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In memoria di Ivo Fürer e sul gruppo di San Gallo

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Ivo Fürer, vescovo di San Gallo

In sordina, il 12 luglio scorso, se n’è andato Ivo Fürer, dal 1995 al 2006 vescovo di San Gallo in Isvizzera.

Nato a Gossau il 20 aprile del 1930, studiò teologia ad Innsbruck e venne ordinato prete dal vescovo di San Gallo, Joseph Meile, il 3 aprile 1954.

Addottoratosi in diritto canonico alla Gregoriana di Roma nel 1957, fu Cappellano a Herisau dal 1958 al 1963 e ad Altstätten da quell’anno al 1967, in cui divenne Vicario del vescovo Joseph Hasler, di cui era già segretario.

Nel 1971 collaborò alla fondazione dell’Associazione delle Chiese Cristiane della Svizzera. Dal 1977 al 1995 fu Segretario Generale dell’Unione delle Conferenze Episcopali d’Europa.

Nel 1991 divenne Decano del Capitolo Cattedrale di San Gallo. Esso, il 28 marzo 1995, lo designò Vescovo e Giovanni Paolo II lo elesse per la sede sangallese. Consacrato il 5 giugno successivo, Fürer rimase in cattedra fino al 2005 quando, il 16 ottobre, rimise l’incarico nelle mani di Benedetto XVI per raggiunti limiti di età.

Dal 1998 al 2009 ha presieduto il Consiglio della Fondazione dello Swiss Catholic Lenten Fund, che si adopera contro la fame e per uno stile di vita “sostenibile”, dando prova visibile della sua vicinanza ai valori del mainstream e ai loro promotori. Ha poi presieduto il Consiglio della Fondazione della Quaresima, fino alla morte.

Il grande pubblico non lo conosce, ma per gli addetti ai lavori Fürer è una autentica celebrità, una eminenza grigia, un Padre Giuseppe, degno di essere ricordato nella sua discussa funzione nella storia contemporanea, in quanto la tappa più importante del suo cursus honorum fu la carica di segretario organizzativo del Gruppo di San Gallo.

Piccolo circolo di influenti personalità della Chiesa Cattolica europea, esso si riuniva almeno una volta all’anno, di solito a gennaio, per dibattere sulla situazione ecclesiastica e mondiale, oltre che per preparare un futuro conforme alle sue aspettative.

La preistoria del Gruppo è relativamente semplice. Il cardinale arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, divenuto Presidente dell’Unione delle Conferenze Episcopali d’Europa nel 1987, aveva cercato da subito di utilizzare questo strumento per promuovere quelle riforme dottrinali e disciplinari che riteneva necessarie.

In questo aveva trovato una sponda discreta ed efficiente proprio in Ivo Fürer. Ma Giovanni Paolo II nel 1993, accortosi di queste manovre, ridusse l’autonomia dell’Unione e sostituì i due prelati, spostando la sede dell’organismo a Roma.

Fu così che Martini e Fürer, nel 1996, crearono il Gruppo di San Gallo, privo di qualunque ufficialità, per proseguirvi la loro azione. Il Cardinale gesuita vi mise la mente, il Vescovo svizzero la capacità organizzativa.

Scelse la sua diocesi per ospitare le nuove riunioni per ovvi motivi logistici ma anche perché fino ad allora l’Unione delle Conferenze Episcopali Europee aveva avuto là la sua sede.

Le riunioni erano coperte di discrezione, prive di verbali, libere nell’espressione, ma i loro frequentatori la pensavano tutti alla stessa maniera, sia pure con le debite sfumature, essendo progressisti e in alcuni casi neomodernisti, per cui il dibattito era a senso unico.

Il riserbo serviva a proteggere da Roma le già splendide carriere dei selezionati partecipanti e la libertà di espressione era intesa dal magistero papale in vigore.

Il danno costituito dalla mancanza di documenti sulle discussioni interne non può essere sufficientemente deprecato, sia per la ricostruzione storica, sia per l’immagine del Gruppo.

I fondatori furono, oltre a Martini e a Fürer, Paul Verschuren, vescovo di Helsinki di origine olandese, Jean Vilnet, arcivescovo di Lilla, Johann Weber, vescovo di Graz-Seckau, Walter Kasper, arcivescovo di Stoccarda, e Karl Lehmann, arcivescovo di Magonza, che era stato tra i consacratori di Fürer e che, durante le malattie di Giovanni Paolo II, avrebbe avuto la finezza di invitarlo indirettamente ad abdicare qualora si fosse considerato di peso per la Chiesa.

Questi ultimi due prelati sarebbero poi diventati anche Cardinali nel 2001, per volontà di Giovanni Paolo II, largo di perdono e ignaro della loro doppiezza di comportamento a San Gallo.

Questi presuli, tutti versati in teologia, avevano in comune l’avversione al pensiero di Ratzinger, del quale rappresentavano l’antitesi e di cui lamentavano l’eccessiva, presunta influenza su Papa Wojtyła, considerandolo il vero ispiratore di quelle tendenze che invece essi volevano avversare e il vero ostacolo all’affermazione di quegli obiettivi che essi perseguivano: diminuzione del centralismo ecclesiastico e sviluppo delle competenze delle Conferenze Episcopali, pratica diffusa di governo mediante la collegialità dei Vescovi, riforma della morale familiare e della bioetica, trasformazione del sacerdozio sacramentale maschile, ridefinizione dei criteri per la nomina dei presuli.

Tutte cose, queste, sulle quali il magistero ecclesiastico si era già espresso da secoli, con dichiarazioni irreformabili o almeno di dottrina certa, anche reiterandole di recente.

Come dicevo, la mancanza di verbali – che proprio Fürer avrebbe dovuto tenere – impedisce di capire come tali riforme siano state pensate da ciascuno dei Sangallesi, se in linea o meno con l’insegnamento della Chiesa (almeno in quei punti ove ciò poteva sembrar possibile), e ha di conseguenza privato il dibattito teologico successivo di preziosi punti di riferimento.

Sorta di carbonari in violetto e porpora, i Sangallesi, dal 1999, ammisero alle loro riunioni anche Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles e primate del Belgio (che pure aveva inaugurato un sodalizio intellettuale con Fürer e Martini dal 1982), nonché Adrianus Van Luyn, vescovo di Rotterdam e, poco dopo, vice presidente della Commissione episcopale della Comunità Europea.

Una cooptazione che metteva il gruppo molto da vicino ai vertici, politici e finanziari, dell’Unione Europea. Altri prelati, come Basil Hume, arcivescovo di Westminster, erano vicini al Gruppo anche se non si hanno notizie certe della loro frequentazione delle sue riunioni.

Nel 1999, Carlo Maria Martini propose in San Gallo di adoperarsi per un nuovo Concilio Ecumenico, mentre Godfried Danneels si oppose, considerandolo irrealizzabile per la mastodonticità che l’avrebbe caratterizzato.

Due personalità, una intellettualmente tersa e l’altra pragmaticamente incline alle manovre, si erano scontrate.

Ma in quel consesso semicatacombale, non poteva che prevalere la seconda linea. Non sappiamo che idea sostenne Fürer. Certo, in un Concilio non era detto che la linea di San Gallo dovesse prevalere, per cui i fautori della decentralizzazione presero la via delle camerille pur di avere più possibilità di imporsi.

In ogni caso, il Gruppo si mosse bene: ciò che veniva discusso in privato era poi ripreso in pubblico dai membri, come se essi non avessero legami tra loro. Anche Giovanni Paolo II prese a benvolere alcune istanze generiche provenienti, a sua insaputa, dal Gruppo.

Nello stesso 1999 Danneels entrò a far parte, per designazione pontificia, del World Council of Religions for Peace, un organismo di ispirazione mondialista finanziato generosamente dall’ONU, dalla Commissione Europea e da Fondazioni del calibro della Rockefeller e della William Hewlett.

In questo modo, il leader più importante di San Gallo dopo Martini garantiva un collegamento diretto con le oligarchie globaliste. L’asse di San Gallo si spostava dall’ambito teologico di Martini a quello politico di Danneels, con Fürer a ruota che lo seguiva, avendo mantenuto il suo incarico di segretario.

Nel 2000 il tema della scelta dei Vescovi fu ampiamente trattato a San Gallo. Altri membri furono accolti nel 2001 nel Gruppo: Cormac Murphy O’Connor, successore di Hume e arcivescovo di Westminster, e Joseph Dorè, arcivescovo di Strasburgo.

Anch’essi sarebbero stati creati Cardinali da Wojtyła nello stesso anno, che quindi fu quello nel quale molti sangallesi entrarono nel Sacro Collegio, senza che gli altri porporati fossero a conoscenza dei loro legami riservati.

A margine di quel Concistoro, Carlo Maria Martini presentò agli altri Sangallesi Jorge Mario Bergoglio, anch’egli appena creato Cardinale.

Defilato, schivo, riservato, gesuita atipico devoto al Cardinale milanese, anch’egli gesuita, e alla memoria di Arrupe, di formazione non accademica, pragmatico più che progressista, riformatore più che innovatore, politico più che teologo, buono ma astuto e all’occorrenza autoritario, il Cardinale Primate di Argentina sarebbe diventato il candidato ideale al Pontificato per il Gruppo di San Gallo: vicino ad esso più per eterogenesi dei fini che per altro, non avendolo mai frequentato e non avendo quindi mai avuto parte nelle sue manovre riservate.

Bergoglio, peraltro, a differenza di molti Sangallesi, era un esponente del progressismo moderato e non estremista, ossia più simile a un Martini che a un Danneels. Per esempio, a Buenos Aires Bergoglio si oppose energicamente alla legislazione sul matrimonio omosessuale e sul riconoscimento delle coppie di fatto ai fini giuridici, voluto dai Kirchner, cosa che invece i Sangallesi avrebbero appoggiato. La sua individuazione come candidato sarebbe servita quindi ad un coagulo più ampio di consensi.

Nelle riunioni del Gruppo, già da quell’anno si pensò a dare competenze sacerdotali ai laici a fronte del declino delle vocazioni, senza però porsi la domanda sulla ragione di tale declino, anzi forse essendone contenti per spostare verso una concezione ministeriale e non più sacramentale il sacerdozio cattolico.

La tendenza verso il Protestantesimo è infatti una costante delle Chiese europee del Nord, preponderanti a San Gallo. Essa si era manifestata anche nel corso del Concilio Vaticano II.

È, infatti, proprio nelle spinte più estreme del dibattito teologico tenutosi ai margini di quell’assise che vanno cercate le radici, sostanzialmente neomoderniste ma non tutte eterodosse, del Gruppo di San Gallo, la composizione geografica dei cui membri ha influenzato non poco le sue priorità, rappresentando soprattutto Chiese di frontiera col mondo evangelico e fortemente segnate dalla secolarizzazione e dalla contestazione postconciliare.

La condanna mai fulminata del Neomodernismo franco-tedesco e anglosassone fece da concime allo sviluppo della pianta il cui frutto più maturo, ma non l’unico, fu proprio il Gruppo di San Gallo.

Posto dinanzi agli effetti della Caduta del Muro di Berlino, il Gruppo si adoperò perché i leader religiosi un tempo d’Oltrecortina partecipassero alle riunioni del Consiglio Europeo dei Leader Religiosi, mostrando una certa vocazione irenistica, più politica che spirituale.

I Sangallesi poi, considerando gli effetti dell’11 settembre, cominciarono ad adoperarsi per una evoluzione “moderata” dell’Islam, specie europeo, favorendo la partecipazione dei suoi capi al Consiglio Europeo dei Leader Religiosi, generosamente finanziato dall’alto capitale globalista.

In questo, la preoccupazione per la tenuta della società europea ebbe la prevalenza sulla necessità di arginare il fondamentalismo nei paesi extraeuropei e di tutelarvi i cristiani residenti.

Le istanze politiche mondialiste sembrano aver così preso il sopravvento su quelle religiose nell’agenda di San Gallo, peraltro ignorando clamorosamente i legami tra l’Islam d’Europa e i Wahabiti.

Lo stesso anno i Sangallesi si pronunziarono, segretamente, per il Diaconato femminile, salvo poi manifestare in pubblico la loro convinzione separatamente.

Nel 2002 cominciò a frequentare le riunioni Alois Kothgasser, vescovo di Innsbruck. Nello stesso anno, negli ambienti sangallesi acquistò ulteriore prestigio e considerazione il Cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, per la sua relazione al Sinodo dei Vescovi del 2001 dedicato all’Episcopato.

Invalse, poi, in San Gallo, sostenuta anche da Fürer e da Danneels, l’idea di una Chiesa inclusiva e di una nuova considerazione dell’omosessualità, del divorzio e del secondo matrimonio, inclusa la possibilità, in libertà di coscienza, di comunicarsi da parte dei fedeli in quelle condizioni.

Nel 2003 si diffuse in San Gallo la tesi che, per la laicità dello Stato, bisognasse favorire leggi relative al matrimonio omosessuale e alle convivenze. Molte di queste idee vennero poi diffuse dal Cardinal Danneels attraverso lo strumento a dir poco singolare della grande stampa economica del Belgio, ossia De Tijid e L’Écho, a dimostrazione di una convergenza de facto sempre più stretta tra il neomodernismo e le politiche di contenimento della natalità dell’alta finanza globalista, oltre che, indirettamente, tra esso e le lobbies ad essa vicine, come quella LGBTIQ, compresa la sua propaggine nel clero cattolico.

In quell’anno cominciarono a frequentare San Gallo, accolti da Fürer, Achille Silvestrini, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali e membro distinto della diplomazia vaticana, e Lyubomir Husar, arcivescovo maggiore di Leopoli e Kiev degli Ucraini.

Mentre la salute di Martini declinava, i Sangallesi si preparavano alla successione di Giovanni Paolo II. A tale tema furono dedicate le riunioni del 2004 e del 2005, nonostante la legge canonica proibisse le discussioni di tal genere fino a quando il Papa regnante fosse in vita.

In realtà, il Codice di Diritto Canonico proibiva anche riunioni come quelle sangallesi, ma la cosa non preoccupò molto né Fürer né gli altri frequentatori del simposio elvetico.

L’ingresso nel Gruppo, nel 2004, del patriarca di Lisbona Josè da Cruz Policarpo segnò una svolta importante: oramai i sangallesi potevano manovrare per orientare i voti dei Cardinali italiani, francofoni, anglofoni, curiali, tedeschi, lusofoni e delle Chiese orientali, verso un candidato al Papato per il quale essi si andavano prendendo la briga di stendere un programma di governo, prima ancora che il Pontefice in cattedra fosse morto e, forse, auspicando una sua rapida dipartita.

Un nome i Sangallesi non volevano che risuonasse dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, quello di Joseph Ratzinger.

Defunto Giovanni Paolo II, i Cardinali sangallesi scrissero a Ivo Fürer, dalle congregazioni preparatorie del Conclave, una lettera in cui attestavano di “essere là nello spirito di San Gallo”.

Singolare che dei Principi della Chiesa si sentissero in dovere di fare relazione a un semplice Vescovo, sia pure segretario del loro Gruppo.

Se ne deduce che l’influenza di Fürer sui suoi sodali andasse ben oltre il suo grado sacerdotale e il suo stesso ruolo nell’organizzazione. Si può arguire da questo il motivo del gran riserbo che ha circondato la sua figura.

Ci si può anche chiedere chi volle la segretezza del Gruppo, se Martini o Fürer, e, se fu questi, sulla base di quale modello organizzativo o, eventualmente, di quale suggerimento.

Dopo le esequie di Giovanni Paolo II, i Sangallesi si riunirono in quel di Roma a Villa Nazareth, con Silvestrini anfitrione e assieme al Cardinale Backis, arcivescovo di Vilnius, per preparare una strategia elettorale.

Nel Conclave i Sangallesi sostennero a spada tratta quel Cardinal Bergoglio che sembrava incarnare il loro candidato ideale, ma nulla poterono contro lo schieramento favorevole a Ratzinger, tanto che, una volta eletto Benedetto XVI, alcuni dei porporati del Gruppo non riuscirono, in pubblico, a nascondere la loro delusione.

Si seppe, poi, che Bergoglio aveva avuto quaranta voti e Ratzinger settantadue. Se Bergoglio avesse varcato la soglia dei 40 suffragi, anche se non fosse stato eletto, poteva costringere gli elettori di Ratzinger a convergere su di un candidato di compromesso.

Ma il cardinale Joachim Meisner di Colonia riuscì ad impedire questa manovra e a far eleggere Benedetto XVI. Lo stesso Bergoglio si oppose ad una continuazione dello scontro elettorale, considerandolo controproducente.

A margine di questo duello in Conclave, vale la pena di chiedersi se Bergoglio fosse davvero il candidato di tutti i Sangallesi o se questi, o alcuni di essi, lo avessero usato. La legge canonica prevedeva infatti che, in caso di stallo per quindici scrutini di fila, ossia in mancanza dei due terzi dei suffragi cardinalizi su un solo nome, si sarebbe andati al ballottaggio tra i due candidati più votati, ad uno dei quali sarebbe bastato raggiungere la maggioranza assoluta per vincere.

Ora, se Bergoglio non fosse stato in grado di raggiungere i due terzi ma solo di impedire a Ratzinger di farlo, sarebbe stato ragionevole aspettare quindici scrutini e cinque giorni per imporlo come candidato in un testa a testa, dove, ragionevolmente, avrebbe perduto a maggior titolo di quanto avvenuto con la votazione ordinaria?

Considerando che l’andamento del Conclave faceva vedere che l’Arcivescovo di Buenos Aires non sfondava, i Sangallesi che puntavano su di lui di sicuro avevano un nome compromissorio in tasca, che presumibilmente potrebbe essere stato quello vero a cui puntavano, in quanto sapevano bene che Ratzinger aveva molto seguito e che uno stallo elettorale era abbastanza probabile.

Uno scenario del genere potrebbe essere stato ben intuito e valutato, prima ancora del Conclave, proprio dall’abilissimo Fürer. Il nome spendibile poteva essere, a quel punto, o quello di Martini, all’inizio della competizione appesantito dall’incipiente Morbo di Parkinson, o quello di un cardinale di un piccolo paese, ossia Danneels – lo stesso profilo tratteggiato nei Conclavi del 1978, proprio per il Primate del Belgio, che all’epoca era Simonis.

In ogni caso, non andò così, anche perché il primo a non prestarsi fu proprio Jorge Mario Bergoglio, cui non difetta la capacità di analisi.

Con Ratzinger sul Sacro Soglio, San Gallo vide scemare le frequentazioni delle sue riunioni: con Fürer sempre anfitrione, ma non più nel Palazzo episcopale e nemmeno nella cittadina, bensì nella casa paterna del presule, a Gossau, si riunirono i soli Danneels, Kothgasser e Van Luyn.

Questo avvenne nel 2006 e nel 2007. Ma i Sangallesi, coerentemente, continuarono a sostenere le loro tesi e, a mio avviso, in altre forme e in altri luoghi, forse anche virtuali, continuarono a tenersi uniti.

Le quotazioni di Bergoglio salirono ancora tra loro dopo le sue esternazioni contro l’infelice lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona sui Dialoghi di Manuele II Paleologo tra un cristiano e un musulmano.

All’epoca essi erano lontanissimi dall’immaginare che ben presto avrebbero avuto una rivincita. Ma il Gruppo, nella sua diaspora, sapeva che prima o poi ci sarebbe stato un altro Conclave e, quindi, un nuovo candidato liberale da promuovere.

Così, quando Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013, abdicò alla Tiara, pur rimanendo stupefatti, i Sangallesi più importanti, alcuni dei quali, come Danneels, lambiti dagli scandali legati alla pedofilia del clero perché accusati di non aver denunziato gli abusi – poterono, post fata, resurgere.

I Cardinali superstiti del Gruppo ebbero la soddisfazione di vedere le congregazioni cardinalizie preparatorie del Conclave dibattere dei temi a loro tanto cari e, soprattutto, poterono, combinando i loro voti – e quelli dei progressisti in genere – con quelli dei curiali seguaci del Cardinal Bertone e dei diplomatici, sbarrare la strada del Papato ad Angelo Scola, arcivescovo di Milano, e imporre l’elezione di Jorge Mario Bergoglio che, da Papa, come ognun se n’avvede, cercò in ogni maniera, e ancora cerca, di trasformare parte delle utopie sangallesi in un programma di governo conciliabile con la disciplina e la dottrina della Chiesa.

A margine, annoto che ho la personale convinzione che non tanto tutto il Gruppo di San Gallo, ma specificamente Danneels abbia condiviso i progetti per il Conclave con gli alti protettori del World Council of Religions for Peace, da molto prima dell’abdicazione di Ratzinger, così come credo che quegli stessi ambienti mondialisti si siano adoperati per rendere cancrenosa la crisi invalsa in Vaticano negli ultimi anni benedettini, a causa della faida tra i seguaci del Cardinale Bertone e i diplomatici, nonchè delle resistenze alle riforme disciplinari del Papa, crisi fomentata anche dalle dispute dottrinali interecclesiali tra conservatori e progressisti, a loro volta imperniati proprio su San Gallo.

Questo Gruppo si sarebbe quindi trovato in una sorta di Quadruplice Alleanza antiratzingeriana (esso stesso, i diplomatici, i resistenti alle riforme e, dall’esterno, i mondialisti), anche se non in modo pienamente consapevole, così da fomentare una sorta di “rivoluzione colorata” nella Chiesa Cattolica.

Per l’elezione dell’Arcivescovo di Buenos Aires, del tutto o quasi ignaro di questo mondo sommerso alle sue spalle, si adoperarono molto Kasper, Lehmann, Danneels e O’Connor.

Per i primi due, l’abdicazione benedettina era arrivata giusto in tempo per darsi da fare: a Lehmann mancavano solo tre anni prima della perdita dell’elettorato attivo in Conclave, a Kasper addirittura tre mesi soltanto.

Martini era invece deceduto poco prima. O’Connor ottenne da Bergoglio l’assenso ad essere portato come candidato in Conclave per la seconda volta, dopo che anche Danneels si era speso in tale senso.

Il porporato inglese ha anche rivelato l’esistenza di un programma massimale per il nuovo pontificato, ma mi sembra poco credibile che esso fosse vergato da Bergoglio stesso, in quanto non riesco a vedere una finestra temporale in cui collocarlo.

Tra l’altro, questo programma progressista avrebbe dovuto essere realizzato in quattro anni, cosa che non solo non si è verificata ma che verosimilmente sarebbe stata impossibile.

Di certo, nel Conclave del 2013 non vi era tempo per i giochi del 2005: o Bergoglio si imponeva subito o sarebbe toccato ad un altro, forse proveniente dalla diplomazia vaticana.

In questa luce potrebbe essere letto quanto raccontato da alcuni, fortemente ostili al Papa regnante, i quali affermano che, nel giorno dell’elezione, furono tenuti due scrutini nel pomeriggio, considerando invalido il primo e non semplicemente nullo il risultato per l’erroneo conteggio di una scheda bianca.

Questa cosa, ammesso che sia realmente accaduta, potrebbe essere stata la conseguenza della volontà di affrettare i tempi dell’elezione e di non mettere per lo mezzo una notte di riflessione.

Ma è, sia ben chiaro, ben lungi da essere motivo di nullità dell’elezione stessa. Se si ragionasse in termini tanto rigidi, la metà delle elezioni papali, dalle origini della Chiesa, sarebbe da considerare invalida.

In ogni caso, quando alcuni sospetti – in verità privi di reale fondamento – si addensarono sulla legittimità dell’elezione di Papa Francesco, i Cardinali che si erano adoperati per lui negarono quanto prima ammesso e testé da me raccontato, ma, al netto di qualche millanteria, non vi è motivo di dubitare del grosso della loro primitiva versione dei fatti, peraltro coincidente con quello che spesso capita nei Conclavi.

Roncalli nel 1958, come Siri e Benelli nel 1978 e lo stesso Ratzinger nel 2005, avevano accettato di farsi portare candidati, non potendo proporsi essi stessi. Il partito romano nel 1958 aveva affondato la candidatura di Siri, manovrando in Conclave, e la stessa cosa si era ripetuta nell’ottobre del 1978, verosimilmente per volontà del camerlengo Jean Villot.

Altri esempi potrebbero essere portati, ma non vale la pena di appesantire il racconto.
Sotto la protezione di un Papa amico – e riconoscente –i Sangallesi poterono uscire allo scoperto.

Ivo Fürer manifestò tutta quella gioia che non aveva potuto esternare per l’elezione di Ratzinger. Danneels, in una celebre conferenza stampa del 2015, rivelò quello che molti già sapevano, ossia l’esistenza del Gruppo e lo definì, con una veritiera ironia, una “mafia”.

Essa aveva lavorato per anni per promuovere, nelle sedi episcopali e specialmente nel Sacro Collegio, persone amiche e vicine, che sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, pur ignorandone le frequentazioni, con liberalità di pensiero poi scomparsa a Roma, non esitarono a scegliere per quei compiti, nonostante fosse a volte evidente il loro diverso orientamento teologico rispetto a quello dei Pontefici. Un numero talmente alto di sodali che Danneels ritenne di non poter calcolare, forse millantando un poco.

Ovviamente, si materializzò la voce che il Gruppo avesse lavorato per l’abdicazione di Benedetto XVI, data la stolta esultanza con cui esso venne alla luce sotto Francesco. La Diocesi di San Gallo pubblicò allora una lettera che smentiva le illazioni ma ammetteva che, nel 2013, l’elezione di Bergoglio corrispondesse agli obiettivi del Gruppo, lasciando sussistere l’ipotesi di una sua sopravvivenza anche sotto il Papato ratzingeriano.

A questo punto è doverosa una domanda: Papa Francesco è davvero il Pontefice del Gruppo di San Gallo?

La risposta è sicuramente no. Francesco è, al massimo, il Papa della Teologia del Pueblo, ossia del ramo ortodosso della Teologia della Liberazione; poi è il Papa della Compagnia di Gesù di Arrupe; indi è il Papa di Romano Guardini e della sua opposizione polare, usata, forse in modo un poco rozzo, come mezzo di governo e, solo in ultimo, è il Papa che deve sdebitarsi coi suoi elettori tendenzialmente neomodernisti. Ognuno può confrontare il programma di San Gallo con le realizzazioni di Francesco e vedere le differenze, anche se questo può essere oggetto di un altro articolo.

Concludendo, come valutare allora l’opera di Fürer e di San Gallo, di cui egli fu l’anima organizzativa e il garante della continuità?

Disseminando nel testo le mie valutazioni, rapportate ai dati obiettivi e non alle opinioni personali, ho senz’altro dato ad intendere che non credo sia stato un fatto corretto agire sotterraneamente per tanto tempo e su certe questioni. Ma è altrettanto vero che una serie di problemi sono alla base delle pur discutibili soluzioni patrocinate a San Gallo.

Di certo, però, quel che è mancato a San Gallo è ciò che ha caratterizzato i veri gruppi riformatori ecclesiali, dall’epoca della Lotta per le Investiture fino alla Controriforma: un programma e delle personalità spirituali.

Non vi è stato a San Gallo un San Pier Damiani, un Ildebrando da Soana, un San Pio V, un Reginald Pole, né ad esso si sono collegate figure carismatiche della vita religiosa, che pure abbondano nel presente.

Nessuno dei suoi membri ha sofferto per le sue idee, dando così la testimonianza della fede in una disputa teologica, in quanto tutti, nessuno escluso, sono stati ben riparati, presentandosi sempre come battitori liberi.

In tal modo San Gallo è rimasto solo un importante epicentro di potere, sia pure ecclesiastico.

Inoltre, dalle sue istanze non accolte ed estremizzate sono scaturite altre problematiche e lacerazioni, come la controversa gestione del Sinodo tedesco, che il Papa paventa ma non sa come affondare. La prova è che a San Gallo, nonostante tanto parlare di inclusione, si è lavorato più per dividere che per unire.

Questo è dunque il profilo segreto e l’importante e discutibile lascito dell’umbratile ma fondamentale figura di Ivo Fürer: lascito non esclusivamente suo, ma di certo fortemente connotato dalla sua notevole personalità, su cui molto ancora si dovrà dire.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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