
di Angelo Giubileo
Nella sua altra opera, senz’altro meno nota, dal titolo italiano “Le origini del pensiero scientifico” (1964), Giorgio de Santillana riconduce l’intero percorso della specie umana all’interno di ciò che egli chiama “tre religioni scientifiche”. Così che tutta la conoscenza – della specie detta “sapiens” – tragga ispirazione da tre “atteggiamenti” predominanti, diversi e corrispondenti.
In estrema sintesi, trattasi di tre comportamenti classificabili nell’ambito di tre diverse teorie scientifiche o religioni; in definitiva, tre diversi approcci di ciascun individuo all’essere e alla vita, qualificabili come “atomismo”, “stoicismo” e “neoplatonismo”.
La conoscenza rappresenta pertanto un’arte, un modo di essere o di vivere, secondo un principio di scelta predeterminato.
Riguardo all’Atomismo, Giorgio de Santillana individua il principio-guida dell’azione in “una mente sgombra da timore”, ciò che in autori come Democrito e Lucrezio costituisce “il bene supremo”. Il credo, tipico, di un atomista è validamente ed efficacemente rappresentato dal pensiero classico di Epicuro: “non solo aveva ripreso la controffensiva dell’illuminismo sofistico per svelare gli inganni e le illusioni della Repubblica di Platone: egli si spinse assai più in là di quanto non osassero i sofisti, nel denunciare le pretese di sapienza delle classi dominanti, e tutte le finte istanze sociali”. Suscitando a tale proposito l’allarme di Cicerone, che “promosse la dottrina di Polibio, il grande storico, e Panezio, l’oratore filosofo: essa creò quella che gli storici chiamano civiltà greco-romana”.
Lo Stoicismo contrasta infatti apertamente con la visione atomistica: “mentre gli epicurei si isolano tranquillamente dal mondo, gli stoici invece sono pronti a salutare con entusiasmo i mutamenti rivoluzionari (…) tutta l’umanità costituiva una sola grande confraternita, per la quale fu inventato in seguito il termine società: una sola umanità in un mondo unico”.
A detta di De Santillana l’ultimo grande interprete stoico dell’antichità fu senz’altro l’imperatore “repubblicano” Marco Aurelio.
Terza forma di religione scientifica, per De Santillana, è stata ed è il Neoplatonismo. Il cui atteggiamento, gettato nelle fondamenta del pensiero cristiano, presuppone una fuga dal mondo: “la religione della tarda antichità è tutta tesa appassionatamente a formulare progetti di fuga dalla prigione dei Signori della Creazione. La classica figura dell’Insegnante, colui che impartisce un complesso di conoscenze, è sostituita da quella del Maestro, i cui detti oracolari devono essere interpretati come qualcosa di assoluto – una rivelazione. Egli è l’Uomo che Salva”.
In merito a ciò detto, è opportuno fare almeno due annotazioni.
La prima, che fa riferimento all’epoca attuale in cui codesta “fuga” ha assunto la forma di una fuga definitiva dalla “condizione” che ancora diciamo umana, e di cui vi è ampia traccia nell’allarme – è sempre di un “pericolo”, come dice Heidegger in conclusione nei suoi “Sentieri interrotti” (Holzwege), che occorre discutere (!) – conclusivo dell’opera che introduce alla “avanzata del formalismo meccanizzato e dei dinosauri elettronici”.
La seconda, che riprende e configura più accuratamente l’ipotesi di quest’allarme; nell’ultima parte della più nota opera – a cui si faceva cenno in apertura, dal titolo italiano “Il mulino di Amleto” (1969) – e precisamente nell’Epilogo laddove Giorgio de Santillana scrive: “… La mente ha abdicato, oppure si contrae in preda a un terrore apocalittico. In campo artistico si parla di amorfismo o disintegrazione della forma, di trionfo dell’incoerenza nella poesia concreta e nella musica contemporanea. Le nuove sintesi, se ancora ve ne sono di possibili, si trovano oltre l’orizzonte”. Postumano o transumanista che sia.
Infine, introducendo questa loro più prestigiosa opera, scritta da Giorgio de Santillana insieme a Hertha von Dechend, i due autori scrivono che “questo lavoro (…) assomiglia piuttosto a un organismo tenacemente racchiuso in sé, o meglio ancora, a una monumentale Arte della fuga”. Ma il titolo scelto è un altro e tale da fare espresso riferimento ad Amleto, “un personaggio presente nel fondo della nostra consapevolezza” ovvero la conoscenza da parte di ognuno della propria vita e del proprio essere che ci circonda.
Ma “fu tuttavia una sorpresa trovare dietro la maschera una potenza cosmica antica che tutto abbracciava: l’originario signore della vagheggiata prima età del mondo”.
Una figura, come Shiva, capace di abbracciare l’intero mondo e oltre.





