
La politica del nervo scoperto funziona e mette in moto comportamenti irrazionali che evidenziano le debolezze profonde di chi reagisce alla stimolazione.
Un esempio nostrano recente è la citazione di alcuni passi del Manifesto di Ventotene da parte di Giorgia Meloni. L’opposizione nostrana si è scatenata con il solito coro di attori, cantanti e intellò.
Risultato? Invece di discutere di quanto il Governo sarebbe andato a dire a Bruxelles all’incontro del Consiglio europeo, si è sviluppata una bagarre che dimostra la debolezza propositiva dell’opposizione e, allo stato attuale, la sua inutilità. L’opposizione è proiettata nelle chiacchiere.
Ben più importante si è rivelata la politica del nervo scoperto con il sultano di Ankara.
Continuando a tenere i colloqui tra Usa e Russia a Riad, Putin e Trump hanno fatto saltare i nervi a Erdogan, il quale ha commesso un passo falso, facendo incarcerare il sindaco di Istambul, Ekrem Imamoglu, con l’accusa di essere colluso con il Pkk (partito curdo) e con il movimento di Fetulllah Gülen, Hizmet.
In un delirio di onnipotenza, volendo restaurare l’Impero Ottomano e proporsi come leader religioso sunnita (in versione Fratelli Musulmani) Erdogan, con l’operazione condotta in Siria tramite il tagliagole Al Jolani, si è inimicato in un colpo solo Usa, Russia e Israele e, attaccando Hizmet, ha attivato un confronto religioso che può costargli la leadership in Turchia.
Erdogan, con l’operazione siriana, ha tentato di mettere in atto l’idea della Patria Blu, ossia della presenza sul Mediterraneo, dopo aver segnato quella sul Mar Nero, del quale possiede le chiavi.
La fine di Assad, che poteva sembrare una soluzione positiva, in quanto allontanava la presenza nell’area dell’Iran e dei suoi proxi di Hezbollah, in effetti si è dimostrata un boomerang, gettando la parte siriana conquistata da Al Jolani, ossia dalla Turchia, nel caos. Al sud si muovono i Drusi, che sono alleati di Israele. Nella fascia costiera gli alawiti, alleati per questioni etniche e religiose con Assad, sono già in rivolta.
Nella fascia costiera ci sono le due basi (navale e aerea della Russia), strategiche per la sua presenza nel Mediterraneo, così come lo è la Libia di Haftar. L’operazione turca le ha messe in discussione, con il retropensiero del sultano che lo avrebbe inserito nella trattativa mediorientale, sia con Israele, sia con la Russia, sia con gli Usa che controllano una parte della Siria e stanno dalla parte dei curdi che, a loro volta, controllano la parte est del Paese.
La fine di Assad non ha avuto l’effetto di porre la Siria in una situazione di equilibrio, ma di caos.

Come si può vedere dalla cartina dell’Ispi, alla quale ho aggiunto due linee: una rossa e una blu, la parte est in giallo è controllata dai curdi, nei confronti dei quali la Turchia, presente nelle zone azzurre in alto con milizie controllate da Ankara, conduce una guerra aperta, senza risparmio di colpi anche nei confronti della popolazione civile. La zona blu tratteggiata è contesa da Israele (alture del Golan).
La zona verde segnata dalla linea blu è nelle mani dei Drusi. La zona in verde segnata dalla linea rossa è quella costiera, dove è in atto un confronto armato con gli alawiti.
Le macchie nel verde sono zone controllate dall’Isis.
Il resto del verde è controllato dalla Turchia (Al Jolani).
La Siria, con buona pace degli europei che sono subito andati a stringere le mani al tagliagole come fosse la bandiera della democrazia e della libertà, non è per niente pacificata e si propone come un caos medio orientale pericoloso.
Erdogan ha innescato una mina vagante che non piace ai Russi, vista la destabilizzazione delle basi, non piace ai Curdi, che non si fidano di Al Jolani in quanto espressione di Ankara, non piace agli Usa, che in zona curda estraggono petrolio che prima esportavano dai porti sul Mediterraneo, non piace a Israele che non si fida di chi è stato un tagliagole fino a ieri e, non a caso, sostiene i Drusi in funzione di cuscinetto.
Erdogan, che pensava di entrare nel gioco, è volutamente lasciato fuori perché ha destabilizzato un’area.
Non è da escludere che anche la sua presenza nella Libia di Tripoli sia mal vista dai sunniti e in particolare dall’Egitto e, ovviamente dalla Russia, che ha le sue basi nella Libia di Haftar.
Escluso dal gioco, anche da quello ucraino (si tratta a Riad) Erdogan è sbottato e ha accusato il sindaco di Istambul di essere colluso con i curdi, toppando clamorosamente.
Lo stesso si può dire per quanto riguarda le accuse riguardanti il movimento di Fethullah Gülen.
Gülen, morto nell’ottobre scorso era in esilio dal 1999 in Pennsylvania, è stato accusato di essere la mente del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016.
Gülen è presente sulla scena politica, sociale ed economica turca da ben prima che l’AKP di Erdogan (Adalet ve Kalkınma Partisi, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo) salisse al potere nel 2002.
In un primo tempo alleati, Gülen e Erdogan sono poi diventati antagonisti.
Il fatto è che il movimento di Gülen ha una struttura che è in parte segreta.
Un interessante articolo di Federico Lanza, scritto per Pandora Rivista (https://www.pandorarivista.it/articoli/gulen-hizmet-turchia/ ) suddivide l’evoluzione di Hizmet in tre grandi fasi.
“La prima – scrive Lanza – , dal 1970 al 1994, è quella che Hakan Yavuz chiama “communitarian network of piety”, ossia una cemaat, una comunità modellata sull’esperienza delle comunità sufi dell’Anatolia orientale; la seconda, dal 1994 al 2002, ha visto il Movimento trasformare i propri obiettivi e abbracciare il neoliberismo, sfruttando il clima politico e sociale in divenire, la liberalizzazione economica e le deregolamentazioni avviate un decennio prima da Turgut Özal: questa fase viene efficacemente chiamata da Yavuz con il nome “hareket” ossia “movimento”. La terza fase, dal 2002 ad oggi, è definita da Yavuz con il termine turco “Parallel Yapı” (struttura parallela)”.
“È intuitivo – continua Lanza – pensare alla struttura organizzativa del Movimento di Gülen come ad una serie di cerchi concentrici: al centro ci sono i seguaci che, in uno spirito di totale lealtà, fedeltà e obbedienza alle idee di Gülen, dirigono le operazioni vitali del Movimento. Il cuore di Hizmet è fortemente esclusivo, ed è composto da circa 30 “büyük abiler” (fratelli maggiori) stipendiati dal Movimento o dalle istituzioni ad esso affiliate, come il Centro Culturale Turco con sede a New York, l’Istituto per il Dialogo Inter-Religioso a Houston, l’Atlas Foundation a Los Angeles o il Rumi Forum, con sede a Washington D.C. Tra questi “fratelli maggiori” ci sono individui dal background marcatamente nazionalista come Harun Tokak, Abdullah Aymaz – che nel marzo 1997 fece da intermediario tra la Santa Sede e Gülen per organizzare l’incontro con Papa Giovanni Paolo II – Şerif Ali Tekalan, Mustafa Yeşil, Mustafa Özcan e İsmail Çelebi. Il secondo cerchio è composto dai seguaci che si rispecchiano negli obiettivi socio-politici, religiosi ed economici del Movimento, e lavorano alacremente per promuovere gli ideali e diffondere l’interpretazione dell’Islam di stampo gülenista. Questo è l’hizmet – il servizio – reso possibile solo attraverso una continua aksiyon (azione)”.
Del secondo cerchio fanno parte gli esnaf (la piccola e media impresa) e gli işadamı (dal turco iş=lavoro e adam=uomo). Operano, a differenti livelli, nelle numerose fondazioni affiliate al Movimento e costituiscono una sorta di consiglio di amministrazione della comunità, nonché il motore economico di tutta la confraternita.
“Il terzo cerchio concentrico – aggiunge continua Lanza – è meno omogeneo rispetto ai primi due: i seguaci del terzo cerchio proteggono, con il loro servizio, il lavoro degli esnaf e degli işadamı e operano nelle scuole, nei giornali, nelle università e nei dormitori. Non necessariamente sono musulmani osservanti e molto spesso neanche credenti, ma condividono alcuni dei valori e degli obiettivi socio-politici del Movimento e sono attratti dalla possibilità di guadagno.
In questa descrizione è interessante notare il radicamento gulenista negli Stati Uniti.
A proposito della religiosità gulenista Lanza scrive: “Le caratteristiche peculiari dell’Islam gülenista – pluralismo e sincretismo politico-culturale – lo hanno trasformato in un movimento a sé stante e autonomo rispetto alle tradizionali espressioni islamiste locali e regionali. Ha introdotto nel pensiero islamista concetti tipicamente occidentali e marcatamente illuministi, come la razionalità e il progresso scientifico, sostenendo allo stesso tempo la loro compatibilità con i precetti dei testi sacri”.
Erdogan ha aperto una partita che si svolge su più fronti e che rischia di travolgerne la leadership.
Non solo, la protervia con la quale ha agito nei confronti del sindaco di Istambul lo colloca ancor più fuori dal processo in atto di ridefinizione delle aree di influenza.
Agire sulla base delle reazioni da nervo scoperto induce azioni controproducenti.





