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LA DEMOCRAZIA SI DIFENDE METTENDO AL CENTRO IL CITTADINO E CON LA PARTECIPAZIONE

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di Antonio Foccillo

Quello che sta avvenendo in questi ultimi periodi sembra interessare solo i commentatori politici, invece interessa tutti, perché riguarda il futuro dell’Europa, del nostro Paese e il futuro della democrazia italiana.

L’avvento di Trump e le recenti elezioni in Germania confermano una tendenza che il mondo, l’Europa e l’Italia vanno a destra. Non lo dico come un anatema ma semplicemente come analista politico, che da laico rispetta il pensiero di tutti.

Questi avvenimenti mi ricordano l’avvento della presidenza Regan e la contemporanea elezione della Thatcher in Gran Bretagna, che imposero una serie di riforme neo liberiste, sostenute anche dalle 10 ricette degli economisti del Washington Consensus, quelle della piena libertà di mercato, delle liberazioni, delle privatizzazioni, della flessibilità delle regole del lavoro e nel lavoro, ma, soprattutto, della fuoriuscita dello Stato dal mercato e l’abbattimento delle politiche del welare. Tutte si sono dimostrate deleterie perché hanno distrutto molte conquiste del novecento per i cittadini e i lavoratori ed hanno peggiorato le condizioni dell’economia e delle popolazioni.

Anche in quel caso la sinistra, come oggi, non aveva compreso fino in fondo la situazione e anzi sposò una politica che sostenne quei dogmi, facendo a gara a chi si alleava per prima con quelle politiche, anche per prendersi qualche rivincita con le organizzazioni sindacali. Furono ridotti diritti e tutele anche con la complicità della sinistra.

Quello che è mancato ieri e manca oggi, è proprio la capacità della sinistra di uscire dalle ambiguità e proporre un modello alternativo economico, sociale e dei diritti civile e democratici. 

La differenza rispetto a ieri che, oggi, si voglia imporre l’egemonia attraverso la tecnologia.

E si chiede l’uomo forte o la parte politica forte che risolva le tante problematiche che si stanno vivendo, quasi come se fosse necessario per lavarsi la coscienza per avere sostenuto la partecipazione democratica e la salvaguardia di valori che avevano migliorato le condizioni delle cittadinanze.

Certamente in un momento come questo è necessario ponderare le parole ma non si può escludere nessuno dal rivendicare senso di responsabilità e chiedere con forza di riprendere una dialettica democratica all’interno delle regole che le nazioni si sono date con le Costituzioni.

Di fronte a questa situazione che rischia di diventare drammatica, bisogna chiedere con decisione a tutte le forze responsabili di smetterla, di tornare a ragionare con la testa e non con gli umori più bassi.

Bisogna reagire per ricostruirne l’autorevolezza e la legittimazione della Politica, quella con la P maiuscola, e ricostruire una ripresa di tutti soggetti della democrazia.

Oggi ci sono sintomi che sembrano preparare l’eclissi della democrazia stessa, che ha sviluppato un percorso non verso un vero e profondo cambiamento, ma a fuoriuscire dalla crisi con nuove deleghe in bianco date alla destra.

Questo non lo dico solo io, ma anche un politologo come Carlo Galli. Egli in un suo libro, ha scritto che la nuova guerra fredda potrebbe essere combattuta da democrazie liberali, che si stanno trasformando in democrazie autoritarie da una parte e da democrature o autocrazie dall’altro.

È proprio in tal senso, il presupposto di tutte e due le parti in conflitto è che il principio della rappresentanza deve essere ormai superato, poiché appare più adeguato un sistema trasformato che le nuove moderne tecnologie e i social stanno amplificando.

In passato il sociologo e politologo, Colin Crouch, aveva parlato di post-democrazia e di dittatura dei media che avrebbero condizionato sempre più le intenzioni di voto del popolo sovrano, per evidenziare il percorso che avrebbe portato i sistemi democratici lontano dagli obiettivi della democrazia. Questa premonizione poi si è realizzata in concreto.

Per ricostruire un modo di far politica di nuovo democratica e rappresentativa il presupposto è una ricostruzione culturale e sociale della qualità della politica.

La democrazia non sopravvisse alla città antica, potrebbe non sopravvivere alla nazione moderna. Occorre ancorarla a dei valori che la salvino anche nei grandi scenari della forza del potere, delle egemonie transnazionali, insomma di quelle forme inedite che sta assumendo la nuova politica diI Trump.

Il nostro Paese sta già vivendo un momento difficile dal punto di vista economico e avrebbe più che bisogno di una politica keynesiana. Invece, il governo italiano è stato il primo paese a sposare le teorie di Trump.

La stessa Europa vive una crisi di strategia, di autorevolezza e, soprattutto di una incapacità a essere una guida forte per una alternativa. La destra si rafforza dappertutto e la sinistra velocemente sta perdendo la capacità di aggregare il consenso. Non ha un progetto di società diverso dai valori dominanti e la gente cerca, in questa situazione di incertezza e di solitudine di essere rappresentata dall’originale di questa politica che è la destra. 

La sensazione, del tutto personale, che ha sfasciare tutte le conquiste ed i diritti ci voglia un attimo, costruire di nuovo poi ci vogliono decenni.

Per evitare di doversene rendere conto come in passato, nessuno si può chiamare fuori di fronte a questa nuova tendenza politica, e vanno ricostruite responsabilità e valori verso cui indirizzare la società, la democrazia, oltre che la politica.

Purtroppo nel nostro Paese e non solo, oggi vengono fuori le magagne di un assurdo attacco a tutto quello che aveva garantito democrazia, sviluppo, benessere e partecipazione.

Sono convinto che siano sempre più sbagliate le ragioni di quelli che tentano di inculcarci i dogmi della velocità delle decisioni, perché proprio quando si sono rinnegati i metodi e gli strumenti democratici, che reggevano fin dal primo novecento, si è dichiarata la propria sconfitta.

La società che ci stanno imponendo potrà esser pur veloce ma demolisce non costruisce, separa non include, impaurisce non rassicura. L’esserci chiusi in noi stessi ci ha portato ad avere paura di chiunque sia minimamente diverso dal nostro bagaglio di esperienze acquisito e non a vedere più la diversità in un valore di crescita e arricchimento di quel bagaglio che ci portiamo dietro.

Sì ha paura di esser soli, lasciati al proprio destino, cosa che non appartiene in alcun modo alla cultura della coesione e della solidarietà che aveva vinto in Europa. 

Per queste evidenze, mi sento di dire che dovremmo ripartire proprio dal senso dello stare insieme per il bene comune e dall’idea di uno Stato inteso come comunità inclusiva, tollerante e solidale, vicina a chi è più in difficoltà.

Senonché per farlo abbiamo bisogno di strumenti democratici che ricreino una coscienza comune e che mettano al centro la persona, come hanno fatto in passato le forze progressiste.

La competizione esasperata ha allontanato le persone e ha peggiorato la vita di tutti i giorni, solo insieme, fianco a fianco, è possibile trovare le risposte allo stato di bisogno della nostra collettività.

Lo si può continuare a fare per ricreare condizioni in cui si potrà di nuovo sperare in un domani migliore e in cui i cittadini, attraverso la partecipazione democratica, si riapproprino della politica.

Lo si deve fare!

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  • Redazione

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