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IL SEGRETO DELLA VITA NELLA SAPIENZA SUFI

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GABRIELE MANDEL: IL SEGRETO DELLA VITA  NELL’ANTICA SAPIENZA TRAMANDATA DAI SUFI
Gabriele Mandel: «Per quanto riguarda l’istruzione, noi Sufi parliamo nel primo anno di suono, nel secondo anno di luce, nel terzo anno di numero, nel quarto anno di lettera, nel quinto anno di parola, nel sesto anno di simbolo, nel settimo anno di ritmo e simmetria. Poi ricominciamo daccapo, di nuovo con il suono, che è il momento primitivo: molte cosmogonie, anche quella cristiana, dicono che tutto è stato creato da un suono. Quando il feto sta maturando nel ventre della madre, sente un unico suono: il battito del cuore della mamma. La preghiera principe di ogni religione è ritmica: anche il Padre Nostro (in latino) è un ripetersi, ritmico, di battiti del cuore. Idem per la principale preghiera islamica, o quella taoista, o i mantra induisti».
«Tutto ciò che vibra, quindi vive, produce un suono: il suono è vita, il silenzio è morte. Anche la luce vibra, ed è vita; il buio è morto. Il suono rappresenta la vita e la morte nel mondo fenomenico, mentre la luce – quella dell’illuminato – fa vivere la vita e la morte nel mondo dello spirito. La musicoterapia, inventata da noi Sufi, è esclusivamente ritmica. E funziona sia per il corpo che per la psiche. Lo abbiamo testato a livello scientifico, insieme ai cardiologi: funziona anche con i cardiopatici. La mia quarta laurea è in medicina: questo perché, essendo Sufi, ho anche l’obbligo di studiare. Tra i nostri 10 obblighi, un altro è quello di viaggiare: e quindi, ogni anno, ci mettiamo in viaggio».
IL SUONO CHE GUARISCE
«Suono e ritmo guariscono: e anche questo è Sufismo. Quando facciamo il nostro Dzhikr, la preghiera guidata dal tamburo, entriamo in uno stato estatico. È una questione anche fisiologica: mentre continuiamo a cantare le lodi di Dio, i nomi di Dio, le nostre formule (“non c’è altro Dio che Dio, Maometto è un profeta di Dio”), cantando abbiamo una speciale respirazione, quindi iper-ventiliamo i nostri ventricoli cerebrali, acquisendo una quantità di ossigeno superiore alla norma (quindi in realtà “ci gasiamo”: è una specie di droga, tant’è vero che un tempo l’ossigeno si chiamava anche “gas esilarante”)».
«Ebbene: ci iper-ossigeniamo, ma secondo la nostra volontà; quando vogliamo entriamo in estasi, e quando vogliamo ne usciamo. Grazie a questa iper-ventilazione, la mente perviene a uno stato non ordinario di coscienza, tramite l’attivazione di aree cerebrali solitamente dormienti. Prima, però, dovremmo spiegare di che cosa si compone l’essere umano. Secondo noi Sufi, l’uomo è costituito da quattro parti distinte, anche se compresenti in un tutto sinergico. Queste quattro parti sono: una spirituale, due materiali e una globale. Quella spirituale è l’anima, che è una goccia di quell’oceano infinito che è Dio, al quale l’anima tende, e al quale poi alla fine ritornerà, una volta che si sia purificata dal malessere e dalle cattive azioni terrene. Questo per noi è il vero paradiso: il Ritorno in Dio».
«Le nostre due parti materiali sono il corpo, con tutte le sue esigenze, e la psiche, dislocata nel nostro sistema nervoso centrale. La psiche si pone come un ponte fra l’anima e il corpo: permette all’anima di manifestarsi nella materia, e permette al corpo di raggiungere idealità spirituali (compreso l’andare in estasi, ad esempio). Come tutti i ponti – se è stretto, se è ingombro, se è pieno di roba, se è pericolante – questo passaggio diventa sempre più difficile, fino a crollare e sparire. La quarta parte di cui si compone l’uomo, infine, è l’ambiente: anche l’ambiente corrompe, forma, impone».
FEDE, NON RELIGIONE. RITMO E SIMMETRIA
«Le quattro parti dell’uomo vanno armonizzate. Non a caso, nel nostro settimo anno di formazione ci occupiamo di ritmo e simmetria. Quello è il raggiungimento finale, da ripetere ogni sette anni: tutto deve dialogare, con ritmo e simmetria. Che cosa distingue la poesia dalla prosa? Il ritmo e la simmetria. Che cosa distingue l’arte dall’artigianato? Ritmo e simmetria. Se vogliamo, è quello che distingue anche il misticismo dalla religione. La psiche, poi, ha pulsioni di vario genere. Primo livello: pulsioni che servono per la sopravvivenza del corpo (respirare, mangiare, bere, dormire, guardarsi attorno, muoversi)».
«Quindi abbiamo una pulsione di secondo livello, quella sessuale, che serve per preservare la specie. Terzo tipo di pulsioni: per la sopravvivenza della psiche e il nutrimento dell’anima. Le nostre pulsioni si manifestano in tre cose: nell’arte, nel civismo, nella fede. Abbiamo avuto tanti tipi di arte, nella storia, e tanti distinti codici legislativi. Quanto alla fede, tutti la posseggono (anche se poi si parcellizza localmente, anch’essa, in base alle varie religioni). Ne consegue che le religioni sono la burocratizzazione di questa pulsione inconscia, che è la fede; quindi non confondiamole, fede e religione».
I FOTONI DI DIO, NEL CERVELLO
«Qualcuno dice che “per essere dei buoni Sufi occorrono tre cose: attenzione, attenzione, attenzione”. Se un po’ alla volta riesci ad attivare tutte le tue regioni cerebrali, arrivi finalmente al divino, cioè a qualcosa di inatteso: una volta, durante lo Dzhikr, ho “visto” tutta la galassia nel mio petto; ero “uscito da me”, avevo conquistato una dimensione altra, diversa dal nostro comune senso della collocazione, che è primitivo; mi ero collocato in una dimensione differente. Questo è, appunto, lo stato estatico. E non è una fantasia: esiste un apparecchio scientifico che fotografa l’attivazione di queste aree cerebrali una dopo l’altra, documentando l’innescarsi di questa attivazione».
«L’apparecchio di cui parlo si chiama Spect, “tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli”. Prima abbiamo avuto la Tac, “tomografia assiale computerizzata”, poi la risonanza magnetica, e adesso abbiamo lo Spect, che serve ad esempio per diagnosticare un tumore cerebrale, oltre che l’ingresso nello stato estatico. L’estasi non è certo prerogativa dei soli Sufi: la frequentano anche le suore cattoliche e i cristiani ortodossi con il loro metodo esicastico di preghiera. Quando si pratica lo Dzhikr, quindi, si attivano tutti i centri cerebrali. Dunque: se io nell’encefalo ho questo concetto di infinito che aspetta solo di essere attivato, vuol dire che l’idea di Dio non è stata creata dall’essere umano; Dio è nella testa di ognuno di noi, e aspetta solo di essere attivato».
DERVISCI ROTANTI, LA SEZIONE AUREA
«Che dire dei Mewlewi, i Dervisci Rotanti? Tutto parte da Jalāl al-Dīn Rūmī, nato nel 1207 in Afghanistan, la terra dei miei antenati, e poi spintosi fino a Konya in Anatolia (Rūmī vuol dire proprio “dell’Anatolia”, o meglio “della terra dei Rūm”, i Bizantini). Proprio in Anatolia, Rūmī fondò una nuova fratellanza Sufi, quella dei Mewlewi, noti per il loro particolarissimo rito: danzano, secondo “ritmo e simmetria”, con musica, canto e soste silenziose, con raggruppamenti (3 e 4: numero) e simboli (la stella a otto punte)».
«Restando ai numeri: si insiste sul 5, che rappresenta la sezione aurea. Tutto l’universo è in sezione aurea. E l’opera d’arte, per essere veramente arte, è anch’essa in sezione aurea, sempre. La sezione aurea è il massimo della proporzionalità fra le parti. Nel rito del Semà, che è il tipico Dhzikr dei danzatori Sufi che vanno in estasi roteando, i Dervisci tengono una mano rivolta verso il cielo, per accogliere “le grazie di Dio”, e una mano rivolta alla terra, per distribuirle a coloro che vivono il Semà attraverso la loro azione».
VITA E MORTE: LA STELLA DI DAVIDE
«I simboli? Sono una grande categoria dell’umanità. Noi Sufi ce ne occupiamo al sesto anno di formazione. Le parole stesse sono simboli: non è certo sulla parola “sedia” che io mi siedo; se non la chiamo “sedia”, infatti, mi ci siedo lo stesso. Noi viviamo di simboli; persino un biglietto di carta con su scritto “100 euro” è semplicemente un simbolo: non sono 100 euro materiali, non è il peso in oro di quella valuta. I simboli ci servono per tradurre la realtà, innanzitutto quella epifenomenica, ma poi anche quella completamente sublimata del nostro essere Sufi, ossia della nostra ascesi mistica attraverso il simbolo».
«Per l’antichissima civiltà della Valle dell’Indo, 3500 avanti Cristo, la vita (che nasce dal ventre materno) è rappresentabile da un triangolo con il vertice in basso. Un triangolo col vertice in basso è anche un fiore che fiorisce, è anche un uccello che vola con le ali spiegate. Se invece lo si rovescia capovolto, quel fiore diventa un fiore morto. E l’uccello con le ali riverse a terra è un uccello morto. Se il triangolo con il vertice in basso è simbolo di vita, quello con il vertice in alto è simbolo di morte. Quei due triangoli sovrapposti l’uno all’altro, vita e morte contemporaneamente, daranno poi luogo alla Stella di Davide: ciò che vive deve morire, ciò che muore poi tornerà a vivere».
GRANDI DONNE SUFI
«Un altro simbolo fondamentale è lo specchio: indispensabile, se voglio conoscere me stesso, vedendomi. Tutta l’umanità è uno specchio: io mi specchio negli altri, e gli altri si rispecchiano in me. Viene dalla simbologia Sufi il pavimento a scacchi bianchi e neri, poi riprodotto anche dalle logge massoniche. Rappresenta l’essere e il non-essere, il positivo e il negativo, il fare e il non fare, la vita e la morte. Sono i soliti contrasti che costituiscono l’essere umano; siamo composti da energia, che è un continuo susseguirsi di positivo e negativo».
«Noi Sufi siamo uomini e donne, perfettamente alla pari, come i frati e le suore. El Mizri, un grande maestro Sufi del XII secolo, considerato il fondatore della massoneria, aveva avuto per maestro una donna: una turca, Fatima di Nishapur. Una delle nostre Sufi più grandi è stata Rābiʿa, anche poetessa. Un giorno fu vista correre per la strada, con una fiaccola accesa in una mano e un secchio d’acqua nell’altra. Dove vai?, le domandarono. Rispose: “Col fuoco vado a incendiare gli alberi del paradiso e con l’acqua vado a spegnere le fiamme dell’inferno, questi due Nulla che mi tengono lontana dall’unico verso Essente, Dio”».
«Nella storia dell’islamico Impero Ottomano ci sono state quattro grandi imperatrici. Il mondo turco, del resto, nel suo grande passato annovera ben 38 regine; quel mondo non era solo limitato all’attuale Anatolia, ma si estendeva fino all’Asia Centrale e persino alla Cina: è tuttora abitato da turchi lo Xinjiang cinese. Dal centro dell’Asia venne il Sufismo, inizialmente a contatto con lo sciamanesimo e poi il buddismo, propagato proprio dai turchi. I turchi afghani conquistarono tre volte l’India dando vita al maggiore impero indiano di sempre, quello dell’illuminato Gran Mogul, aperto a tutte le religioni; e proprio in quell’India, una precisa dinastia turca, quella delle Begun, espresse soltanto regine: al potere, solo donne».
ARTE, AMORE, BELLEZZA. E SCIENZA
«Si dice che i Sufi abbiano influenzato molta arte: poesia, pittura, calligrafia, ceramica, architettura. Prima dicevo: arte, fede e civismo. Ma l’arte testimonia sia la fede che il civismo; si pone come costruttrice tanto del Palazzo di Giustizia, o del Palazzo di Città, quanto della moschea, della sinagoga e di qualsiasi altro edificio sacro. L’arte rappresenta e rende tangibili questi sentimenti, questi valori, e testimonia dei nostri sentimenti».
«Noi musulmani amiamo un passo del Corano: “Dio è bello e ama la bellezza”. In quel detto c’è tutto quanto serve per vivere sereni, perché il testo contiene questi tre elementi: Dio, amore, bellezza. Se ognuno di noi vivesse amando e compiendo azioni belle, avremmo un mondo di pace. Naturalmente non siamo tutti artisti, ma l’arte è reciproca: non c’è artista senza fruitore, non c’è fruitore senza artista. E non c’è solo l’arte, ci sono anche la scienza e la conoscenza. Se parliamo di un pittore, di un poeta, di un musicista, di uno scultore, di un architetto, parliamo anche di uno scienziato: noi Sufi abbiamo fondato le università, i primi manicomi, i primi ospedali».
IL VERO MALE È L’IGNORANZA
«Al 90%, i rappresentati più eminenti della sapienza islamica erano Sufi. Dal canone di Avicenna è dipesa tutta la medicina europea. Avicenna, Sufi anche lui, non era arabo, come alcuni pretendono: era turco. Suo padre era un ministro samanide, sua madre una principessa della tribù turca delle Sette Frecce. Quanto alla poesia, Rūmī ha creato il più grande poema mistico-religioso della storia dell’umanità, il Mathnawī-i (Maznavì), lungo il doppio della Divina Commedia: 50.000 versi, in 25.000 distici. L’ho personalmente tradotto in italiano, e poi anche in giapponese».
«Il Mathnawī-i viene anche detto “il Corano in versi”. C’è di tutto: novelle, paralogismi, momenti poetici, momenti di meditazione. È una fonte inesauribile, per qualsiasi ricercatore di qualsiasi corrente: qualunque sia la sua sete, in quell’oceano troverà la sua acqua. Che cos’è il male, per il Sufismo? È l’ignoranza. Perché mi ammalo? Perché ignoro come fare per non ammalarmi. Se io e il mio medico ignoriamo quale sia la cura, resterò malato. L’ignoranza è il grande male dell’umanità. Per questo viene diffusa a piene mani: più si diffonde l’ignoranza, più si divide l’umanità; e più la si divide, più si “impera”».
DA DOVE NASCE LA PAURA
«Un grandissimo filosofo, Ibn al-ʿArabī (Sufi) afferma che tutto il Corano sta in questo: Dio dice “né i cieli né la Terra mi contengono, ma mi contiene il cuore del mio fedele”. Noi però non lo capiamo, perché siamo avvolti dal male, cioè dall’ignoranza. Quindi, più impariamo, e più sappiamo definire Dio. Altro nostro detto: “Chi conosce se stesso, conosce Dio; chi conosce Dio, conosce se stesso”. Ecco perché noi Sufi percorriamo questo cammino verso la maggior conoscenza dell’Ineffabile».
Ribadisco: l’ignoranza è il vero male. Genera la paura: noi temiamo quello che non conosciamo. Sulla tomba di Rūmī c’è un invito a non avere paura della morte; nel momento in cui scopriamo che la morte è il Ritorno, il ricongiungimento con Dio, la morte non la temiamo più. Nel Corano, Dio dice: “La tua vita e la tua morte sono nelle mie mani, e voi non potete prevaricare il mio decreto”. Per 16 volte, il Corano ripete che il primo grave peccato è anteporre a Dio il denaro e il potere, o aggiungere divinità (perché Dio è uno, comunque lo si chiami e con qualsiasi corrente religiosa lo si adori); ma il secondo grave peccato per l’Islam è il suicidio, perché contravviene al decreto: “Ognuno muore, nel momento prefissato, col permesso di Dio”».
CONTANO LE NOSTRE AZIONI, NON LE RELIGIONI
«Questo andrebbe spiegato ai terroristi-kamikaze che uccidono se stessi e gli altri, violando anche l’altra disposizione divina, il divieto di uccidere anima viva. Lo scrisse Magdi Allam sul “Corriere della Sera”, citandomi: i terroristi non sono tali per eccesso di Islam, ma per totale e assoluta mancanza di Islam. Rispetto invece al rapporto con le altre religioni, il Corano lo ripete tre volte: “Chiunque crede in Dio e compia opera buona, sia egli mazdeo, cristiano o musulmano, nell’aldilà avrà il paradiso”. Se io mangiassi grasso di foca, il mio fegato scoppierebbe; se invece l’Inuit non lo mangiasse, il grasso di foca, ci rimetterebbe la pelle. Ognuno ha il suo cibo, il suo ambiente, la sua religione».
Il Corano dice: tutti gli esseri umani nascono sottomessi a Dio; poi sono i loro genitori a farne cristiani, ebrei, musulmani, eccetera… È l’ambiente: la quarta parte che costituisce l’essere umano. Dice sempre il Corano: “Il giorno ultimo, vedrete ogni comunità religiosa raccolta dietro il suo libro sacro, e allora verrete giudicati per le vostre azioni”. Non per le nostre religioni, quindi: per le nostre azioni. Sono le azioni, quelle che contano. Persino un ateo, se si comporta bene, è superiore a qualsiasi essere umano, aderente a qualsiasi religione, che compisse delle malefatte».
ANIME: SIAMO GOCCE DI DIO
«Prima di morire, lo stesso Rūmī lasciò scritto sulla porta della sua abbazia: “Vieni, chiunque tu sia: vieni. Sei un idolatra, un pagano, un ateo? Vieni, la nostra abbazia non è la casa della disperazione. E anche se hai tradito cento volte una promessa, vieni”. Questa è la libertà del Sufi. Dice ancora il Corano: “La guerra è permessa solo in caso di legittima difesa. Se Dio non lo permettesse così, le genti deboli verrebbero sopraffatte dalle genti malvagie e criminali, le quali distruggerebbero le abbazie, le chiese, le sinagoghe e le moschee, luoghi in cui molto si prega Dio; Dio è con tutti coloro che molto lo pregano”. Attenzione all’ordine con cui compaiono queste parole: le abbazie, le chiese, le sinagoghe, le moschee. Sono sullo stesso piano, perché “Dio è con tutti coloro che molto lo pregano”».
«Il Sufismo sta attento a questi aspetti del Corano. E chi non applica ciò che prescrive il Corano, non è musulmano; esibisce un’etichetta religiosa, come pretesto per farsi i fatti propri (ma il suo cuore non è di Dio). La nostra epoca è dominata dalla propaganda: “Divide et impera”, dividi e prevarica. Ripetiamolo: contano le azioni, non le religioni. E questo richiamo alla concretezza è un invito a mettere insieme il meglio delle diverse spiritualità con il meglio dell’etica laica. Ogni essere umano ha un’anima, anche l’ateo ce l’ha: in questo siamo tutti uguali. E l’anima non è che una goccia di quell’oceano infinito che è Dio. Quindi, “noi siamo Dio”: lo diceva il nostro santo martire Al-Hallaj».
 
Estratti da una storica intervista a Gabriele Mandel,  di Vittoria Molinari Fornari (https://www.youtube.com/watch?v=gLTMoJgHnC4).
Gabriele Mandel fu un eminente intellettuale di discendenza turco-afghana. Il plurilaureato professor Mandel (nato a Bologna nel 1924 e spentosi a Milano nel 2010) è stato islamista, psicoanalista, psicologo, storico dell’arte, artista, prolifico traduttore e straordinario autore di oltre 100 libri. Giovane antifascista e partigiano, fu catturato e torturato nel carcere milanese di San Vittore. Iniziato al Sufismo a Kabul, divenne maestro Sufi e coordinatore di comunità Sufi europee. Tradotto anche all’estero e premiato con innumerevoli riconoscimenti (in Italia, Francia, Turchia e Stati Uniti), è stato un infaticabile promotore della pace e del dialogo interreligioso. Fu il maestro, tra gli altri, di Franco Battiato.

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