
di Lucio Leante
Quel che sorprende del Manifesto di Ventotene (e dei suoi autori) è che un progetto anti-democratico, giacobino e persino violento mirante ad un superstato socialista e dirigista come quello contenuto nelle sue pagine sia diventato un mito diffuso. Desta sorpresa soprattutto il fatto che esso sia ancor oggi un mito persistente, nonostante che nel frattempo il mito del socialismo (reale ndr) sia caduto nel 1991 e il mito di un super-stato europeo dirigista e burocratico sia un incubo, una distopia, purtroppo, in parte realizzata nell’UE.
Una parziale spiegazione è il fatto – notato dal filosofo francese Jean Baudrillard- che nella moderna società mediatica e dello spettacolo di massa diventano spesso miti delle storie, dei personaggi – o dei libri- che il pubblico non si cura nemmeno di conoscere – o di leggere- e di approfondire. Baudrillard citava tra gli altri i miti di Marilyn Monroe e di Che Guevara.
Il mito del Manifesto di Ventotene (e quello dei suoi autori) è senz’altro tra questi.
Per molti sarebbe bastato leggere solo alcune pagine di quello smilzo libretto per prenderne le distanze. E non tanto per il suo obbiettivo di fondo – “l’Europa socialista”- con tutti i suoi corollari dell’abolizione della proprietà privata, le estese nazionalizzazioni ecc. che a quel tempo erano credenze diffuse tra gli intellettuali europei, quanto e soprattutto per i mezzi anti-democratici e violenti che suggeriva: sospensione del metodo democratico, uso della violenza ad opera di un’élite di rivoluzionari molto determinati, dichiarata intenzione di imporre alle masse il progetto rivoluzionario.
Per Spinelli, Rossi e Colorni il processo rivoluzionario per il dopoguerra che avrebbe instaurato il socialismo in una federazione Europea non poteva essere né pacifico né democratico, ma avrebbe dovuto realizzarsi ad opera di una élite illuminata provocando “agitazioni popolari” e imponendo alle masse popolari “stati di fatto rivoluzionari, avvenuti i quali non sia più possibile tornare indietro”. È evidente la matrice giacobino-leninista degli autori del Manifesto, cioé l’idea di fondo che solo la violenza ben guidata da una élite può davvero cambiare il mondo.
L’originalità degli autori di quel libretto – e che ne spiega in parte il successo- fu di fondere in un solo processo rivoluzionario il mito socialista la speranza di una futura Europa unita (un sogno mitologico) e finalmente pacificata dopo la lunga guerra civile che la stava devastando dal 1914 (un sogno che per fortuna si è realizzato anche senza bisogno di un Europa federale e socialista).
Un’altra originalità che ne spiega il successo tra molti intellettuali “borghesi” delusi dai partiti comunisti e dall’URSS (che si era burocratizzata e che nel 1939 aveva scelleratamente patteggiato con Hitler) era quella di contendere al Partito comunista, la guida del processo rivoluzionario avocandola in mani non comuniste.
Un ulteriore elemento di successo fu l’avversione al nazionalismo che aveva provocato le due guerre civili europee e che gli autori intendevano superare con il superamento degli stati nazionali, anche se poi proponevano un super-stato sopranazionale, fortemente dirigista e laicista (in sostanza antireligioso e ateista) e perciò fortemente affetto da statalismo.
Il Manifesto, in altre parole, proponeva una logica pienamente giacobina, leninista e totalitaria proponendosi di ovviare alle deficienze ed errori del modello sovietico, verso il quale il Manifesto ha come un occhio di riguardo in quanto non-nazionalista, ma internazionalista. Tuttavia, i suoi autori sembrano non rendersi conto che la iper regolamentazione da essi prevista (e che poi l’UE ha purtroppo realizzato) tende anch’essa ad un esito illiberale se non anche totalitario.
Ancora più difficile, però, è capire perché il mito del Manifesto di Ventotene permanga ancora oggi nella forma di un’infatuazione del popolo della sinistra.
Probabilmente la spiegazione sta nel credito che ad esso attribuirono i comunisti berlingueriani all’epoca del cosiddetto eurocomunismo.
Il manifesto di Ventotene era stato avversato dal PCI di Togliatti e dai suoi successori prima in quanto anti-staliniano (Spinelli era stato espulso dal PCI nel 1937 per le sue critiche ai processi staliniani) e poi, nell’epoca della destalinizzazione, perché era europeista, quando il PCI vedeva nel processo europeo un processo di organizzazione delle scoietà multinazionali e di dominio americano.
Ma a metà degli anni ‘70, ai tempi di Enrico Berlinguer esso divenne un’icona del PCI, in chiave antiamericana. Non venne esaltato solo e tanto per la sua impostazione ideologica rivoluzionario-socialista, quanto perché, con il suo europeismo federalista e autonomista, contribuiva a distaccare l’Europa dall’America. Allo stesso obbiettivo rispondeva la strategia del compromesso storico mirante fra l’altro a far partecipare il PCI ai segreti ed alle decisioni della Nato al fine di incepparla e neutralizzare l’Europa, ovviamente a tutto vantaggio dell’URSS.
Oggi gli eredi di quella esperienza, i leader della sinistra italiana ed europea, stanno cercando di usare, in chiave anti-trumpiana, il sogno euro-federalista di un super-stato dirigista contenuto nel Manifesto e intendono trarre profitto dalle incaute dichiarazioni di Donald Trump, per affermare che la Nato e l’Alleanza euro-americana sarebbero già in agonia irreversibile. Intendono perseverare così nella linea globalista, woke, green e soprattutto quella neocon (della guerra alla Russia) anche senza Biden e quindi senza l’ombrello americano. E’ un progetto avventurista e pericoloso perché, oltre a impegnare l’Europa in una folle guerra alla Russia, rischia di compromettere per sempre l’alleanza euro-americana e di disgregare sia la Nato, sia l’UE, inseguendo il mito dell’esercito europeo e quindi di un super-Stato europeo dirigista che prima o poi dovrebbe dotarsi di una deterrenza nucleare oltre che convenzionale.
Quel che davvero non si comprende è la forza persistente del mito di Ventotene che spinge molti ad accusare le classi dirigenti europee di averlo “tradito”.
Ovviamente è un bene che il sogno di imporre con la forza ai popoli europei un super-Stato europeo, modello URSS (sia pure “perfezionato”) non si sia realizzato. Semmai dovrebbe essere rimproverato all’establishment europeo di averne realizzato una parte: con un processo diretto dalle élite e viziato da un profondo deficit democratico, l’eccessiva e “pignola” regolamentazione delle attività economiche, il dirigismo economico (ad esempio quello green e oggi quello riarmista), il rinnegamento delle radici cristiane su base laicista, il tentativo di imporre dall’alto persino modelli di vita post-moderni come l’ideologia woke in dispregio del senso comune diffuso tra le popolazioni.





