Home Politica IL VOTO INGLESE TRA ESALTAZIONE E REDUCISMO

IL VOTO INGLESE TRA ESALTAZIONE E REDUCISMO

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Il voto inglese, prima ancora di capire cosa sia davvero accaduto, ha suscitato la querula e stridente esultanza della banda delle grancasse progressiste e l’illusione dei reduci nostalgici.

Tutti insieme a dire che l’ondata di destra è frenata, con qualcuno che sostiene che il progressismo può vincere e altri che si può riprendere il cammino riformista.

Premesso che riformismo e progressismo sono non solo diversi, ma opposti, essendo il riformismo di ispirazione socialdemocratica e il progressismo ideologia della tecno-finanza, c’è sempre da chiedersi come possano i riformisti, se davvero tali, albergare nel campo del progressismo. Domanda senza risposta.

Veniamo alla realtà.

I progressisti che suonano la gran cassa per la vittoria del Labour Party di Keir Starmer dovrebbero prima di tutto fare i conti.

Starmer ha preso il 33,7% delle preferenze. Rishi Sunak ha totalizzato il 23,7%. Nigel Farage si è portato a casa un bel 14,3% di voti.

Se la matematica non è un’opinione Sunak più Farage fa il 38% e poiché Farage darà la scalata al partito Tory, opererà nel campo conservatore.

Nel 2019 il Labour Corbyn prese dieci milioni di voti con una percentuale del 32,2 per cento. Ora Starmer ha preso 9,6 milioni di volti con una percentuale del 33,7.

Questa la realtà.

E’ del tutto chiaro che se Farage non avesse fatto concorrenza al partito dei Tory le cose sarebbero andate diversamente. Forse sì, forse no.

La realtà è che con il sistema inglese chi vince in un collegio prende tutto. Non ci sono ballottaggi e non ci sono quote da superare al primo turno.

Il risultato è che il Labour Party ha vinto e giustamente governerà, perché così vuole la legge elettorale inglese che punta alla stabilità.

Ovviamente, se avessero vinto Sunak o Farage, la gran cassa sinistrese griderebbe contro il meccanismo premiale inglese. Visto che il meccanismo premia il Labour Party, tutto va ben madama la marchesa. La coerenza non è di casa nel progressismo.

Veniamo ai riformisti, ai nostalgici, ai reduci.

Siamo sicuri che il Labour Party sia una possibile fucina del tanto agognato riformismo?

E se fosse la fucina del fabianesimo? Ossia, se chi ha vinto fosse niente altro che uno dei tanti pargoli della mamma che ha prodotto il progressismo?

Nel 1893 viene fondato l’Indipendent Labour Party. Qualche anno prima, nel 1884, era stata fondata la Fabian Society.

Nel 1900 il Labour contribuisce alla formazione del Labour rappresentation commitee che nel 1906 cambia il proprio nome in Labour Party.

Il Labour Party nasce con un impianto tipicamente fabiano. Ne è, in effetti, la proiezione politica.

La Fabian Society, fondata da un gruppo di intellettuali britannici, aveva lo scopo di elaborare idee in grado di influenzare e di indirizzare in senso progressista la politica delle classi dirigenti.

Ispirandosi alla logica di Stuart Mill (Chapter of socialism) la Fabian Society voleva attuare una società democratica entro al quale l’attività economica fosse regolata da un’autorità pianificatrice, finalizzata al bene comune inteso come soddisfacimento dei bisogni minimi del cittadino.

Niente lotta di classe, gradualismo e, se letto con gli occhi di oggi, niente welfare, ma al massimo reddito di cittadinanza.

Ispirata al positivismo spenceriano, la Fabian Society e con lei il Labour, pensavano ad una evoluzione ben ordinata e guidata da un’élite intellettuale illuminata.

Letta con gli occhi di oggi, questa logica porta ai governi tecnici alla Mario Monti, agli ottimati alla Mario Draghi o alla Enrico Letta, non a caso chiamati dalla troika socialista, democristiana e liberale europea a scrivere i programmi per la prossima Commissione.

E che dire dell’ottimate Macron, elaborato in vitro dalla tecno-finanza, pupillo dei Rothschild?

Andiamo avanti.

Accettare la democrazia rappresentativa per i fabiani e conseguentemente per il Labour significava anche escludere qualsiasi partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione dell’attività economica e politica. Le classi lavoratrici, secondo questa logica politica, non possono avere la preparazione per dirigere sistemi complessi e, pertanto, la loro funzione non può che essere quella di respingere o di approvare le proposte degli esperti. Le istituzioni democratiche devono essere nelle mani di tecnici selezionati.

E’ la dichiarazione esplicita che a governare devono essere gli ottimati ed è anche la esplicitazione di una logica politica che è il contrario esatto della Mitbestimmung, della politica di Bad Godesberg, della elaborazione teorica della socialdemocrazia tedesca.

La logica dei fabiani è pianificazione, gradualismo, governo degli ottimati, nessun potere alle classi lavoratrici.

Gli ottimati, ovviamente, non li sceglie il popolo. E allora chi?

La risposta la dà la realtà odierna: la tecno-finanza. Al tempo, solamente la finanza dell’Impero di Sua Maestà britannica.

Dopo la crisi del ’29, che mise in seria discussione le magnifiche sorti e progressive del capitalismo, il Labour Party e i fabiani notarono i vantaggi del sistema sovietico che dimostrava l’efficienza che non avevano gli stati democratici occidentali.

Tutto sommato, alle ortiche la democrazia e viva i piani quinquennali di Stalin.

Che i fabiani si siano innamorati di Stalin è cosa nota.

Nel 1935 i fabiani Webb (tra i fondatori) pubblicano “Soviet Communism: a new civilisation”, sostenendo l’instaurazione di un regime simile a quello sovietico.

Il dirigente labourista Hug Dalton scrive : “Twelve Studies in Sovier Russia”, sostenendo l’economia pianificata sovietica.

Sembra di vedere l’entusiasmo con il quale la tecno-finanza e certa sedicente sinistra descrivono l’efficienza del sistema cinese.

La Russia è diventata cattiva, perché Putin ha ripudiato Lenin e Stalin e ha stretto accordi con la Chiesa ortodossa e come paradigma non serve più. Meglio Xi Jinping e il suo sistema di controllo sociale da Grande Fratello. Attenzione, Orwell faceva parte della Fabian Society e, dopo essersene allontanato, nei suoi romanzi descrive la società che risulterebbe dall’applicazione delle teorie fabiane.

La domanda è: quanto fabianesimo scorre ancora nelle vene del Labour Party, quanti suoi dirigenti sono fabiani?

Seconda domanda: per come è nato e cresciuto, il Labour Party ha più affinità con il progressismo o con il riformismo?

Terza domanda: può il riformismo avere come riferimento sul quale ragionare il Labour Party o non è meglio ripartire da Bad Godesberg?

Quarta domanda: cosa ha a che fare il Pd con il riformismo, dal momento che la sua politica è progressista?

Tutte domande alle quali dovrebbero rispondere i reduci e i nostalgici del riformismo che continuano a guardare al Pd e ai suoi dintorni come ad un possibile contenitore di svolte riformiste.

Il Pd è nato come un pateracchio catto-comunista, ha sposato il progressismo, così come molti socialisti che in Europa, assieme agli ex comunisti, si sono convertiti al progressismo fabiano e tecno-finanziario.

Se si vuole riparlare di riformismo è meglio sgomberare il campo dagli inquinanti, lasciare che l’erba cresca e mettersi a pensare ad un laboratorio di nuove idee.

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Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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