Con il linguaggio accade sempre così: quando pensi di aver compreso appieno il significato di una parola, un numero, un’immagine, un simbolo, il significato “vero” e “originale” rischia di svanire al punto che gli stessi Autori di Il mulino di Amleto – Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend – paventano il rischio “che le antiche luci si spengano”.
Ma, Agostino d’Ippona suggerisce altrimenti che “la verità è come un leone. Non avrai bisogno di difenderla. Lasciala libera. Si difenderà da sola”. E così sembra proprio che questo messaggio abbia alimentato anche la speranza dei nostri due Autori, i quali, nelle Appendici al testo, concludono affermando che “non sappiamo ancora la posizione della ‘nuova via’ di Gilgamesh”. Il punto, come già ribadito, è che: sarebbe la stessa fiducia nell’usanza di dare molti nomi al medesimo topos – e, in genere, la fiducia nei sinonimi – a imporre, per così dire, la distorsione delle traduzioni.
E allora innanzitutto dichiariamo apertamente che ciò che crediamo è che la “nuova via di Gilgamesh” abbia avuto inizio – stante anche le attuali assai significative scoperte di Harald Haarmann e di Felice Vinci – in “un giorno di circa 10.000 anni fa”, interpretando alla lettera – come di seguito vedremo – questa espressione relativa a quello che potrebbe essere, nel nostro caso, il “topos” in certo qual senso “originario”.
L’intera storia raccontata in Il mulino di Amleto si conclude con un ennesimo interrogativo che concerne “Arallu”. Arallu è di certo, scrivono gli autori, il “mondo infero”. Ma: cosa sia Arallu? Dov’è sito Arallu?, gli Autori dicono di sperare di risolvere l’enigma e “di arrivare a una comprensione più approfondita partendo dalle case lunari indiane (…)” (op. cit., p. 580).
E sarebbe quindi altresì saggio rivolgersi a chi, conoscendo più approfonditamente gli antichi testi vedici – come per l’appunto dimostrato da Lokamanya B.G. Tilak, e in particolare nel suo Orione (edizione in lingua originale 1893) – giunge alla seguente sintesi esplicativa. E pertanto, in breve, ecco cosa ci dice Tilak: 1) sin dall’antichità (?) i termini “anno” e “sacrificio” sono diventati sinonimi (p. 43) 2) gli Arya primitivi avevano escogitato dei mezzi per accordare l’anno lunare con l’anno solare (p. 46) 3) è naturale presumere che i sacerdoti vedici primordiali ignorassero il moto degli equinozi (p. 47) 4) potremmo dare per scontato che negli antichi giorni dei Veda l’anno cominciasse allorché il sole si trovava all’equinozio di primavera; e siccome il sole si portava da sud a nord dell’equatore, tale punto costituiva pure l’inizio del cammino verso il nord (p. 53)…
E allora: è proprio in corrispondenza di questo esatto e medesimo “punto” che inizia il cammino, che – crediamo – coincida con il punto d’inizio della “nuova via” di Gilgamesh. Fuor di metafora, è lo stesso Tilak, immediatamente nel testo, a precisare “il punto” in questione: E’ difficile dire se gli antichi Arya abbiano mai vissuto così vicino al Polo Nord da essere a conoscenza dell’esistenza di un giorno della durata di almeno due o tre ore, se non sei mesi all’anno … (p. 55). E cioè, (se) gli antichi Arya avessero abbandonato la vecchia dimora e la vecchia via in prossimità del Polo Nord muovendosi verso Sud.
(Se) prendiamo in uso lo schema dello Zodiaco – quello nostro, per così dire, occidentale -, possiamo immaginare – come sostenuto da Macrobio – che “le anime ascendono per il Capricorno e poi, per rinascere, ridiscendono per la ‘Porta del Cancro’. Egli parla di segni zodiacali: le costellazioni che sorgevano ai solstizi ai tempi suoi (e ancora ai nostri) erano i Gemelli e il Sagittario: ‘Porta del Cancro’ significa i Gemelli, anzi, Macrobio afferma esplicitamente (I, 12, 5) che questa ‘Porta? È il punto in cui s’intersecano la zodiaco e la Via Lattea” (da Il mulino di Amleto, op. cit., p. 287).
Ma: (se) prendiamo per buona, per così dire, questa ri/costruzione – allora la posizione solstiziale dei Gemelli e del Sagittario contraddirebbe la credenza secondo cui al “Tempo Zero” rappresentativi dei “cardini equinoziali (fossero stati) i Gemelli e il Sagittario”. Ma ancora: come conciliare il nuovo asse solstiziale di Vergine e Pesci – rappresentativo delle figure emblematiche ed essenziali del cristianesimo – con viceversa la posizione solstiziale a quel tempo (e ancora al nostro) di Gemelli e Sagittario?
Ciò che è indubbio è che, attraverso i tempi, nella realtà relativa al punto d’osservazione ci sia stato un mutamento dell’intero cosmo segnatamente dall’asse equinoziale all’asse solstiziale, ma ancora più rilevante è il fatto che i “riti” relativi all’“anno” abbiano riguardato (e ancora ai nostri tempi) due periodi comprendenti, parimenti ognuno, sei mesi e due stagioni. Secondo uno schema o un modello che è quello per l’appunto dello Zodiaco, seguendo la via del sole a nord e a sud dell’“equatore”. Ovvero di quella stessa linea d’orizzonte immaginaria che sia servita e ancora ai nostri tempi serve per tracciare e indicare “la nuova via”.
Quanto piuttosto a “la vecchia via” si dovrebbe invece pensare – anche alla maniera di Martin Heidegger – a quell’antica dimora del circolo polare artico, laddove “l’anno dura un giorno e il giorno dura sei mesi” e il sole resta visibile sopra la linea dell’orizzonte per sei mesi e scompare sotto la stessa linea per altrettanti sei mesi. Così che la funzione lineare dell’equatore veniva (e viene) svolta dalla funzione lineare dell’orizzonte, semplicemente, visivo. E cioè, un metodo essenzialmente più immediato e alla portata di qualunque osservatore – di cui Gilgamesh è ancora eponimo: colui che vide tutto.
E allora direbbe ancora Tilak, e gli Autori di Il mulino concorderebbero esattamente: Quando, perciò, troviamo stabilito nelle opere vediche che il sole si trovava nelle Krittika, è più probabile il riferimento all’asterismo di per sé che non all’inizio dell’artificiosa porzione corrispondente dello zodiaco (p. 63). E cioè: la misurazione del cosmo mediante il sorgere eliaco della stella più luminosa del quadrante di osservazione.
Ora, attraverso le sue più vecchie e altresì nuove ricerche, Felice Vinci attesta nel suo Omero nel Baltico la credenza nell’esistenza del “paradiso indoeuropeo”, altresì denominato “eden biblico”, e quanti altri nomoi si siano intesi e s’intendano legare al medesimo topos. Che si sia trattato dei protoindoeuropei, di cui ci dice il citato Harald Haarmann nel suo Sulle tracce degli indoeuropei, o degli iperborei, di cui ci dice Gianfranco Drioli nel suo Iperborea – resta interessante notare come la radice del termine “equatore” derivi, in latino, da “equus” e quindi, figurativamente, evochi la realtà del cavallo. Nella lingua madre del sanscrito, cavallo si dice asva e – dice Franco Rendich nel suo L’origine delle lingue indoeuropee – il termine medesimo, oltre che “cavallo” ha anche il significato “che raggiunge” (p. 342).
Come per i “pozzi senza fondo”, relativi al congedo degli Autori di Il mulino, ecco dunque spalancarsi sotto di noi un altro pozzo nel quale immergerci e, ad evitare di sprofondarci, magari seguire anche la via di risalita (cfr. Sulle tracce degli indoeuropei, capitolo I) – altresì del sole artico (!) – “scoperta” oggi da Haarmann: Tutte le riflessioni sull’Urheimat (XI – VIII millennio e.a.) degli indoeuropei trattano invariabilmente anche della relazione fondamentale tra esseri umani e animali, più in particolare tra i pastori nomadi preistorici e il cavallo”.
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