
di Lucio Leante
Il confronto, a distanza di poche ore in Parlamento, tra Mario Draghi e Giorgia Meloni è istruttivo perché mostra la differenza tra un grande tecnico con ambizioni politiche ed uno (o una) statista.
Se qualcuno accreditava ancora l’ex governatore della banca centrale europea nonché ex presidente del Consiglio imposto dall’altro, come uno statista, oltre che come un eccellente banchiere centrale con ambizioni politiche, dopo la sua audizione in Parlamento di ieri martedì, non può che ricredersi.
In quell’intervento Draghi ha mostrato la sua adesione ufficiale al partito neo-giacobino degli euro-federalisti che, offuscata la stella Joe Biden, diffondono le due balle della “minaccia russa” e del contemporaneo “abbandono dell’Europa da parte di Trump”. Ne derivano una conseguente e inesistente “emergenza sicurezza europea” e guardano al riarmo della Ursula, come un mezzo per continuare alla Biden la guerra “neocon” alla Russia e come un’occasione per costituire un esercito comune ed uno stato unico europeo.
Bisogna ricordare che lo stesso Draghi si mostrò un vero super-falco atlantista quando, circa un anno fa, era in grande sintonia con Joe Biden e con la sinistra con l’elmetto affermando che una mancata sconfitta militare della Russia avrebbe significato addirittura “la morte dell’Europa”. Ebbene ora che la sconfitta militare della Russia e la supposta fine dell’Europa si sono rivelate due fandonie, ne racconta altre due in funzione soprattutto anti-americana ed anti-Trump. Il suo super-atlantismo si è sgonfiato davanti all’ambizione di tornare a svolgere un ruolo politico (a sinistra).
Egli ha infatti recitato davanti al Parlamento la solita litania degli anti-trumpisti euro-federalisti e riarmisti di sinistra: “La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europea” – ha affermato.
La sicurezza europea – secondo Draghi in sintonia con il mainstream de sinistra – sarebbe oggi messa a repentaglio da Trump. Una vera balla dato che Trump per la verità ha chiesto solo che i paesi membri della Nato spendano per la difesa quanto concordato da tempo.
Secondo Draghi, la difesa è oggi “tra le maggiori vulnerabilità a cui è esposta l’Unione”. Ma ecco la proposta operativa dell’alto funzionario: “occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale”. Non chiarisce se pensa ad un esercito europeo o ad un sistema di difesa europea. Draghi non chiarisce quale dei paesi europei esprimerebbe il vertice della “catena di comando di livello superiore”? La Francia con un Sarkozy o un Macron? La Germania che sembra prepararcisi con un riarmo già in corso (una ipotesi sempre considerata dalla diplomazia italiana una iattura suprema da evitare)? La Polonia con le sue paranoie anti-russe? Gli italiani dovrebbero andare in guerra magari per obbedire ad interessi nazionali francesi, tedeschi o polacchi?
Ma una cosa è certa: Draghi propone una difesa o un esercito comune senza la Nato e fuori dalla Nato e della alleanza euro-americana che egli, come tutti a sinistra, danno per liquidata perché, in realta, vogliono liquidarla loro.
Non è mancato nemmeno il solito appello emergenziale al “fate presto”: “Gli indirizzi della nuova amministrazione hanno drammaticamente ridotto il tempo disponibile” – ha aggiunto.
Il grande tecnocrate ignora (o finge di ignorare) i grandi problemi strategici e politici retrostanti e sembra badare solo ad allinearsi al mainstream euro-federalista politico-mediatico di sinistra.
Molto diverso il discorso di Giorgia Meloni: “E’ un banale dato di realtà che non è possibile immaginare una garanzia di sicurezza duratura dividendo l’Europa e gli Stati Uniti. È giusto che l’Europa si attrezzi per fare la sua parte – ha aggiunto – ma ingenuo pensare possa fare da sola fuori dalla cornice della Nato”, ha detto la premier.
Altreettanto chiara e coerente è stata su cosa debba intendersi per difesa europea: “La sfida europea deve essere costruire un solido pilastro europeo della Nato…L’esercito unico europeo non è all’ordine del giorno”.
La verità è che non solo la Nato, ma anche l’UE, si reggono sulla garanzia di sicurezza che ad entrambi garantisce la supremazia americana All’Europa in generale. Se davvero si verificasse quel che Draghi sembra auspicarsi raccontando la balla anti-trumpiana (di sinistra) del disimpegno di Trumop, non solo la Nato si scioglierebbe, ma anche l’UE. E proprio per le controversie che creerebbe la necessità di un impossibile esercito europeo. Lo spettro che Draghi diceva di volere evitare all’epoca di Biden in assenza di una sconfiotta militare di Putin, si realizzerebbe proprio per le false profezie, che mirano ad autoavverarsi. alla Draghi e alla Prodi. E’ lecito chiedersi allora: chi è davvero europeista e chi realmente anti-europeista?
Non a caso gli euro-federalisti smaniano per annullare la regola dell’unanimità nelle decisioni prese in sede di Consiglio europeo. Perché vogliono il riarmo ai fini di un esercito europeo (a dominanza francese-tedessca britannica). Ma più si parla di esercito europeo più deve essere chiaro che il diritto di veto deve essere invece conservato se l’Italia non vuole sostituire il primato politico-militare degli USA con quello francese o tedesco.
Per fortuna, l’esercito comune non è previsto da alcun trattato europeo.
La verità è che non c’è alcuna emergenza riarmo. Il riarmo della Ursula è una scelta politica mirante a finanziare soprattutto il riarmo della Germania e per la riconversione di alcune indistrie tedesche delle auto in fabbriche di armi. E, per di più, con un debito comune che nel caso di specie è contrario agli interessi dell’Italia. Gli italiani sarebbero infatti chiamati a pagare per il riarmo degli altri e della Germania in particolare, contro l’interesse nazionale italiano.





