l’auto su cui viaggiava fu travolta da un camion militare, causando la morte dell’interprete accanto a lui. Berlinguer, sopravvissuto per miracolo, sospettò si trattasse di un attentato orchestrato dal KGB, a causa delle sue posizioni critiche verso l’URSS, come la condanna dell’invasione di Praga del 1968. Questo episodio rafforzò la sua determinazione a distaccare il PCI dall’orbita sovietica.
Quanto siano distanti le posizioni della sinistra Brancaleone progressista da quella della sinistra storica è del tutto evidente e la posizione di Elly Schlein mette il Pd in un contesto che nulla ha a che fare con le stesse radici del suo partito, che ormai è trascinato in una deriva rovinosa per il suo collocamento internazionale.
Per tornare alla cronaca, l’armata Brancaleone progressista di domani è stata promossa da Arci, Ferma il riarmo (Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Perugia Assisi, Greenpeace Italia), Attac e Transform Italia.
Tra le sigle che hanno aderito alla campagna ci sono la Cgil, l’Anpi, realtà della galassia femminista, il mondo cattolico delle Acli, del centro interconfessionale Cipax, il collettivo di fabbrica della ex Gkn di Campi Bisenzio, le comunità palestinesi del Lazio e della Campania.





