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IL PUZZLE DEL MONDO SUL TAVOLO DI RIAD

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Riad è il centro delle trattative intrecciate che riguardano gran parte degli assetti futuri dell’ordine mondiale.

Oggi arriva Zelensky per un incontro con Bin Salman e domani militari e diplomatici ucraini si incontreranno con un team Usa. La delegazione ucraina è ad alto livello, includendo il presidente dell’ufficio presidenziale, il ministro degli Esteri, il ministro della Difesa e il vice del presidente dell’ufficio presidenziale.

Si tratta, dunque, per l’Ucraina, ma è aperto anche il nodo Gaza, con il piano del Cairo, che si differenzia da quello Usa solo per la permanenza della popolazione, ma nella sostanza prevede una ricostruzione che cambierà totalmente la faccia della Striscia e i suoi rapporti con il contesto, non solo israeliano. Quella di Gaza è una partita da 53 miliardi di dollari che sarà, probabilmente, in gran parte finanziata dall’Arabia Saudita in cambio di un porto commerciale sul Mediterraneo.

Non manca, sui tavoli di Riad, anche la questione siriana, che sconta una situazione di guerra civile che impedisce alla Turchia, mentore di Al Julani, di consolidare la sua presenza nell’area.

Sui tavoli precipita anche la questione iraniana, dopo che Trump ha inviato una lettera per avviare una trattativa sul nucleare. Trattativa che coinvolge direttamente il Qatar e il Kuwait, sotto pressione per il sostegno dato ad Hamas e che ora deve assolutamente cessare.

A Riad, in buona sostanza, si giocano molte partite che hanno come principali interlocutori e attori gli Usa, la Russia, Israele e la stessa Arabia Saudita.

Un piano per Gaza

La provocazione di Donald Trump sulla sistemazione definitiva della Striscia di Gaza ha prodotto l’effetto di aprire una discussione che ha portato alla presentazione di un piano egiziano che Al Sisi ha detto essere una proposta che si inquadra nel desiderio di collaborare con Trump.

A sua volta la Casa Bianca, nella sua reazione iniziale, ha detto di aver accolto con favore il contributo delle nazioni arabe, ma ha insistito sul fatto che Hamas non può rimanere al potere nel territorio.

La tecnica di Trump di alzare i toni per provocare risposte ha, anche nel caso di Gaza, attivato una proposta concreta sulla quale discutere. Una proposta egiziana che può essere accolta anche dalla Casa Bianca, salvo mettere in chiaro che Hamas non può più avere alcun ruolo nel futuro della Striscia e di un possibile Stato palestinese.

Il piano egiziano ha avuto il via libera dei ministri degli Esteri dei Paesi a maggioranza musulmana riunitisi a Gedda.

Sostegno è arrivato anche da Roma, Parigi, Berlino e Londra.

La Casa Bianca, come s’è detto, nella sua reazione iniziale, ha detto di aver accolto con favore il contributo delle nazioni arabe, ma ha insistito sul fatto che Hamas non può rimanere al potere nel territorio.

“Il Presidente rimane fedele alla sua audace visione per una Gaza post-bellica, ma accoglie con favore i suggerimenti dei nostri partner arabi nella regione. È chiaro che le sue proposte hanno spinto la regione a venire al tavolo piuttosto che permettere che la questione degeneri in un’ulteriore crisi”, ha dichiarato il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, Brian Hughes.

Nel piano approvato dai Paesi arabi, Hamas cederebbe il potere a un’amministrazione provvisoria di indipendenti politici fino a quando un’Autorità Palestinese riformata non potrà assumere il controllo.

Tuttavia, ha detto Hughes, “il Presidente Trump è stato chiaro: Hamas non può continuare a governare Gaza”.

Il piano egiziano da 53 miliardi di dollari è stato approvato dai leader arabi durante un vertice tenutosi al Cairo martedì scorso e permetterebbe ai circa 2 milioni di palestinesi di Gaza di rimanere nell’enclave senza essere sfollati.

“Accogliamo con favore qualsiasi proposta o idea da parte della comunità internazionale per garantire il successo di questo piano, che deve essere attuato insieme a una strategia più ampia per la pace”, ha dichiarato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi in un post sui social media dopo l’incontro.

Il progetto egiziano, ha aggiunto Al Sisi, esprimendo il suo desiderio di collaborare con Trump, è “adottare un piano che miri a una soluzione completa e giusta della questione palestinese, che ponga fine alle cause profonde del conflitto israelo-palestinese, che garantisca la sicurezza e la stabilità dei popoli della regione e che istituisca lo Stato palestinese”.

Il piano egiziano, chiamato anche Piano arabo, prevede la ricostruzione di Gaza entro il 2030 senza espellere la popolazione.

La prima fase comporterebbe la rimozione di oltre 50 milioni di tonnellate di detriti lasciati dalle offensive militari e dai bombardamenti di Israele, nonché l’inizio della bonifica degli ordigni inesplosi.

Il piano prevede di rinnovare completamente la Striscia e di costruire negli anni successivi abitazioni e aree urbane “sostenibili, verdi e percorribili” con energia rinnovabile e con bonifica dei terreni agricoli e creazione di zone industriali e grandi parchi.

Inoltre, prevede l’apertura di un aeroporto, di un porto per la pesca e di un porto commerciale. Gli accordi di pace di Oslo degli anni ’90 prevedevano l’apertura di un aeroporto e di un porto commerciale a Gaza, ma i progetti si sono arenati con il collasso del processo di pace.

L’apertura di un porto commerciale andrebbe nella direzione, più volte annunciata, di uno sbocco al mare dell’Arabia Saudita, che nella ricostruzione potrebbe investire una parte dei 53 miliardi previsti dal piano, anche in considerazione del fatto che l’Egitto non è nelle condizioni economiche di fare grandi investimenti.

Israele respinge il piano

Il piano è stato respinto da Israele.

 

Oren Marmorstein, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, ha dichiarato in un post su X che il piano egiziano “non affronta la realtà della situazione” e che il comunicato congiunto del vertice non menziona l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha scatenato la guerra, né condanna il gruppo militante.

Marmorstein ha ribadito il sostegno di Israele al “piano Trump” per reinsediare la popolazione di Gaza altrove, descrivendolo come “un’opportunità per i gazawi di avere una libera scelta basata sulla loro libera volontà”.

Il capo della Lega Araba Ahmed Aboul Gheit ha dichiarato che il comunicato finale del vertice chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di dispiegare una forza di pace internazionale a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

“La pace è l’opzione strategica degli arabi”, ha dichiarato in una conferenza stampa, aggiungendo che il comunicato respinge il trasferimento dei palestinesi e approva il piano di ricostruzione dell’Egitto. “Il piano egiziano crea un percorso per un nuovo contesto politico e di sicurezza a Gaza”.

Secondo l’Associated Press, una bozza di 112 pagine del piano afferma che centinaia di migliaia di unità abitative temporanee saranno create per i residenti di Gaza durante la ricostruzione.

Sulla sponda mediterranea di Gaza, alcune delle macerie riciclate verrebbero poi utilizzate come riempimento per aumentare la superficie del terreno.

Mentre prende forma una possibile soluzione per il futuro di Gaza, il presidente Usa si è rivolto al ”popolo di Gaza” con toni perentori: “Se tenete degli ostaggi, siete morti”.

“Sto inviando a Israele tutto ciò di cui hanno bisogno per finire il lavoro, nessun membro di Hamas sarà al sicuro se non fate ciò che dico”, ha minacciato ancora il presidente statunitense, in un messaggio pubblicato sul social Truth. Per quanto riguarda i leader di Hamas, “è il momento di lasciare Gaza, finché siete ancora in tempo”.

“Al popolo di Gaza: un bellissimo futuro vi aspetta, ma non se tenete degli ostaggi. Se lo fate, siete morti! Prendete una decisione intelligente. Rilasciate gli ostaggi ora, o ci sarà un inferno da pagare più tardi!”, ha scritto Trump.

Nello stesso post, il presidente Usa ha detto ad Hamas di “rilasciare tutti gli ostaggi ora, non più tardi, e di restituire immediatamente tutti i corpi delle persone che avete assassinato, o per voi è finita”.

In precedenza la Casa Bianca aveva confermato colloqui diretti tra un inviato Usa e Hamas sugli ostaggi con cittadinanza americana trattenuti da oltre un anno nella Striscia di Gaza. “Israele è stato consultato su questa questione” e “dialogare e parlare con le persone nel mondo per fare ciò che è nell’interesse del popolo americano è qualcosa che il Presidente” ritiene giusto, ha detto ai giornalisti la portavoce Karoline Leavitt, dopo le indiscrezioni di stampa e la conferma dei contatti diretti arrivata da una fonte di Hamas.

Dei cinque ostaggi con cittadinanza americana che sarebbero ancora tenuti prigionieri nella Striscia, si ritiene sia in vita solo il ventenne Edan Alexander.

“Possono parlare con Hamas. Va bene”, ha dichiarato il console generale israeliano a New York, Ofir Akunis, in quella che è stata la prima reazione da parte israeliana alla notizia di colloqui diretti tra gli Stati Uniti e Hamas sulla questione degli ostaggi. “Invece di mettere Israele sotto pressione, il presidente Donald Trump sta mettendo Hamas sotto pressione ed è la cosa giusta da fare”, ha aggiunto in dichiarazioni a Fox News rilanciate dai media israeliani.

La questione della eradicazione di Hamas dai territori palestinesi si allarga ai chi ha finanziato i terroristi, con lo Shin Bet che accusa il Qatar di aver contributo all’attacco del 7 ottobre.

Secondo i risultati dell’indagine dello Shin Bet, il trasferimento di fondi dal Qatar al braccio armato di Hamas è stato uno dei principali fattori che hanno permesso al movimento islamista palestinese di consolidare le proprie forze e preparare l’attacco del 7 ottobre 2023.

L’inviato dell’amministrazione Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff, come riferisce Axios, aveva in programma di incontrare il primo ministro del Qatar a Doha la settimana scorsa, ma ha rimandato l’incontro a causa della mancanza di progressi nei colloqui sulla presa degli ostaggi in senso più ampio.

In Siria è guerra civile

Peggiora la situazione in Siria, che sembra ripiombare nel caos, con l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Pedersen, che ha dichiarato di essere “profondamente allarmato” per gli scontri in atto nelle zone costiere del Paese, anche tra le forze dell’Autorità siriana ad interim ed elementi fedeli al precedente regime.

In Siria si respira un clima di grande tensione, soprattutto al sud, nella città di Suwaida, a Jaramana, periferia di Damasco, zone a maggioranza drusa e nelle città costiere a maggioranza alawita, in particolare a Jable.

Si tratta, secondo quanto testimonia padre Bahjat Elia Karakach, frate della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Aleppo, citato da Agenzia Sir, di “una resistenza armata contro le forze ufficiali, rifiutate da una larga fetta della popolazione, per presunte violenze e vendette nei confronti dei civili delle minoranze. Per contro – aggiunge padre Karakach – si parla di una vera e propria azione militare organizzata dai sostenitori del vecchio regime, sostenuta da forze regionali che avrebbero l’interesse di creare e mantenere uno stato di caos in Siria: da una parte Israele, che avanza nei territori siriani e se ne impadronisce, cercando di presentarsi come difensore dei drusi contro le forze governative, considerate “milizie terroristiche”; dall’altra parte l’Iran, che pare non voglia accettare la perdita del potere che aveva in Siria al tempo di Assad; senza dimenticare il ruolo della Russia, che resta ambiguo.”

Il governo dell’ex tagliagole Al Jolani, sostenuto dalla Turchia, è tutt’altro che saldo al potere e nel gioco siriano rientrano la Russia e l’Iran.

L’Iran e il nucleare

All’Iran Donald Trump ha inviato una lettera per riprendere i colloqui sul nucleare.

The Guardian in proposito scrive che “la lettera che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, afferma di aver inviato alla leadership iraniana, proponendo di riaprire i colloqui sul programma nucleare del Paese, giunge in un momento in cui la politica interna iraniana è al suo massimo di instabilità da anni”.

“Nel mese scorso – scrive il Guardian – il parlamento, dominato dai conservatori, ha affermato il suo potere sul presidente ampiamente riformista eletto lo scorso giugno, mettendo sotto accusa e licenziando l’esperto ministro dell’economia, Abdolnaser Hemmati, mentre anche Mohammad Javad Zarif, vicepresidente e più importante riformista, è stato costretto a dimettersi.  Entrambe le manovre di potere sono state chiaramente intraprese contro la volontà del presidente Masoud Pezeshkian, ma con l’economia in difficoltà sotto la pressione delle sanzioni economiche statunitensi, la guida suprema, Ali Khamenei, 85 anni, ha chiaramente deciso di non salvare Pezeshkian”.

“La mia posizione è stata e rimarrà quella di credere nei negoziati, ma ora dobbiamo seguire i parametri stabiliti dal leader supremo”, ha detto Pezeshkian. “Quando il leader supremo stabilisce una direzione, dobbiamo adattarci ad essa. Per adattarci, dobbiamo cercare di trovare un modo. Dal giorno in cui abbiamo assunto la guida del governo, ci siamo trovati di fronte da un lato a carenze di energia, acqua ed elettricità e, dall’altro, a debiti estremi per i pagamenti al settore agricolo per il grano, al settore sanitario e medico, agli stipendi pensionistici e così via”.

Se Teheran respinge l’approccio di Trump, il bombardamento israeliano dei siti nucleari iraniani diventa allora più imminente.

Il più grande ostacolo a un attacco del genere potrebbe non essere rappresentato dalle numerose minacce di rappresaglia dell’Iran (Israele pensa di aver distrutto le difese aeree di Teheran), ma dalle argomentazioni degli stati del Golfo.

Scrive il Guardian: “Il primo ministro del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha rilasciato un’intervista agghiacciante a Tucker Carlson, avvertendo che se la centrale nucleare iraniana di Bushehr venisse attaccata e del materiale radioattivo si infiltrasse nel Golfo, entro tre giorni nessuno dei paesi della regione avrebbe acqua potabile. Tutti dipendono dalla desalinizzazione per il loro approvvigionamento idrico. Non solo i pesci, ma anche la vita nella regione verrebbe distrutta, ha affermato”.

Una mediazione russa con Teheran

Finora, sostiene il Guardian, i diplomatici professionisti dell’Iran hanno mantenuto la linea dicendo che non negozieranno direttamente con l’America e ciò mantiene aperta la possibilità di colloqui indiretti mediati dalla Russia. L’offerta potrebbe far guadagnare un po’ di tempo all’Iran.

In Iran l’opinione generale è che la lettera di Trump sia stata concepita come una strategia di guerra psicologica, studiata per costringere Teheran al rifiuto, aggravando le divisioni iraniane sulla sua strategia e portando la crisi tra l’Occidente e l’Iran al livello più estremo.

Ovviamente una mediazione russa si intreccia con le trattative relative all’Ucraina e con la situazione in Siria, dove gli alawiti, fedeli ad Assad, hanno ripreso a combattere nella zona dove ci sono il porto e l’aeroporto russi.

Una mediazione tra Usa e l’Iran da parte di Mosca potrebbe  avere, ad esempio, delle ricadute in Siria dove gli Usa non sono molto felici dell’interventismo di Erdogan.

Trump, non è Hitler, come pensa l’intellettuale Attalì, dimentico che quando era consigliere di Mitterand Parigi ospitava terroristi di mezzo mondo e anche Komeiny e non è un pazzo. Semplicemente la pensa come Roosevelt in termini di zone di influenza e di un equilibrio in perenne movimento, non di crociate alla Wilson.

Difficile farlo capire agli idioti e ai servi dei neocon guerrafondai.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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