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… DOVE POCO È COME SEMBRA

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di Achille Nobiloni

Indipendentemente da quale sia la verità, per ogni singolo episodio di geopolitica vengono fuori un’infinita di “narrazioni” diverse (ora va di moda questo termine “narrazione”), il che è veramente un gran danno perché si finisce col non credere più a niente ed è così che nascono complottismo e populismo.
Del resto è anche vero che troppe volte le verità ufficiali si sono rivelate mendaci e questo non fa che peggiorare le cose.
Nel corso degli ultimi trentacinque anni, dalla caduta del muro di Berlino a oggi, l’assetto geopolitico mondiale è cambiato molto senza però riuscire a imboccare la strada verso un nuovo equilibrio sostenibile, a quanto pare ancora assai lontano da raggiungere.
Forse ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale sono ancora troppo pochi per convincere tutti che non sono le armi la soluzione migliore per le controversie internazionali; forse la ricerca unilaterale del mantenimento di supremazie economiche e militari non più realistiche in un mondo e un’economia sulla via di una globalizzazione sempre più spinta rappresenta una tentazione ancora molto forte; fatto sta che in questo clima di grande confusione e assenza di una visione globale di lungo periodo, sia pure dietro il paravento di organismi che quanto più internazionali dovrebbero essere tanto più risultano inefficienti (vedasi per esempio l’Onu) ognuno sembra intenzionato a perseguire i propri intenti nazionali giustificandoli come meglio gli riesce.
Il risultato è l’assenza di una vera strategia sostenibile per il futuro… non solo a livello globale ma anche a livello dei singoli protagonisti i quali ormai seguono tattiche episodiche e occasionali per il raggiungimento di obiettivi particolari che poco o nulla hanno a che vedere con un nuovo assetto mondiale di pacifica convivenza.
Ecco quindi che in questo quadro in cui non si capisce più nulla e nulla è più come sembra, i bombardamenti in Iraq furono giustificati con l’esistenza di fantomatiche armi di distruzione di massa; sugli attacchi dell’11 settembre in Usa continuano ad accavallarsi ipotesi su ipotesi e ipotesi su ipotesi si stanno accavallando in queste ore anche sul recente attacco iraniano a Israele.
Una di queste è che si sarebbe trattato di un accordo “strategico” per uscire da una situazione imbarazzante dovuta a un’operazione “tattica” sbagliata.
Insomma:
– Atto primo: gli israeliani avrebbero provocato l’Iran bombardandone l’ambasciata a Damasco al fine di farsi attaccare e poter rispondere pesantemente.
A questo punto, per tacitare l’opinione pubblica al proprio interno, Teheran aveva bisogno di dare una risposta al raid israeliano ma senza esagerare per non cadere nella trappola e non farsi bombardare le proprie installazioni nucleari.
– Atto secondo: gli Usa preoccupati per la brutta piega che stavano prendendo le cose avrebbero avvertito Netaniahu che lo avrebbero supportato (o sopportato?) fino a un certo punto ma non oltre: operazioni di difesa sì ma di attacco no.
Ecco allora che vengono fuori le indiscrezioni sugli imminenti attacchi di droni iraniani su Israele e i primi a informare Netaniahu sembra siano stati proprio gli Usa.
Netaniahu lancia un appello alla Nazione e si rifugia in un bunker segreto.
– Atto terzo: una o due ore dopo, mentre a Teheran si balla nelle piazze, i droni iranani cominciano ad arrivare sui cieli di Israele che li abbatte uno a uno dando a vedere una grande efficienza.
– Epilogo: Biden dice a Netaniahu: hai avuto la tua vittoria ora stattene buono. Gli fa eco la rappresentanza iraniana all’Onu con una missiva in cui dice: per noi la questione può considerarsi chiusa qui.
Amen!
Le cose saranno andate veramente così? Boh… L’ipotesi sembra però verosimile.
La cosa certa è che tra crisi ucraina e crisi palestinese (oltre 400.000 morti la prima, oltre 30.000 la seconda) si continua a giocare con il fuoco e con le vite e sofferenze umane… il tutto in assenza di una valida strategia di pace e con al massimo una pessima regia di guerra.

Autore

  • Redazione

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