
di Paolo Falconio*
La valutazione su Trump sembra uno scontro tra fazioni che si odiano.
Io non sono certo un fan del neo eletto Presidente, ma cerco di capire l’obiettivo delle sue politiche perché l’uomo ha tanti difetti, ma non credo sia stupido o pazzo.
È ovvio che Trump non vuole più dialogare attraverso le istituzioni sovranazionali WTO, NATO, UE e via dicendo. È un uomo che vuole riportare l’azione americana alla prassi degli accordi bilaterali, un luogo dove non ci sono votazioni o grandi alchimie diplomatiche per raggiungere i propri obiettivi. La vicenda dei dazi a mio avviso va inquadrata in questa prospettiva.
Lasciamo perdere la mia opinione se io possa avere o meno ragione. Il problema che mi pongo, visto che appartengo alla sfera atlantica è se abbia coscienza del fatto che smantellare la globalizzazione dalla mattina alla sera equivale a fare una rivoluzione e spesso le rivoluzioni finiscono per bruciare i loro ideatori più radicali.
Lasciate perdere il discorso del gigantesco debito pubblico, fantomatiche politiche tese a svalutazioni del dollaro. A mio avviso il problema è che l’intera economia americana gira se gli USA rimangono impero e gli imperi hanno criteri economici che sfuggono alla macroeconomia classica, che poi non è neanche una scienza lineare.
Io non so se ancora dobbiamo vedere la politica di Trump, ma le metodologie usate sono così pesanti, brusche e cariche di un linguaggio d’odio che hanno dato la percezione di una Superpotenza sola contro tutti. Un’ immagine pericolosa perché al contrario ha un estremo bisogno di alleati contro una Cina che rimane un gigante pronto a riempire gli spazi lasciati incustoditi.
Lo smantellamento brutale dell’ordine internazionale, anche economico, non può avvenire con queste modalità, perché la prima vittima è proprio chi quell’ordine internazionale ed economico lo ha costruito e ne è garante. Quello che è accaduto genera uno scollamento profondo della rete internazionale su cui gli USA possono contare e provoca fughe in avanti, anche degli alleati, verso forme di aggregazione alternative al sistema americano. Il problema non è di poco conto, perché minare lo status imperiale americano nel mondo, è esattamente pericoloso. Aggiungo che Trump non può combattere una battaglia contro il mondo e contemporaneamente una battaglia contro una intera parte d’America. Robespierre diede il via al periodo del terrore, ma fece una brutta fine.
Errori di valutazione così macroscopici, come quelli che abbiamo visto nei giorni scorsi, neanche Re Trump se li può permettere. In questo senso il passo indietro, pur auspicabile, ma è esso stesso un vulnus alla credibilità della Presidenza e quindi degli USA.
Sarebbe salutare non mettersi nuovamente in situazioni simili.
I detrattori di Trump, tuttavia non esultino, perché Trump incarna un sentimento reale di una parte del popolo americano e se anche dovesse farsi da parte, l’ideologia alla base rimarrebbe e troverebbe un erede, meno folkloristico, più attento, ma altrettanto determinato.
Lo stesso Trump è già insidiato dal più potente Vice Presidente dai tempi di Bush Senior, JD Vance che è anche l’Uomo delle Big Tech fondamentali nella sfida con la Cina.
La scommessa della UE che passato Trump tutto tornerà come prima, mi sembra più appartenere alla sfera dei desideri che a quella dell’analisi politica.
*Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)





