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Illusione d’innocenza: l’Italia non è più un Paese di brava gente

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Illusione d'innocenza: l'Italia

Il declino etico dell’Italia è colpa degli italiani

“L’italiano ha un solo vero nemico: l’italiano”.
Ennio Flaiano

​L’ipotesi rassicurante secondo cui l’Italia non è più un Paese di brava gente a causa delle dinamiche legate all’immigrazione rappresenta una delle narrazioni più comode, ingannevoli e prive di fondamento del nostro tempo.

È un alibi perfetto, un guscio protettivo dentro cui la coscienza collettiva si rifugia per evitare di guardarsi allo specchio e affrontare le proprie responsabilità storiche e civili.

Risulta infatti tremendamente più semplice e politicamente redditizio attribuire il degrado sociale, l’aumento della micro-criminalità, la perdita dei valori tradizionali e il complessivo logoramento del tessuto morale a un elemento esterno, al diverso, all’ultimo arrivato, piuttosto che ammettere una verità ben più scomoda e dolorosa: il declino etico di una nazione è quasi sempre un processo squisitamente autoconsumante, un tarlo interno che rode le fondamenta della convivenza senza alcun bisogno di spinte o aiuti dall’esterno.

​Per lunghi decenni ci siamo cullati nell’inossidabile mito consolatorio degli “italiani, brava gente”.

Questa auto-assoluzione storica, nata nel secondo dopoguerra per lenire le ferite del conflitto e ridimensionare le colpe collettive del regime fascista, si è progressivamente trasformata nel tempo in una vera e propria gabbia culturale.

Ci siamo raccontati per generazioni di essere un popolo intrinsecamente solidale, geniale, accogliente e dotato di un’empatia naturale e spontanea superiore a quella delle altre nazioni europee.

Ma la realtà quotidiana, osservata con occhio critico, lucido e del tutto privo di velleità nostalgiche, racconta una storia diametralmente opposta.

La frantumazione del senso civico non è arrivata a bordo delle imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo, né si annida prioritariamente nei quartieri ad alta densità abitativa straniera; si è sviluppata lentamente nei nostri pianerottoli, nelle nostre aule scolastiche, negli uffici pubblici, nelle corsie stradali e, soprattutto, nella dimensione digitale che oggi domina e plasma le nostre vite.

​Il disfacimento del senso civico e il culto dell’individualismo

​La prima drammatica spia di questo mutamento antropologico profondo è la progressiva e apparentemente inarrestabile scomparsa del concetto stesso di bene comune.

In Italia, lo Stato è storicamente e culturalmente percepito non come la casa di tutti, l’istituzione garante dei diritti e dei doveri condivisi, ma come un’entità astratta, ostile, vessatoria e aliena, da cui difendersi con ogni mezzo o, peggio ancora, da derubare e aggirare quando se ne presenta l’occasione.

Questa visione distorta ha generato nel tempo una forma di individualismo selvaggio e miope, dove l’interesse del singolo o del proprio ristretto nucleo familiare prevale sistematicamente e brutalmente su qualsiasi regola elementare di convivenza democratica.

​La furbizia elevata a virtù sociale

La violazione della norma non genera più disapprovazione o riprovazione sociale, ma spesso un’inconfessabile ammirazione.

Chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo viene spesso percepito come un’anima ingenua, un “fesso” da deridere, mentre chi trova lo stratagemma per eludere il sistema viene additato come un modello di intelligenza pratica e di scaltrezza.

​L’inciviltà quotidiana e capillare

Dal parcheggio sistematico sui posti riservati ai disabili o sulle strisce pedonali al rifiuto di rispettare le file negli uffici, fino all’abbandono indisturbato dei rifiuti nelle aree naturali, i piccoli gesti di prevaricazione giornaliera sono la vera radiografia di una società che ha completamente smarrito il rispetto fondamentale per il prossimo.

​La totale tolleranza per la corruzione

Le grandi inchieste giudiziarie e gli scandali finanziari non suscitano più lo sdegno viscerale o la spinta al rinnovamento che si registravano in passato; vengono accolti con una stanca e cinica rassegnazione, quando non con una sotterranea complicità culturale che vede nell’illecito un semplice strumento di sopravvivenza o di scalata sociale.

​Atteggiamenti di questo tipo non sono certamente stati importati dall’esterno né suggeriti da culture straniere.

Appartengono a una matrice profondamente autoctona che si è consolidata ed esasperata negli anni, alimentata da una cronica e colpevole mancanza di investimenti nell’educazione civica e da una classe dirigente che spesso ha deliberatamente speculato su queste debolezze strutturali anziché adoperarsi per correggerle.

​La rabbia sociale e l’odio elevato a collante identitario

​Un altro sintomo inequivocabile della drammatica trasformazione in corso è l’impoverimento emotivo, cognitivo e verbale che caratterizza il dibattito pubblico a ogni livello.

Il rancore è diventato la benzina principale della comunicazione interpersonale, specialmente sui canali social, trasformati ormai in enormi arene digitali in cui l’empatia viene derisa come debolezza e la violenza verbale viene celebrata come prova di forza e di autenticità.

​Questo degrado si sviluppa attraverso un percorso ben preciso: dalle relazioni umane tradizionali si passa a un progressivo logoramento della fiducia interpersonale, fino ad arrivare a un vero e proprio odio sistemico che si manifesta sia online sia nella vita reale.

​La cattiveria gratuita, il sottile godimento per le sventure altrui e la totale incapacità di ascoltare le ragioni dell’altro sono diventati tratti diffusi e trasversali della nostra quotidianità.

Si assiste a una perenne e ossessiva ricerca dello scontro ideologico e sociale.

​Tra generazioni differenti

I giovani accusano rabbiosamente gli anziani di aver ipotecato e distrutto il loro futuro economico; gli anziani, di contro, liquidano superficialmente i giovani come pigri, viziatissimi e privi di qualsiasi valore morale.

​Tra categorie economiche impoverite

Lavoratori autonomi contro dipendenti pubblici, garantiti contro precari, in una perenne e devastante “guerra tra poveri” che distoglie scientemente l’attenzione dai veri problemi strutturali del Paese.

​Tra vicini di casa e concittadini

La micro-criminalità di quartiere o le banali controversie condominiali sfociano sempre più frequentemente in atti di violenza inaudita e sproporzionata, a testimonianza di una soglia di tolleranza e di gestione dello stress ormai totalmente azzerata.

​Pensare che questa spinta distruttiva all’odio sia responsabilità di chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria estrema è una mistificazione intellettuale tanto comoda quanto falsa.

Il razzismo e la xenofobia stessi non rappresentano la causa primaria del nostro decadimento, ma sono soltanto una delle tante manifestazioni esterne di una rabbia repressa, di una profonda frustrazione e di un senso di fallimento interno che non riesce a trovare valvole di sfogo costruttive.

​Il crollo delle istituzioni formative e della scuola

​Un Paese rimane “di brava gente” fino a quando le sue istituzioni educative e formative fondamentali riescono a trasmettere in modo autorevole i valori della solidarietà, del merito, dell’onestà e della responsabilità individuale.

Quando la scuola viene progressivamente svalutata, definanziata e ridotta a un semplice burocratico esaminatore o a un’azienda erogatrice di servizi, e quando la famiglia si trasforma in un sindacato iper-protettivo pronto a difendere a prescindere i figli anche di fronte ai comportamenti più bulli e indefendibili, il patto educativo su cui si fonda la civiltà crolla inevitabilmente.

​I docenti, un tempo riconosciuti come figure di riferimento morale e culturale della comunità, vengono quotidianamente sminuiti, aggrediti verbalmente e talvolta persino fisicamente dai genitori degli studenti.

Le nuove generazioni crescono così con la pericolosa illusione che ogni limite possa essere valicato impunemente e che non debbano mai esistere conseguenze reali per le proprie azioni incivili.

​Quando la formazione culturale profonda viene sostituita dal mito del successo facile, dell’ostentazione del lusso e dell’arricchimento ottenuto senza alcuno sforzo o competenza, la struttura morale di una società si sgretola inesorabilmente.

La totale perdita del senso della vergogna è forse il segnale più drammatico e visibile di questo passaggio epocale: azioni e comportamenti che un tempo avrebbero spinto un individuo al ritiro con rispetto dalla vita pubblica, oggi diventano motivo di vanto sui media o strumenti efficaci per guadagnare visibilità, sponsor e follower.

​La scomparsa della solidarietà di classe e del mutuo soccorso

​C’era un tempo, non troppo lontano, in cui l’Italia, pur tra mille contraddizioni economiche, ingiustizie sociali e sacche di povertà, conservava una straordinaria e potente rete di solidarietà popolare.

Le comunità locali, i quartieri e i paesi si stringevano naturalmente attorno a chi si trovava in momenti di temporanea o profonda difficoltà; c’era una consapevolezza condivisa e viscerale del valore del mutuo soccorso come strumento di sopravvivenza collettiva.

Questa rete umana e sociale si è progressivamente dissolta con l’avvento dell’ipocrisia moderna, sostituita da un cinismo diffuso e dalla pericolosa convinzione che chiunque versi in condizioni di fragilità o marginalità sia in fondo l’unico ed esclusivo responsabile della propria triste sorte.

​I dati sulla povertà in costante aumento e sul peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione non generano più una reazione collettiva di coesione e mutuo aiuto, ma piuttosto un’ulteriore spinta all’isolamento atomizzato.

Ognuno combatte la propria disperata battaglia personale contro il declino socio-economico, percependo gli altri non come potenziali alleati con cui costruire un futuro migliore, ma come temibili concorrenti con cui contendersi risorse pubbliche e private sempre più scarse e insufficienti.

​Guardarsi allo specchio per provare a ripartire

In conclusione, la profonda e dolorosa trasformazione antropologica dell’Italia non è affatto un fenomeno subito passivamente a causa dei flussi migratori, della globalizzazione o di dinamiche internazionali incontrollabili.

È, al contrario, il risultato diretto di un preciso percorso culturale, politico, sociale ed economico compiuto in totale autonomia dall’interno nell’arco degli ultimi decenni.

Continuare a cercare capri espiatori all’esterno o puntare il dito contro chi viene da lontano è semplicemente il modo più codardo per rendere questo processo di degradazione del tutto irreversibile.

​Reimparare a essere una comunità realmente accogliente, corretta, rispettosa e civile non richiede certo la chiusura ideologica delle frontiere o la cinica ricerca di nemici comodi su cui scaricare le proprie frustrazioni, ma esige un profondo, coraggioso e persino doloroso esame di coscienza collettivo.

Bisogna avere il coraggio di ripartire dalle piccole cose quotidiane: dal rispetto rigoroso delle regole elementari della strada e della convivenza, dalla ricostruzione democratica del patto educativo tra scuola e famiglia, dalla restituzione del giusto valore sociale alla cultura e allo studio, e dalla cura meticolosa del linguaggio che usiamo ogni giorno.

Solo smettendo di credere al comodo ma falso mito della nostra innata ed ereditaria bontà potremo forse porre le basi reali per tornare a essere, un giorno, un Paese autenticamente civile.

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