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LA DEMOCRAZIA E LA PARTECIPAZIONE

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di Gianvito Caldararo
 
Si sostiene doverosamente che la democrazia per  essere vitale” e rifuggire dai rischi di un certo individualismo, da una certa passività e di un certo “privatismo” e per superare le fisiologiche contrapposizioni senza farle degenerare in insanabili conflitti, deve essere alimentata con l’esercizio della cittadinanza, che si esprime attraverso la “partecipazione attiva”.

Il pericolo che corre oggi il sistema democratico è caratterizzato da due ragioni ovvero cause. La prima è quella che la metà degli elettori non si reca più alle urne, i giovani non partecipano alla politica, mentre la seconda ragione è la cosiddetta “sindrome di NIMBY”, portata avanti da minoranze sempre più esasperate.
La prima ragione, forse, si può superare con una legge elettorale che preveda il ritorno alla preferenza, ma anche di sollecitare la partecipazione dei giovani alla vita politica. E l’occasione per i giovani è offerta anche dal centenario della nascita del poeta, politico e ricercatore Rocco Scotellaro (1923-2023). Il più giovane sindaco d’Italia, il giovanissimo politico socialista che a 23 anni è eletto sindaco della sua città, il comune di Tricarico della regione Basilicata o Lucania, per il quale attraverso la “democrazia partecipata” mira ad ottenere da uno Stato latitante e assente, la costruzione dell’edificio scolastico, dell’Ospedale civico e le scuole per adulti.
Il poeta Scotellaro, che lo scrittore Raffaele Nigro lo ricorda come: “aveva piegato con Hikmet la poesia verso il concreto politico e rivoluzionario, prima di Neruda e di Pasolini”. Nazim Hikmet, il più noto poeta turco, lo ha definito  il comunista romantico e anche  il “il rivoluzionario romantico”. Mentre Carlo Levi, definirà il giovane intellettuale Scotellaro, “quell’altro mondo, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente, che rappresenta quella terra senza conforto, dove il contadino vive la sua immobile civiltà, nella presenza della morte”. E Rocco Scotellaro è stato il giovane sindaco che ha operato in una “terra dimenticata dalla latitanza dello Stato, in cui la civiltà contadina sopravviveva in una situazione disumana, con un caporalato spietato e intransigente e un’estrema e perpetua povertà”.
In quella situazione si realizzano le “Consulte locli”, dove anche i contadini potevano esprimere la propria opinione. Rocco Scotellaro sperimenta – modernissimo – la partecipazione dei paesani alla soluzione dei problemi, cioè una forma di “democrazia partecipata”. Fu così che i contadini, i braccianti, i “cafoni” si fidano di questo sindaco ragazzino che dà voce a chi era fino a quel momento muto.
La seconda ragione che l’Italia deve superare è la “sindrome di Nimby”, acronimo di “not in my back yard” cioè “non nel mio cortile”. Sicuramente uno dei principali nodi del conflitto politico-sociale in relazione alle problematiche ecologiche ed ambientali. Con tale “sindrome” si identifica l’opposizione dei membri di una comunità locale, manifestata attraverso movimenti politici o di protesta, ad ospitare opere di interesse generale, di rilevanza pubblica o di profitto economico sul proprio territorio, per il timore, fondato o meno, di effetti negativi sulla propria residenza. Movimenti espressi da una minoranza agguerrita ed esasperata, animati da un vero e proprio “ambientalismo ideologico”.
Il governo è intervenuto con il DPCM del 10 maggio 2018 n. 76 il “Regolamento recante le modalità di svolgimento tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico, definito come “il processo di informazione, partecipazione e confronto pubblico sull’opportunità e le soluzioni progettuali di opere, progetti e interventi”. Strumento essenziale che viene quasi ignorato.
Ma l’Italia deve superare anche un altro nodo e ostacolo, che viene ricordato dal famoso aforisma di Longanesi: “alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione”.  Infatti, il più delle volte alla deposizione della “prima pietra”, pubblicizzata con larga diffusione, non segue, poi, la realizzazione dell’opera pubblica, che resta incompiuta e inutilizzabile per lunghi anni. Come pure è accertato che il costo della manutenzione è inferiore a quella che si sostiene per fronteggiare e risarcire i vari danni.
Presso il Ministero delle Infrastrutture è istituita una vera e propria anagrafe delle opere incompiute riguardanti lo Stato, le regioni, i comuni e le aziende autonome. Si è giunti a costituire un “Sistema Informatico di Monitoraggio delle Opere Incompiute ( SIMOI). Anche in Emilia-Romagna alcune opere, che avrebbero comportato meno danni, non sono state realizzate per l’opposizione di movimenti ambientalisti e delle stesse comunità.
Ad aggravare la situazione concorre anche la paralizzante burocrazia, la paludosa normativa e l’incapacità a spendere le risorse. Situazione che si va determinando anche in relazione alle risorse finanziarie del PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Si spera ora, che dopo quanto verificatosi nella regione dell’ Emilia-Romagna, si abbia il coraggio di affrontare le diverse problematiche con maggiore trasparenza, collaborazione e determinazione.

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  • Redazione

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