
di Paolo Zanotto
Un esempio di qabbalah massonica settecentesca
Premessa
L’opuscolo anonimo A Letter from the Grand Mistress, stampato per la prima volta da J. Harding a Dublino nel 1724, contiene una gustosa facezia, con intenti chiaramente denigratori.
Il passo sottostante proviene da tale scritto satirico, che nondimeno conserva importanti dettagli rituali circolanti all’epoca. La sezione sul “gioco con l’alfabeto ebraico” è ivi attestata, con il nome di Manaboleth. Si procederà dunque all’analisi, distinguendo nettamente ciò che è satira settecentesca da quanto, per contro, è autenticamente cabalistico. L’intento è quello di dimostrare come ciò che, a prima vista, parrebbe un semplice insieme di giochi puerili con le lettere, in realtà, costituisca una trasposizione cabalistica dell’impegno iniziatico alla segretezza e alla morte simbolica, fondato sull’alfabeto ebraico come corpo mistico della Tradizione.
Il passo in questione è il seguente:
«Ora per quanto riguarda le Parole Segrete e i Segni in uso tra i Massoni, è necessario osservare che nell’alfabeto ebraico (come ha insegnato alla Loggia il nostro Custode) nella scrittura vi sono quattro paia di lettere, delle quali ogni paio è talmente simile che a prima vista sembrano essere la stessa, Beth e Caph, Ghimel e Nun, Cheth e Tau, Daleth e Resh, e da queste dipendono tutti i loro Segni e Prese. Cheth e Tau hanno la forma di due forche ritte (con due gambe ciascuna); quando due Massoni si avvicinano, uno grida Cheth, l’altro risponde Tau, intendendo che si farebbero appendere a una forca piuttosto che rivelare il Segreto. Anche Beth e Caph hanno la forma di una forca posta su uno dei pali laterali, e quando usate come sopra indicano questa pia preghiera: Possano tutti coloro che rivelano il Segreto pendere dalla forca finché essa non crolli. Questo è il loro Segreto Maestro, generalmente chiamato la Grande Parola. Daleth e Resh hanno una forma di due mezze forche, o una forca tagliata in due nella traversa superiore, con le quali, quando pronunciate, essi dichiarano l’un l’altro che preferirebbero essere mezzo impiccati piuttosto che menzionare Parola o Segno se non davanti a un Fratello così che sia compreso. Quando uno dice Gimel, l’altro risponde Nun; poi ancora il primo congiungendo le lettere ripete tre volte, Gimel-Nun, Gimel-Nun, Gimel-Nun, volendo significare che essi sono tutt’uno negli interessi, nella segretezza e negli affetti. La pronuncia di quest’ultima Parola è stata nel tempo distorta da Gimel-Nun a Gimelun e alla fine a Giblun; e talvolta Giblin, scoperta tale Parola per puro caso, si vorrebbe oggigiorno spacciarla solo per una parola inventata. Un’altra delle loro Parole è stata storpiata nella pronuncia da parte degli illetterati, ossia la lettera Lamech, che era la Parola del Silenzio, poiché quando pronunciata da qualsiasi Fratello in una Loggia era un avvertimento per gli altri di badare a chi origlia. È oggi erroneamente pronunciata Lam, ma i Massoni vorrebbero che anche questa sia una Parola inventata per la stessa ragione di Giblin; questo gioco con l’alfabeto ebraico era molto anticamente chiamato Manaboleth».
Il brano riportato si rivela un’istruzione di estrema importanza, poiché mostra una fase arcaica della simbologia massonica, in cui le lettere ebraiche non venivano utilizzate semplicemente come ornamento erudito, ma costituivano la vera matrice cabalistica del linguaggio segreto. Proviamo a spiegarne, con ordine, il senso esoterico servendoci delle principali tecniche cabalistiche: ghematria, notariqon e temurah (ovvero sostituzioni e permutazioni).
Il catechismo menziona quattro coppie di lettere dell’alfabeto ebraico: Beth (ב, 2) – Kaph (כ/ך, 20); Gimel (ג, 3) – Nun (נ/ן, 50); Cheth (ח, 8) – Tav (ת, 400); Daleth (ד, 4) – Resh (ר, 200). Queste coppie non sono state scelte casualmente, ma presentano un’analogia grafica (come “varianti speculari” o lettere con struttura simile); esse, inoltre, stabiliscono un codice binario iniziatico, in cui due Fratelli si riconoscono a vicenda per alternanza di domanda-risposta; infine, evocano simbolicamente la forca, ossia lo strumento del sacrificio e del silenzio, alludendo al voto di segretezza.
Nel testo si afferma che i Segni/Prese “dipendono” da queste quattro coppie di lettere ebraiche, scelte perché “a prima vista” somiglianti; le loro forme richiamano “forche” o “mezze forche”, come detto, cui sono connessi giuramenti di silenzio fino alla morte. Il riferimento alla morfologia delle lettere (più che al loro valore semantico) è di natura mnemonica, associa cioè il segno fisico (gesto/presa) alla forma grafica; ad esempio: Daleth e Resh, effettivamente simili nella scrittura quadrata; oppure, Cheth e Tav come “due montanti”. Si tratta di un impiego paracabalistico: non ghematrico, bensì iconico (forma = segno). Nelle tradizioni ebraiche la morfologia svolge un ruolo meditativo (come nel Sefer Yetzirah), ma in siffatto contesto risulta esplicitamente piegata a parodiare l’idea di “segreti alfabetici” dei Massoni.
Il testo non presenta calcoli. Ciò nonostante, si può notare un unico indizio numerico elegante: Beth (2) + Kaph (20) = 22, cioè il computo integrale dell’alfabeto ebraico, coerente con l’idea della “Grande Parola” quale summa dei segni. Si tratta però una “consonanza interpretativa”, non di un uso documentato nel catechismo. I binomi legano obbligazione (gallows/forca) e segretezza ad un codice di calligrafia simbolica. È “lingua dei segni”, dunque, più che qabbalah in senso stretto. Nel testo, Cheth–Tav equivalgono a “due forche ritte”; Beth–Caph a una “forca su un palo laterale”; Daleth–Resh a due “mezze forche”: i binomi divengono così segnali di riconoscimento e maledizioni contro chi rivela. È, questo, un codice di segretezza performativa, dove la forma della lettera fissa nella memoria la pena giurata (l’impiccagione). L’alfabeto funge in tal modo da memento mori rituale. Non v’è qui qabbalah speculativa (né ghematria, né temurah sistematica), ma mnemotecnica simbolica.
La triade fonica Gimelun – Giblun – Giblin si “storpia” progressivamente e si collega alla parola Giblun/Giblin, che taluni ritengono “inventata” benché, si lascia intendere, derivi dal gioco alfabetico. Giblin/Giblem/Giblum è attestata nelle exposures massoniche settecentesche come parola o termine d’arte; gli studi moderni la riconducono a Giblîm/Gebaliti (l’ebraico gblm in 1 Re, 5, 18), “scalpellini di Gebal/Byblos”, confluita poi nelle pass-words inglesi. In questo caso, non è notariqon vero e proprio, ma derivazione fonetica (slittamenti consonantici) narrata in chiave parodica. Il catechismo ironizza sul modo in cui una voce di mestiere possa nascere da lettere recitate e deformate nel tempo.
Nel testo si menziona la lettera/voce Lamech (ridotta popolarmente a “Lam”) come “parola-segnale” di allerta contro gli origlianti: “Parola del Silenzio”. Questo dettaglio è riportato nel medesimo corpus della Letter from the Grand Mistress, che ironizza sugli shibboleth massonici. “Lamech” gioca su due piani: onomastico-biblico (Lamech, genealogie antediluviane, maestro di armi nel racconto di Caino: lato “terribile” del giuramento); alfabetico (Lamed, lettera “alta”, graficamente “avvertitrice”: nella tradizione rabbinica lamed è legata a lamad, che significa “imparare, insegnare”).
Nel brano si asserisce esplicitamente che «questo gioco con l’alfabeto ebraico era molto anticamente chiamato Manaboleth». Simile termine è una evidente parodia di Shibboleth (Giudici, 12). Nel passo del catechismo che si è analizzato l’elemento ebraico, apparentemente, svolge un ruolo di cornice satirica. Un teatro di segni dove le forme delle lettere diventano forche, mezze forche, avvisi di silenzio; e dove un nome d’arte (Giblun/Giblin) nasce da storpiature intenzionalmente derise. È un codice identitario (segretezza, riconoscimento, pena), dunque, non qabbalah dottrinale. Un’analisi più dettagliata del testo, tuttavia, riserva qualche sorpresa inaspettata.
Esegesi del passo in base a tecniche di ghematria, notariqon e temurah
Analizzando i valori numerici, in base alle regole ghematriche, possiamo notare: Beth + Kaph = 2 + 20 = 22, che rimanda alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, l’insieme completo della Sapienza occulta; Gimel + Nun = 3 + 50 = 53, sapendo che il 53 in ghematria è legato al termine Gan (גן), “giardino”, ossia Gan Eden, il Paradiso terrestre, da cui il senso di unità fraterna che riconduce allo stato edenico; Cheth + Tav = 8 + 400 = 408, che in base alla riduzione teosofica, tramite un processo di somma iterativa delle sue singole cifre, (4+0+8) = 12, dà il numero delle tribù d’Israele e delle fondamenta del Tempio; Daleth + Resh = 4 + 200 = 204, che va ridotto a (2+0+4) = 6, ovvero il numero dell’Uomo, creato nel sesto giorno, implicita allusione alla condizione umana esposta alla caduta e al “mezzo supplizio”.
Gimel–Nun a sua volta porta al fonema GN, identificabile con la radice ebraica גן (Gan), “giardino”, come già detto sopra; ma leggibile anche quale abbreviazione di Gibbor Ne’eman, “uomo forte e fedele”. La progressiva degenerazione fonetica (Gimelun – Giblun – Giblin) mostra la perdita del senso originale, mantenendo tuttavia la funzione di parola di passo. Lamech (למך), in questo caso, non va intesa come una singola lettera, bensì come il nome intero del patriarca antediluviano. Nella tradizione cabalistica Lamech è simbolo dell’ambiguità: padre sia di Naamah (legata al sapere musicale e incantatorio) sia della discendenza di Caino. La parola è detta del Silenzio, in quanto le tre lettere ל-מ-ך sommano in ghematria 90 (ל) + 40 (מ) + 20 (ך) = 150, il medesimo valore del Salmo 150, che chiude il libro dei Salmi, segnando la pienezza della lode ma anche il silenzio conclusivo. La riduzione a “Lam” corrisponde alla caduta dall’integrità del Nome.
La similitudine grafica delle lettere, descritte come “forche” o “mezze forche”, costituisce un esercizio di temurah, il che implica leggere le lettere non già come segni fonetici, bensì come figure geroglifiche. In tal caso: Cheth (ח) e Tav (ת), che posseggono entrambe forma di “porta” o “traversa”, rappresentano due montanti, come un patibolo o una porta iniziatica. “Appendere alla forca” significa metaforicamente “sacrificare la vita profana” nell’intento di preservare il segreto sacro. Daleth (ד) e Resh (ר) rappresentano “mezze forche”: Daleth è una porta incompleta, Resh un capo piegato. Indicano, pertanto, la disponibilità a subire un “mezzo supplizio”, cioè la morte iniziatica, piuttosto che tradire.
Il termine arcaico Manaboleth sembra derivare da Shibboleth (שבלת), parola di passo biblica (Giudici, 12, 6). “Mana-boleth” indicherebbe quindi un gioco fonetico e cabalistico con le lettere, consistente nella deformazione intenzionale dei segni ebraici nell’intento di farne un linguaggio cifrato. Ciò conferma che il catechismo conserva una tradizione molto antica: la custodia dei segreti non attraverso un semplice codice, ma mediante l’intero apparato cabalistico di permutazioni e sostituzioni.
In sintesi, il passo riportato sostiene in forma velata che l’intero alfabeto ebraico rappresenta un codice iniziatico, in cui lettere simili formano coppie duali; tali coppie servono a esprimere fedeltà al silenzio, sacrificio e fraternità; la ghematria dei binomi conduce a concetti centrali (22 lettere, Eden, Tribù, Uomo); il termine Giblin deriva da Gan e significa l’unione dei Fratelli nel Giardino della Segretezza; Lamech come parola del silenzio allude al compimento (Salmo 150) e alla vigilanza contro chi origlia; il tutto viene infine designato con l’antico nome Manaboleth, ovvero la cabala fonetica che trasforma le lettere in segni di riconoscimento.
Considerazioni conclusive
In definitiva, il brano catechistico non va letto esclusivamente come un innocuo esercizio satirico, ma come un perfetto esempio di quella strategia ermeneutica per cui il riso diventa velo dell’arcano. Dietro la caricatura delle “forche alfabetiche” e delle parole storpiate si celano, in effetti, elementi cabalistici autentici: l’allusione al numero 22 ricavato da Beth + Caph, che richiama l’interezza dell’alfabeto sacro; la coppia Gimel–Nun, che nella sua ghematria rinvia al Gan Eden e, dunque, all’unità edenica dei Fratelli; la parola Lamech, che custodisce in sé un significato profondo di vigilanza e di silenzio sacro; e infine lo stesso Manaboleth, trasparente deformazione dello Shibboleth biblico, vero e proprio archetipo delle parole di passo. È precisamente nel travestimento burlesco che tali verità riescono a sfuggire alla censura e alla profanazione, giacché l’ironia, lungi dal dissolverle, le colloca in un registro ambiguo, a metà fra gioco e rivelazione. Così il lettore superficiale non vede che l’irrisione, mentre l’iniziato riconosce il segno velato della Tradizione, il cui linguaggio più autentico è sempre stato quello della dissimulazione trasparente, ossia l’arte di mostrare il segreto proprio nel momento in cui sembra negarlo.





