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ITA LUFTHANSA : I RUOLI GIÀ DETERMINATI

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di Francesco Pontelli

Ed alla fine come una liberazione per l’ennesimo governo che abbia trattato la vicenda Alitalia la fusione tra quella che era la compagnia di bandiera e Lufthansa vede la luce anche se

si presta ad interpretazioni viziate da un chiaro interesse politico o personale.

Bisognerebbe ricordare come quando un paese si trova costretto a cedere un proprio asset (Tim, Poste Italiane, Eni, Enel solo per ricordare gli ultimi saldi istituzionali) non dimostra, come qualcuno ha avuto l’ardire di dire (Renzi) in occasione della cessione di Milano Porta Nuova al fondo sovrano del Qatar e Giorgetti ora, per la fusione Ita, che siamo un paese attrattivo.

Al contrario questa si può definire come un segnale di profonda debolezza della classe politica e dirigente che lo ha gestito negli ultimi decenni.

La triste realtà che emerge da questi continui cessioni di asset potrebbe essere sintetizzata in tre punti fondamentali.

Il gruppo Alitalia è stato oggetto di ristrutturazioni, privatizzazioni e di nuovo ristrutturazioni con costi sociali sostenuti dalla finanza pubblica, quindi dallo stesso paese.

Questi continui aggiornamenti societari hanno reso in termini economici ai vari studi e “pseudomanager” che si sono occupati di queste operazioni, probabilmente molto vicini agli stessi organi governativi che li avevano decretati.

Inoltre molte risorse pubbliche sono state destinate ad un welfare assolutamente privilegiato per i dipendenti Alitalia, mentre per esempio le stesse risorse durante il Covid furono utilizzate in Germania per sottoscrivere a sostegno della compagnia Lufthansa una quota di azioni, poi riacquistate dalla stessa società addirittura in anticipo.

La scelta italiana è gravata come sempre sul bilancio nazionale come un costo in un’ottica di gestione difensiva della compagnia quindi con la solita logica assistenzialista.

Viceversa il sostegno tedesco si è rivelato più un prestito a tempo, poi regolarmente restituito, finalizzato a mantenerne l’operatività della stessa compagnia in un periodo straordinario come quello del Covid.

Questi due approcci differenti sono espressione di due diverse capacità di comprensione delle difficoltà del mercato da parte degli enti governativi e risultano tra loro assolutamente in antitesi ed hanno ovviamente determinato con largo anticipo, ma a loro insaputa, quale delle due compagnie avrebbe recitato il ruolo di acquirente ovvero di venditore.

In secondo luogo un paese che continua a privarsi di asset funzionali economici ed istituzionali semplicemente con l’unico obbiettivo di riuscire a far quadrare il bilancio dell’anno in corso, evidenzia in modo cristallino la assoluta mancanza di competenza e soprattutto di un respiro strategico finalizzato alla sola chiusura dell’anno, che permetta di arrivare al prossimo appuntamento elettorale in equilibrio.

Per di più, e siamo al terzo punto, probabilmente il più pesante, un paese che da trent’anni continua a cedere asset strategici fondamentali (energia/ infrastrutture) rappresenta un’immagine caratterizzata da una propria incapacità gestionale e contemporaneamente certifica di essere non in grado di avviare una politica di crescita.

Paese che, come inevitabile conseguenza, si rifugia nella cessione dei propri asset solo per coprire buchi di bilancio ed un livello di spesa pubblica insostenibile in quanto incapaci di avviare la crescita.

Sentire Giorgetti o Renzi in passato, espressione della stessa scuola economica, affermare che quando gli operatori finanziari investono in un asset nazionale dimostrano come il paese sia attrattivo e quindi rappresenti un segnale positivo, appare un’affermazione disonesta intellettualmente da indurre a pensare ad una commissione tra gli investitori e gli organi governativi. Ciò specialmente quando tali cessioni riguardano monopoli indivisibili trasformando questa operazioni in investimenti speculativi.

Quando una classe politica lavora per costruire uno scenario economico positivo dovrebbe investire nei propri asset e magari acquisirne di esteri in un’ottica di medio e lungo termine.

Azzerando quindi, come un buon padre di famiglia, tutte quelle spese straordinarie inutili, spesso finanziate con il PNRR, e concentrarsi solo sugli investimenti che possono determinare una crescita e non una rendita.

Perché è sempre chi vende che perde sia in termini economici che strategici.

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  • Redazione

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