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PRESENZA SPAGNOLA NELL’INDO-PACIFICO E RAFFORZAMENTO DELLA MARINA

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di GIANCARLO ELIA VALORI

Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France Honorary Professor at the Peking University

Il tour lungo la costa cilena compiuto in questi giorni dalla giovane principessa Leonor de Todos los Santos de Borbón y Ortiz (n. 2005) erede al trono spagnolo, offre il pretesto per parlare della posizione del suo Paese nell’Indo-Pacifico, una realtà geopolitica che Madrid stessa ha contribuito a stabilire, poiché l’inserimento di questi oceani nelle mappe del mondo conosciuto fu, in gran parte, opera della corona di Spagna.

L’avvistamento del Mare del Sud da parte di Vasco Núñez de Balboa (1475-1519) nel 1513; la scoperta del passaggio interoceanico da parte del portoghese Fernando Magellano (sec. XV-1521), al servizio nel 1520 dell’imperatore Carlo V (I di Spagna, 1500-16-56, †58); la circumnavigazione di Juan Sebastián Elcano (1486/7-1526) nel 1522; e la scoperta della rotta di ritorno dall’Asia all’America da parte di Andrés de Urdaneta (1498-1568) nel 1565, sono pietre miliari nella storia della navigazione mondiale, che resero il “Pacifico” un “lago spagnolo” tra il XVI e il XVII secolo e consentirono anche a Filippo II (1527-26-98) di affermare di governare “un impero dove il sole non tramonta mai”.

La conoscenza delle loro coste, delle correnti e delle isole era considerata un segreto di Stato per ottenere un dominio incontrastato, che durò fino a quando altri europei non iniziarono a sfidare lo statu quo attraverso conquiste territoriali, attività corsare o pirateria. Poi giunse il processo di emancipazione americo-latina, e la guerra contro gli Stati Uniti d’America nel 1898, con la perdita di Cuba, Portorico, Guam e le Filippine tra le sue conseguenze: eventi che ridussero al minimo la presenza spagnola nel Pacifico, anche se l’eredità culturale si può percepire dalla Terra del Fuoco alla California.

Sebbene il veliero Juan Sebastián Elcano, dove la principessa Leonor stava completando il suo addestramento navale, sia un visitatore abituale, questa volta arrivava in un momento diverso. I guardiamarina a bordo, almeno per età, dovrebbero essere i responsabili dell’attuazione della Visión 2050 della Marina spagnola, un documento pubblicato alla fine dell’anno scorso (infra).

Nel suo posizionamento strategico per il futuro, la Marina ha sostenuto che «il baricentro economico mondiale si sta spostando verso l’Indo-Pacifico, dove il mare acquisirà importanza e sarà necessario agire nel quadro delle coalizioni internazionali».

Per una forza navale attualmente operativa nel Mediterraneo, nell’Atlantico e al largo delle coste africane, riconoscere l’importanza di questo ulteriore teatro è molto in linea con quanto stanno facendo altri Paesi europei. Con occasionali dispiegamenti di navi tedesche, britanniche, francesi (però Parigi in quanto potenza residente) in varie aree dell’Indo-Pacifico, queste marine hanno dimostrato la loro portata globale, interagendo con altre, rafforzando i regimi di sicurezza e portando a termine missioni che vanno dalla difesa della libertà di navigazione all’assistenza umanitaria.

L’ultima volta che una nave è apparsa sulla costa cilene è passata inosservata, dato che le proteste del 2019 erano scoppiate una settimana prima. Queste proteste che si protrassero sino 2020, conosciute in Cile come Estallido social, erano una serie di manifestazioni, principalmente nella capitale Santiago, iniziate il 7 ottobre 2019 contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana e, in generale, contro il carovita e la corruzione.

Allora La fregata Méndez Núñez (dal nome di un famoso ed eroico contrammiraglio, 1824-69) un moderno cacciatorpediniere antiaereo con il sistema di combattimento Aegis, arrivò a Valparaíso come parte di una circumnavigazione per commemorare Magellano. Però non riuscì a risuonare negli interessi dei cittadini cileni allora occupati in altre questioni. Tuttavia, se la Visión 2050 sarà coerente, la situazione riguardo all’opinione pubblica internazionale dovrebbe cominciare a cambiare.

Qualsiasi addetto ai lavori può testimoniare che i marinai spagnoli continuano a impegnarsi attivamente per proteggere il sistema commerciale globale da minacce quali la pirateria e il traffico di migranti. È riconosciuta anche l’abilità dei suoi cantieri navali, tra cui Navantia, nella costruzione di imbarcazioni come le fregate F-110 e i sottomarini di classe Isaac Peral.

E mentre la capacità della Spagna d’impegnarsi nell’Indo-Pacifico è limitata se misurata in termini di numeri e letalità, è anche vero che, se si escludono Australia, Stati Uniti d’America, Repubblica Popolare della Cina, Giappone e India, diversi attori locali non contribuiscono quasi per nulla alla protezione del proprio vicinato. Ecco perché a volte meno è meglio, ed è per tal ragione che le coalizioni esistono come moltiplicatori di forza. Inoltre, le nuove iniezioni di risorse nella difesa europea dovrebbero riflettersi unitamente in qualche modo sugli oceani; mentre adesso ognuno fa per conto proprio.

Sulle coste latinoamericane che confinano con l’Indo-Pacifico nella sua forma più estesa, la quarta marina più potente del Vecchio Continente dovrebbe trovare qualcosa di più della sua storia. Esiste anche una potenziale opportunità futura se trova partner allineati con la sua Visión 2050, come ad esempio il Cile. Oggi la Spagna torna a solcare i Mari del Sud con la corona in primo piano.

«Si sta verificando uno spostamento del centro di gravità economico globale verso l’Indo-Pacifico, dove il mare acquisterà rilevanza e sarà necessario agire nel quadro di coalizioni internazionali». La frase è tratta dal predetto documento Visión 2050, al quale la Marina Militare lavora da due anni e che ha presentato fra fine novembre e inizio dicembre 2024 presso la sua sede. Questa frase si riferisce a una delle necessità strategiche della Spagna: avere la propria voce navale nel rafforzamento occidentale dei Paesi che collaborano con la NATO nell’area: Repubblica di Corea (sud), Australia, Nuova Zelanda, Filippine e Giappone.

La nota contenuta nel documento della Marina suggerisce la prossima partecipazione della Spagna a gruppi navali multinazionali, sia con fregate che con altri tipi di navi. La Difesa sta già pensando a quella che potrebbe essere la più grande missione esterna delle Forze Armate, e una volta che, dal gennaio 2025, il cambio di amministrazione negli Stati Uniti d’America e l’inizio della seconda èra Trump renderanno la Repubblica Popolare della Cina ancora più rilevante nella zona.

Anche se si tratta di un orizzonte un po’ lontano, non è di gran lunga il più ambizioso dei contenuti del piano i cui aspetti non classificati sono stati resi noti dalla Marina, in un evento presieduto dal Ministro della Difesa, María Margarita Robles Fernández, e dall’Ammiraglio Capo di Stato Maggiore della Marina, Antonio Piñeiro Sánchez. Con le spiegazioni del secondo capo di stato maggiore, ammiraglio Gonzalo Sanz Alisedo, si delineano le linee generali di una delle riflessioni più ambiziose della forza navale spagnola da quando, nel 2008, la crisi finanziaria ne lasciò praticamente a nudo le capacità.

In sostanza si prevede una Marina con una tecnologia molto avanzata, con una capacità raddoppiata di agire su obiettivi a terra, con piena capacità di coordinamento nei futuri combattimenti con combinazione di mezzi e contingenti umani e interpretazione di enormi quantità di dati; questo contando su un’industria e forniture quanto più nazionalizzate possibile, gestite da marinai, fanteria e ufficiali altamente qualificati.

La capacità di proiettare il potere navale sulla terraferma è la «capacità fondamentale» che il documento della Marina colloca tra le prime tre, insieme al «controllo del mare» e all’«azione marittima». Tale capacità di agire a terra è una delle differenze tra le marine di prima forza e le altre. Tale ambizione trova contesto nell’attuale situazione, in cui «i budget e gli investimenti stanno aumentando per modernizzare e rafforzare le capacità militari per rispondere in scenari ad alta intensità», si legge nella parte nota del documento della Marina.

E questa capacità di colpire a terra si basa su tre pilastri: la possibilità di sbarcare più marines – l’attuale Terza Brigata della Marina potrebbe evolversi in futuro fino ad acquisire le dimensioni reali di una più grande brigata – e di mandarli a terra da oltre l’orizzonte – un investimento in forza anfibia è in arrivo; la qualità dell’aeronautica imbarcata – con un’inesorabile sostituzione dei caccia Harrier, sull’orlo dell’obsolescenza – e la disponibilità di missili da crociera in grado di essere lanciati da sottomarini, e fregate contro obiettivi a centinaia di chilometri nell’entroterra. La Marina, ha detto l’ammiraglio Sanz Alisedo, si concentrerà sullo «sviluppo della sua capacità di spedizione», evoluta in una forza «orientata al combattimento», per essere «un riferimento internazionale nel campo marittimo».

Questa intenzione strategica espressa dalla Marina Militare spagnola si collega pienamente con le strategie nazionali di Sicurezza e Tecnologia di Difesa e con un necessario «ecosistema industria-università-opinione pubblica», ha spiegato lo Stato Maggiore. Si tratta di unire gli sforzi politici, scientifici e industriali per rendere interoperabili fregate, portaerei, corvette, cacciamine, motovedette e sommergibili con il resto delle forze armate, caccia, unità corazzate, fanteria, droni… e con un enorme sciame di dati nella «nube di combattimento».

Si avvicina quindi un investimento significativo in tecnologia che, almeno pubblicamente, non è quantificato. Dipende in ogni caso dall’aumento previsto del bilancio della Difesa e implica la creazione di una catena di approvvigionamento «molto resiliente e altamente nazionalizzata» e l’incoraggiamento dell’industria della difesa a portare «la creazione di posti di lavoro altamente qualificati». Dopotutto, i capi della Marina hanno notato che la fase di investimento nelle capacità – che la Marina ha perso con l’anzidetto scoppio della bolla finanziaria nel 2008 – sta accelerando.

Tra i piani citati dall’ammiraglio Sanz Alisedo, se ne menzionano due essenziali: ricercare e investire in sistemi di generazione e stoccaggio dell’energia per «navi di piccole dimensioni» e creare in Spagna una rete di arsenali intelligenti basati su un’efficace integrazione della Forza Navale, dell’industria della difesa e dei fornitori.

Però tutto questo non toglie che la priorità degli ammiragli sia quella di addestrare l’intero sistema navale a «operare in ambienti degradati dove il nostro vantaggio tecnologico sarebbe potrebbe essere totalmente o parzialmente annullato», prevedendo uno scenario – tra i possibili – di guerra ad alta intensità e di lunga durata.

I vertici della Marina spagnola non escludono che in futuro possa nascere nella propria struttura un nuovo comando per un antico spazio sempre meno irraggiungibile: il fondo del mare. Il «fondale marino» è «un dominio conteso», ha detto Sanz Alisedo. Sarà un campo di battaglia per i robot, un ambiente in cui circolerà il 90% dei dati che gestiamo sui cellulari e l’80% delle transazioni finanziarie internazionali effettuate da questo Paese. Ma quella che sembrerebbe una semplice ipotesi potrebbe forse rivelarsi qualcosa di più significativo questa volta.

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