
Con l’arrivo di papa Leone XIV sul Soglio di Pietro, la Santa sede sta diventando il punto di riferimento mondiale per possibili percorsi di soluzione di conflitti e di antiche questioni irrisolte.
Oltre alla disponibilità per essere la sede di trattative per l’Ucraina, il Vaticano potrebbe essere un ottimo mediatore per chiudere la questione palestinese.
Hussein al-Sheikh, numero due dell’Autorità Nazionale Palestinese, in una intervista su Avvenire, ha detto: “Un’intesa con Israele? Dipendesse da me, la firmerei all’istante. E se ora gli israeliani respingono la formula dei due popoli in due Stati sono pronto ad accettare e siglare un accordo per uno Stato unico, nel quale tutti i cittadini abbiano uguali diritti, con Gerusalemme capitale”.
Commentando gli appelli del Pontefice su Gaza, Hussein al-Sheikh ha aggiunto: “Stiamo lavorando per incontrarlo presto. Siamo grati per le sue parole e per l’impegno della Chiesa. Non osservo le cose in una prospettiva ideologica. Non ho niente contro gli ebrei, ma ho il diritto e il dovere di criticare le politiche di Israele. Così come dobbiamo lavorare per proteggere la presenza dei cristiani e incentivare anche il ritorno in questi luoghi dei cristiani che sono emigrati”.
La presenza nell’area del Patriarcato retto dal cardinale Pierbattista Pizzaballa è un buon punto di riferimento per un’azione diplomatica.
Pur all’interno di una situazione drammatica, sembra andare nella direzione di uno Stato unico anche il controllo israeliano di Gaza.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante una conferenza stampa, ha dichiarato di essere pronto a un “cessate il fuoco temporaneo” per liberare gli ostaggi, ma ha ribadito che Israele intende “controllare Gaza”.
L’esercito israeliano, ha dichiarato infatti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Gerusalemme, controllerà “l’intera Striscia di Gaza” alla fine dell’offensiva.
Netanyahu ha definito l’offensiva a Gaza “un’operazione senza precedenti nella storia delle guerre”, confermando che l’Idf si impadronirà di tutto il territorio di Gaza, ma che Gerusalemme deve “garantire che non si verifichi alcuna crisi umanitaria”. Netanyahu ha affermato, inoltre, che l’Idf ha restituito vivi 148 ostaggi e che “certamente 20 ostaggi” sono ancora vivi a Gaza.
Netanyahu ha insistito sul fatto che Israele attuerà il “piano Trump” nella Striscia di Gaza quando la guerra finirà, cosa che accadrà, ha specificato, solo quando Hamas sarà espulso dall’enclave e ci saranno “condizioni chiare che garantiscono la sicurezza di Israele”. Durante la conferenza stampa a Gerusalemme, Netanyahu ha definito il piano del presidente degli Stati Uniti, “così corretto, così rivoluzionario, che dice qualcosa di semplice: i residenti di Gaza che vogliono andarsene potranno andarsene”.
Durante la conferenza stampa, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha osservato che la nuova operazione dell’esercito israeliano, i carri di Gedeone, sarà caratterizzata da tre fasi. Nella prima, l’Idf consentirà un flusso di aiuti alimentari di base a Gaza per “prevenire una crisi umanitaria”.
Nella seconda fase, le aziende americane apriranno punti di aiuto per la consegna degli aiuti.
Nella terza fase, l’Idf faciliterà il movimento degli abitanti di Gaza verso sud verso punti organizzati e impedirà ad Hamas di infiltrarsi e beneficiare degli aiuti.
Netanyahu ha, infine, ribadito che “tutta la striscia di Gaza” sarà sotto il controllo dell’esercito israeliano al termine dell’offensiva su larga scala in corso.
Nella vicenda si inserisce, come sempre, come un elefante in cristalleria, l’Unione Europea con le dichiarazioni del socialista spagnolo Borrell.
L’Ue procederà ad una revisione dell’accordo di associazione con Israele e l’ex Alto rappresentante per gli Affari esteri, Josep Borrell in un’intervista alla radio spagnola Cadena Ser, ha affermato che “la metà delle bombe che cadono su Gaza sono fabbricate in Europa” e che, “se l’Europa volesse, avrebbe una grande capacità di influenzare Israele“.
Il socialista catalano, ora presidente del Barcelona Centre for International Affairs, lamentandosi del silenzio di Ursula von der Leyen – che “ha dimostrato pochissima empatia per le sofferenze dei palestinesi” – aveva cercato di dare seguito alla richiesta di revisione dell’Accordo di associazione con Tel Aviv che Spagna e Irlanda avevano inoltrato alla Commissione europea già nel febbraio del 2024.
La verifica del rispetto degli obblighi sui diritti umani da parte di Israele, prevista dall’articolo 2 dell’accordo Ue-Israele, è stata lanciata dalla liberale estone Kaja Kallas e sarà condotta dai servizi interni della Commissione europea in cooperazione con il Servizio Europeo di Azione Esterna (Eeas).
Sarà da vedere se la diplomazia vaticana, ora messa all’opera, grazie anche all’appoggio degli Stati Uniti, saprà dare una svolta anche alla questione più spinosa per gli assetti futuri del Medio Oriente.
Nella fotografia Hussein al-Sheikh.





