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IL RITORNO DELLA DEMOCRAZIA CONTRO LA DITTATURA DEL MERCATO: IL MONITO DI RINO FORMICA

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di Maurizio Ballistreri

L’anno trascorso è stato sicuramente un annus horribilis per le democrazie nel mondo, con l’avanzata dei populismi e dei nazionalismi, al cui interno si agitano rigurgiti fascistoidi, ma anche con l’inconsistenza di una sinistra che si autodefinisce “riformista”, abbacinata dal dogma del mercato e dalla incultura del “politicamente corretto”.

La discussione però, appare viziata da un approccio ristretto, che non sembra toccare il cuore del problema: la crisi della globalizzazione senza regole che ha provocato drammatici fenomeni di secessione sociale in tutti gli Stati, dipende non solo dal prevalere dell’economia virtuale rispetto a quella reale, fondata sulla produzione e sul lavoro, ma in primo luogo dalla subalternità della democrazia rispetto al capitalismo, nel mentre i nuovi assetti geopolitici – in gran parte frutto di drammatici conflitti militari – appaiono speculari a quelli dell’economia internazionale, con il protagonismo dei BRICS imperniato sull’asse economico-militare della Cina, nel mentre gli Stati Uniti di Trump annunciano una nuova volontà imperialista.

Il rapporto tra capitalismo e democrazia è stato e sarà sempre conflittuale ebbe a scrivere Norberto Bobbio, e il prevalere del primo sul secondo ha provocato, alla lunga, i guasti sociali ed economici che stiamo vivendo e che non sappiano ancora dove ci condurranno.

Negli anni che vanno dal crollo del Muro di Berlino ad oggi, abbiamo assistito, quasi impotenti, con il sostegno non solo della cultura politica ferma al vecchio liberal-liberismo dello “Stato minimo”, ma anche di certa sinistra sedicente riformista, alla “privatizzazione della politica”, con il denaro trasformato in valore assoluto e i partiti in pratica sostituiti dai tecnici dell’economia e del diritto, nel mentre la cosiddetta “classe dirigente” mondiale è stata sostanzialmente omologata: tutti i dirigenti dicono e sostengono le stesse idee e proposte all’insegna dell’idola tribus del mercato, espressione di costose macchine di potere e di comunicazione di massa.
Come profeticamente, all’alba di questo XXI secolo, ebbe a scrivere lo storico marxista Eric Hobsbawm “politica, partiti, giornali, organizzazioni, assemblee rappresentative, Stati: niente più funziona nel modo in cui funzionava e si supponeva avrebbe ancora funzionato a lungo”.

E allora, per uscire dalla drammatica crisi globale non bastano solo le ricette economiche e sociali, ma serve, in primo luogo, la restituzione alla democrazia del ruolo fondamentale che deve avere nelle nostre società moderne.

Già, perché rispetto agli albori del capitalismo industriale nell’800 la dicotomia non è tra una società liberale ed una socialista, ma tra la democrazia e l’oligarchia, tra il benessere collettivo e la tirannia economica di pochi.

In questa prospettiva è opportuno ricordare l’elaborazione teorica di un grande sociologo riformatore come T.H. Marshall nel dopoguerra, che ha consentito la declinazione dei diritti sociali in termini di cittadinanza e, quindi, di democrazia e partecipazione popolare.

Ma, naturalmente, il rilancio dei diritti sociali è subordinato alla ripresa dell’azione democratica, come ha affermato di recente il “Grande Vecchio” del socialismo e della sinistra del nostro Paese, Rino Formica, “Il ragionamento parte da lontano. Non aver affrontato trent’anni fa la crisi degli stati democratici in Occidente, ha prodotto la decomposizione della capacità di guida delle forze politiche dell’epoca. Questo, principalmente, ha portato alla nascita dei populismi. Ma ora il populismo senza controllo ha prodotto la malattia”.

Un monito contro la deriva della democrazia, soprattutto a fronte dell’avanzare del capitalismo digitale e della straordinaria concentrazione della ricchezza in poche mani, con i magnati delle nuove tecnologie, satelliti, piattaforme e web, che intendono influenzare non solo le economie ma anche, e forse adesso soprattutto, le politiche degli Stati.

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  • Redazione

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