
di Gianvito Caldararo
Non sono solo i giudici che rendono impossibile la riforma della giustizia, ma vi sono anche i burocrati che rendono impossibile ogni riforma della Pubblica Amministrazione.
Con la riforma della P.A. di Bassanini, con la quale si stabiliva la netta separazione tra l’attività di indirizzo e controllo e l’aspetto gestionale, si pensava di poter realizzare il massimo dell’efficienza, della efficacia e della produttività. Il risultato, invece, è stato quello di una grande delusione.
E’ stato lo stesso Bassanini, a dieci anni di distanza, a valutare quelle norme come un sostanziale fallimento, con le seguenti parole: “la riforma del 1998 non fece i conti fino in fondo con la persistenza, nel ceto politico e nel ceto amministrativo, della vecchia cultura dello scambio politico, della collusione tra esigenze clientelari e di sotto-governo, con il rifiuto della responsabilità, della cultura della valutazione e della meritocrazia da parte della dirigenza amministrativa”.
Nel 2016 è il governo di Renzi, che prova a riformare la P.A. con la riforma della ministra Madia. Si assiste ad un forte scontro da parte dell’alta burocrazia nei confronti della citata riforma, che prevedeva quanto segue: a) la unificazione in unico ruolo dei dirigenti; b) nessun dirigente potrà mantenere il medesimo incarico per 6 anni; c) passare da un’amministrazione ad un’altra; d) in caso di valutazione negativa la possibilità di essere licenziabile; e) per evitare il licenziamento accettare di retrocedere alla qualifica di semplice funzionario; f) il dirigente che non riuscirà a ottenere un incarico rimarrà” congelato” e perderà una fetta consistente della parte economica dello stipendio, quella legata ai risultati”.
Secondo una ricerca condotta da Roberta Occhilupo e Lucia Rizzica della Banca d’Italia, “grazie ai brillanti risultati del 100% di tutti i dirigenti che conseguono, lo Stato ogni anno paga 800 milioni di euro di premi a 48.000 dirigenti pubblici, senza o quasi alcuna giustificazione reale”. La rivolta dell’alta burocrazia alla riforma Madia, costrinse il governo a scendere a patti. Infatti, nel Consiglio dei ministri il governo fu costretto ad approvare un “salvacondotto” che garantiva a una parte dei super dirigenti la certezza di non poter essere rimossi dai livelli apicali delle loro amministrazioni.
Dopo aver vinto questa battaglia, Giavazzi e Barbieri nel loro libro dal titolo “I signori del tempo perso” , ricordano che dopo aver vinto la prima battaglia, gli alti dirigenti della P.A. si organizzarono in un Comitato, con il preciso obiettivo di denunciare in tutte le sedi “che il vero obiettivo della riforma è quello di asservire la P.A. alla politica”. Alberto Alesse, rappresentante del Comitato dei dirigenti pubblici, dirà: “bisogna riconoscere al governo che questo provvedimento della riforma Madia, ha avuto il merito di far nascere uno spirito corporativo tra tutta la nostra categoria che mai prima d’ora si era manifestato”.
La riforma per essere approvata ha bisogno del parere del Consiglio di Stato, il quale produrrà un documento di 114 pieno di dubbi, perplessità e richieste di modifiche rilevanti, provocando lo svuotamento reale della riforma. A dare il colpo di grazia, giungerà poi anche la decisione della Corte Costituzionale, che boccerà importanti parti delle riforma.
Tutto ciò, conferma che in Italia riformare la P.A. è quasi impossibile. Per non parlare anche della palude della giustizia amministrativa che proviene dai TAR – Tribunale Amministrativo Regionale – che secondo Giavazzi e Barbieri, si sono sostituiti al Parlamento nelle materie più disparate.
Romano Prodi, è giunto a dichiarare che “con l’abolizione dei TAR e del Consiglio di Stato si potrebbe favorire la crescita del PIL- Prodotto Interno Lordo -, perché in “presenza di una eterna incertezza, i capitali e le energie umane fuggono dall’Italia verso luoghi nei quali questa incertezza non esiste per niente”.
Ma non c’è solo chi ormai fa ricorso al TAR, ma vi sono imprese che ricorrono al TAR, per richiedere il risarcimento per essere stati esclusi dalla gara, guadagnando più di quanto avrebbe potuto guadagnare realizzando l’opera prevista”. Ora si attende all’opera il Governo di Giorgia Meloni, con Paolo Zangrillo, ministro alla Pubblica Amministrazione , che pare stia lavorando senza ricorrere alla solita pubblicità.
Si spera che il ministro Zangrillo, non vada a finire ad allungare il nutrito elenco ei ministri che hanno fallito l’obiettivo della riforma della P.A.





