
Di Paolo Falconio
Miembro del Consejo Rector de Honor y lecturer en la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)
Nei giorni scorsi è emerso un enorme problema geopolitico che è molto complesso e il cui aspetto esteriore si è manifestato in maniera quasi deflagrante in occasione del negoziato sui dazi con gli USA.
È un problema Geopolitico che ha molte cause, dagli assetti interni a nuovi equilibri di potere a livello di Unione a uno strumentario comunitario inadeguato in termini di competenze per affrontare quello che noi vediamo come una guerra commerciale. Lo è solo in parte, ma in realtà ha un respiro molto più ampio che una battaglia tariffaria. Basti pensare che questi accordi sono in aperta violazione delle regole del WTO perché le tariffe variano e non sono le medesime per tutti i Paesi. Se vogliamo questa deroga al WTO mette in risalto un vizio di origine della UE all’ atto dell’ allargamento. Ossia l’ idea che l’ Unione Europea da quel momento in poi si sarebbe dovuta strutturare per esistere in un contesto rappresentato da un mondo dominato dall’ egemonia liberale. I fatti hanno dimostrato che quel mondo non esiste e ad esso si è sostituito un mondo basato su nazionalismi e potenza. L’ adeguamento a questa nuova realtà sarebbe molto difficile da realizzare, sia perché resiste nella nomenclatura europea la visione dell’egemonia liberale, sia perché significherebbe mettere mano ai trattati.
WTO a parte, prima di tutto l’Europa, con l’ allargamento e con la Brexit, ha alterato gli equilibri preesistenti.
Oggi prende sempre più corpo un centro di gravità tedesco fortemente orientato a nord est. Ciò comporta l’ essere sempre più periferia rispetto alle priorità della UE stessa. Mi riferisco ai Paesi del Mediterraneo e in particolare alla Francia.
Secondo fonti diplomatiche e alcuni analisti, le divergenze di interessi e di assetto sarebbero tali da rendere plausibile una possibile fuoriuscita della Francia da qui a dieci anni.
L’ uscita della Nazione Francese certificherebbe la fine del progetto europeo.
La modifica degli assetti sopra esposti, potrebbe essere accelerata dalla politica commerciale americana la cui offensiva ha radici molto più lontane rispetto al governo Trump. Un Trump che segna però un passo diverso.
La trattativa commerciale, non è in realtà una trattativa solo commerciale perché per gli USA è qualcosa di diverso che attiene a una scelta precisa, con riflessi geopolitici non indifferenti. La questione è la ricostruzione di un tessuto industriale e quindi la cessazione del ruolo di compratore di ultima istanza (che è tipico del centro degli imperi) e quindi in definitiva un modo nuovo degli USA di stare al mondo. Una nuova postura che però avrà ripercussioni sia appunto come Impero che per quel che attiene l’ uso del dollaro. Per essere più chiari quando si vende negli USA, si viene pagati in dollari. Ovviamente la portata di questo cambiamento, i suoi elementi di criticità, dipenderanno da come esso verrà gestito.
Ma veniamo all’accordo, il problema non sono tanto i dazi al 15% che portano a un differenziale per gli esportatori del 3% in peius rispetto ai dazi al 10% già vigenti o comunque in programma. I veri punti sono i prodotti strategici zero per zero (dazi) la cui la lista non è ancora definita e le barriere non tariffarie. In particolare le barriere legali e fiscali. Se in alcuni settori come il digitale, sul controllo delle fake e della privacy la UE ha resistito, sul comparto agroalimentare si registra l’ impegno ad una standardizzazione delle regole fitosanitarie. Abolire le tutele, significherà un’invasione di prodotti made in USA. Il che comporterà una minaccia a questo comparto che solo in Italia vale il 19% del PIL , ma che è altrettanto importante per Francia e Spagna.
Queste ultime due Nazioni potrebbero giustamente rifiutarsi di assumersi un fardello tanto pesante, quando il surplus commerciale con gli USA è principalmente tedesco e poi (molto poi) italiano.
L’ aspetto formale che ha caratterizzato la vicenda e sul quale non mi soffermo per motivi di decenza istituzionale, non deve offuscare il problema di fondo e che è strutturale.
Certamente la Commissione Europea si inserisce in minimo venti anni di politiche comunitarie e nazionali votate al suicidio. Anzi direi un trend che è partito dagli anni 90 e che ha visto subentrare il principio della ideologizzazione per teorie economiche e socio-ambientali : dal Mercato come grande regolatore dei meccanismi anche sociali, alla cultura Woke e/o all’ ideologia green.
Ma la Von der Leyen è solo una parte del problema, l’ ultima parte. Le sue responsabilità sono enormi in termini di vuoto di politiche industriali su IA e applicazioni quantistiche, l’ ESA che manca dei fondi necessari per competere a livello internazionale. Più in generale l’ assenza di alternative sui servizi digitali made in USA. Il tutto mentre abbiamo discusso per quasi due anni della riqualificazione energetica delle facciate dei palazzi. Insomma un disastro che però vede gli stati nazionali dietro all’ opera della Commissione
Ad aggravare la situazione abbiamo una UE che per disaccordo politico tra gli Stati e per inerzia colpevole in alcune materie, fotografa una situazione che definire critica è un eufemismo:
- Dipendenza totale dai servizi tecnologici americani;
- Il risparmio privato viene trasferito in massa negli USA;
- Abbiamo (italiani e tedeschi) sviluppato un industria vocata all’esportazione verso un unico principale mercato, ossia quello USA;
- Abbiamo sacrificato il mercato interno comunitario con politiche salariali suicide incapaci di sostenere la produzione interna. Senza parlare della liberalizazione dei servizi relativi all’ energia e altro.
Tutto quanto sopra determina una grave crisi di autonomia negoziale e una perdita di competitività nella rivoluzione tecnologica.
La verità è che l’ Europa non è in condizioni di trattare, proprio perché, come sopra accennato, la postura europea è limitata al piano mercantile, quella americana riguarda aspetti commerciali, fiscali e securitari, dove la UE non ha competenza (ad esempio gli USA avrebbero voluto discutere di IVA). Ossia l’ approccio americano si caratterizza come una nuova postura globale e non solo tariffaria.
Il difetto di legittimità della Commissione emerge anche per gli impegni di spesa assunti . Per quelli energetici tali impegni sembrano irrealistici ( più probabile la sostituzione del petrolio russo con quello americano che quota 60 miliardi e un aumento delle importazioni di GNL made in USA, ma rimaniamo comunque molto distanti dai 250 miliardi l’ anno. Fermo restando che sono le aziende a comprare, non l’Unione), parimenti per l’ impegno all’ acquisito di sistemi d’ arma americani, perché sono gli Stati ad acquistare le armi e non l’UE. Ugualmente l’ Unione non può costringere i privati ad investire negli USA, ma che questo si realizzi è assai probabile anche perché l’ offensiva USA non è finita, ma continuerà con la svalutazione del dollaro che già è sceso del 13%. Dobbiamo avere la consapevolezza che il dazio incide per il 20% sul margine dell’esportatore, il tasso di cambio ha un impatto del 100%.
Tutto quanto sopra non consente all’ Europa di gestire l’aggressività americana con strumenti efficaci.
La delega alla Commissione Europea per chiudere i negoziati c’è stata perché il nord est europeo, non vuole esasperare l’ amministrazione americana per motivi securitari. La Germania (e anche l’ Italia ne ha tratto vantaggio) per conservare quote di mercato che altrimenti non potrebbero essere assorbite in altro modo. Ma per altre Nazioni non ci sono vere ragioni per sostenere gli impegni presi in ambito comunitario. La posizione della Commissione è stata quella di scegliere il male minore per alcuni Stati e precisamente per il blocco tedesco e nord orientale che costituisce la maggioranza relativa oggi in Europa. E lo ha fatto al fine di nascondere le profonde fratture all’ interno della UE e perché una guerra commerciale con gli Stati Uniti avrebbe conseguenze molto più gravi, anche sul piano securitario.
Insomma, mettendo da parte l’ orgoglio per la pessima prestazione in termini di leadership avuta dalla Commissione Europea, ci sono responsabilità evidenti dei singoli stati e soprattutto l’ impianto comunitario non è attrezzato per trattative più ampie di un discorso puramente tariffario. E questo è un problema enorme dato che trattative separate avrebbero potuto avere esiti migliori per molti stati. I dazi al 10% alla Gran Bretagna ne sono un esempio. Una UE che come si è detto, ha profonde fratture politiche al suo interno e che la Von der Leyen ha provato a mascherare, ma che emergeranno sempre più evidenti nel futuro di quello che è solo un passaggio del mutamento nell’ assetto degli Stati Uniti d’America.
Se non si farà questa riflessione, se non si comprenderanno le responsabilità, allora rimarremo esposti al cambiamento e il dibattito si limiterà ad uno scarica barile tra destra e sinistra, tra governi nazionali e istituzioni comunitarie. Esattamente quello che si vuole ed è quello a cui assistiamo.
La realtà è che la responsabilità su questo negoziato va equamente suddivisa tra Commissione e Stati membri. Ma questa Europa a 27 ha differenti esigenze in termini di percezione della sicurezza e di interessi considerati strategici che non solo dimostra di non riuscire a comporre, ma non ha nemmeno gli strumenti per poterlo fare. Questa non è una Crisi da trattare al Bar dello sport: è il crocevia del futuro europeo e meriterebbe un’analisi attenta che invece sembra mancare.
Paolo Falconio
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