Home Economia e finanza LA “BATTAGLIA DEL GRANO” E LA FOLLIA ROSSO VERDE IN EUROPA

LA “BATTAGLIA DEL GRANO” E LA FOLLIA ROSSO VERDE IN EUROPA

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Nella giornata odierna dovrebbe essere rinnovato l’accordo sull’esportazione del grano tra Ucraina e Russia, ma la questione è ben più ampia e decisiva di quanto possa sembrare per i suoi connotati geopolitici e per gli intrecci esistenti con interessi diffusi delle multinazionali.

Finora l’accordo sottoscritto tra Russia e Ucraina, secondo i dati delle Nazioni Unite, aggiornati allo scorso 3 luglio, ha consentito l’esportazione di 32,7 milioni di tonnellate di cereali, per lo più granturco (51%) e grano (27%).

L’Ucraina è uno dei maggiori esportatori di grano e di altre derrate alimentari in tutto il mondo, anche se, dopo l’invasione russa, va considerato che le zone occupate rappresentano circa un quarto dell’area cerealicola ucraina.

Con l’accordo, mediato dalla Turkia, Ankara si è posizionata al centro del sistema di stoccaggio e smistamento delle granaglie verso i Paesi dipendenti dal grano ucraino nel Mar Mediterraneo, anche se, dall’entrata in vigore dell’accordo, la maggior parte delle derrate alimentari ucraine sono finite in Cina, Spagna, Turchia e Italia e non in Africa e Medio Oriente. Queste aree sarebbero più bisognose del grano ucraino e a rischio di carestia, ma sono state messe in secondo piano, sia per inferiori capacità di acquisto sia, spesso, per il loro orientamento filorusso.

Pechino compra il 54 per cento delle esportazioni di frumento globale e la questione del grano ucraino riguarda la Cina da vicino, così come la distribuzione del grano diventa un elemento di geopolitica, in quanto potrebbe soddisfare i bisogni dei Paesi africani amici della Russia, in cambio di una sempre maggiore solidarietà con Mosca.

Tra i maggiori importatori di frumento ucraino compaiono Algeria, Libia, Tunisia, Libano, Siria, Uganda, Filippine e Indonesia.

Un disastro alimentare in questi Paesi avrebbe effetti tragici anche sui Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, in primis l’Italia, che vedrebbe masse di disperati premere

Nella partita rientra anche l’esportazione di fertilizzanti. Il Brasile, altro alleato della Russia nei Brics, importa l’84 per cento dei concimi da Mosca e da Pechino.

L’accordo sul grano, pertanto, si intreccia con la questione dei concimi e con quella dei pagamenti, dopo che la Russia è stata esclusa dal circuito Swift.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, riferiscono fonti a Reuters, avrebbe proposto al presidente Vladimir Putin di rinnovare l’accordo sul grano in cambio del ripristino del collegamento di una filiale della banca agricola russa al sistema di pagamento internazionale.

La “battaglia del grano”, in buona sostanza e ben più ampia della semplice questione dell’approvvigionamento di cereali e della loro esportazione e, per quanto ci riguarda, mette in evidenza la follia dei socialisti e dei verdi europei che, capitanati dall’olandese Timmermans, stanno tentando in tutti i modi di condurre un attacco all’agricoltura europea.

La deruralizzazione è già stata pesante nei secoli passati.

Nel XVIII secolo circa l’80 per cento della popolazione era occupata nel settore agricolo. Nel XXI secolo solo il 5 per cento della popolazione ha l’agricoltura come fonte di reddito.

La popolazione rurale in Europa vale oggi il 30 per cento, contro il 70 per cento di quella cittadina, la qual cosa rende sempre più evidente come la maggioranza della popolazione sia dipendente da una catena alimentare divenuta sempre più globalizzata.

Come riferisce Giovanni Caccialupi (Domino 4/2023), sulla base “dei dati Fao ed Eurostat, nell’Unione europea nel 2021 sono stati importati ed esportati beni agricoli per un volume rispettivamente di 150 miliardi e 196.6 miliardi di euro. Gli enormi flussi agricoli in entrata e uscita sono legati a grandi investimenti tecnologici, alla logistica globale e al mercato delle materie prime”.

E’ chiaro che l’agricoltura sia divenuta uno strumento geopolitico di primaria importanza ed è proprio alla luce di questo ragionamento che è del tutto folle la politica verde e socialista in Europa che continuamente gioca a distruggere l’agricoltura del Vecchio Continente, rendendolo sempre più dipendente dalla catena globalizzata e spostando la questione del nutrimento delle popolazioni europee sui cibi costruiti nei laboratori delle multinazionali.

La politica di compressione dell’agricoltura europea assume, in un quadro come quello che si va delineando con sempre maggiore evidenza, il carattere di un tradimento degli interessi delle popolazioni europee, sacrificati agli interessi della multinazionali da formazioni politiche che sono diventate la loro longa manus.

La politica rosso verde europea si coniuga con il fenomeno del land grabbing, esploso nel 2008, che ha dato vita a un flusso di investimenti e di capitali, soprattutto provenienti da paesi sviluppati o emergenti, finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo. L’obiettivo di queste acquisizioni massicce, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, è l’acquisizione di terreni per lo sviluppo di monocolture. Gli autori, i mandanti possono essere i governi di altri stati, i consigli di amministrazione di grandi aziende o investitori privati. Per molti si tratta di una minaccia alla sovranità dei paesi in via di sviluppo e alla sopravvivenza delle comunità locali che da secoli vi abitano. Non è un caso, dunque, se il land grabbing è stato definito una nuova forma di colonialismo.

La nuova spartizione dell’Africa al posto degli stati colonizzatori vede come protagoniste soprattutto imprese multinazionali che mirano a prendere il controllo dei mercati alimentari.

L’organizzazione non governativa Grain, che supporta i piccoli coltivatori e i movimenti locali che si battono per la difesa dei terreni, ha pubblicato una lista dei paesi africani che tra il 2006 e il 2012 hanno maggiormente subito il fenomeno del land grabbing. Su tutti, Liberia, Guinea, Ghana, Congo, Sierra Leone, Nigeria, Senegal con porzioni di terreno ceduti che vanno da 500mila fino a circa 1,7 milioni di ettari (Liberia). 

Nel nuovo rapporto Focsiv “I Padroni della Terra 2022” una particolare attenzione è dedicata all’Ucraina.

Dei 60 milioni di ettari di superficie totale del Paese, il 55% è classificato come terreno coltivabile. Si tratta della percentuale più alta in Europa. A milioni di abitanti dei villaggi ucraini, con la privatizzazione dei terreni durante il processo di riforma agraria, sono stati assegnati piccoli appezzamenti di terreni – in media quattro ettari – che in precedenza, sotto l’Unione Sovietica, erano di proprietà statale o comunale.

I grandi investitori con il tempo hanno aggirato il divieto di vendita della terra imposto dalla moratoria introdotta dal governo ucraino nel 2001 grazie alla messa in atto di contratti di affitto. La mancanza di capitale e la frammentazione degli appezzamenti ha costretto molti contadini dei villaggi ad affittare a cifre irrisorie la loro terra. Oggi migliaia di questi appezzamenti sono concentrati sotto il controllo di grandi aziende agricole.

Già nel 2016 dieci multinazionali agricole erano giunte a controllare 2,8 milioni di ettari di terra.

Oggi le stime parlano di 3,4 milioni di ettari in mano ad aziende straniere e società ucraine partecipate da fondi esteri. Altre stime arrivano fino a 6 milioni di ettari.

Un’analisi di Open Democracy dell’ottobre scorso ha rivelato che dieci aziende private controllavano il 71% del mercato agricolo ucraino, comprese «oltre all’oligarchia ucraina, corporation come Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Monsanto, Louis Dreyfus e l’azienda statale cinese COFCO». A questa lista vanno aggiunte secondo l’ultimo rapporto in materia dell’ Oakland Institute, multinazionali come la lussemburghese Kernel, la holding americana NCH Capital, la saudita Continental Farmers e la francese AgroGenerations.

Nel business delle terre ucraine spiccano le aziende europee ed il ruolo della Ue aumenta soprattutto dopo la firma dell’accordo di associazione economica fra Ucraina e l’Unione entrato in vigore nel 2017, che comprende la promozione della «moderna produzione agricola».

Lo sviluppo agroalimentare in Ucraina fa parte del piano strategico della Commissione europea per incentivare i «raccolti proteici» e riconvertire in quelle regioni la produzione principalmente di soia, il cui fabbisogno è al momento in gran parte dipendente dalle importazioni da Argentina e Brasile.

La riduzione del 20 per cento delle terre coltivate dovute alla recente normativa varata dal Parlamento europeo grazie alla determinazione di verdi e socialisti e alla pavidità del Partito popolare, si colloca in una strategia globale relativa alle risorse alimentari che va contro gli interessi dei coltivatori, dei consumatori, fa gli interessi delle multinazionali e assume caratteristiche geopolitiche che sanno di tradimento del Vecchio Continente.

Se si perde di vista il quadro d’insieme e ci si fa obnubilare dalla propaganda non si riesce a capire che, con l’attuale governo dell’Unione Europea e con la politica sin qui attuata dall’alleanza tra socialisti e Ppe, si sta distruggendo l’autonomia europea e la sua capacità, anche geopolitica, di contare nell’arena mondiale

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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