
di Vito Sibilio
La necessità storica non annulla le responsabilità individuali, e non si può ignorare che una parte cospicua del dibattito teologico della seconda metà del XX sec. ha avuto una venatura ereticale, colpevolmente trascurata in nome della rinascita, della libertà e della vivacità del pensiero teologico stesso. Se onestamente oggi nessuno può affermare che il rinnovamento teologico non ha nulla di neomodernista, altrettanto onestamente bisognerebbe ammettere che il neomodernismo non è stato né diagnosticato né cauterizzato dal rinnovamento teologico. Analogamente, il Papa ben evidenziò i cardini del messaggio cristiano, che non potevano essere sovvertiti dal pur legittimo desiderio di dialogo tra la teologia cattolica e la cultura contemporanea, essenzialmente laica. Per cui il rifiuto dell’evoluzionismo teologico di Theilard de Chardin appare perfettamente logico, e la ricusazione del principio di un disegno intelligente nella Creazione, che culmina nella nascita dell’uomo, essere naturale predisposto al soprannaturale, è l’esplicitazione di una incongruenza insanabile tra qualsiasi forma di darwinismo e la soteriologia cristiana. Dio, insegnò Pio XII, non è obbligato in nessun modo a conferire la Grazia alle sue creature spirituali, per cui non esiste nessuna legge dell’universo creato che conduca immancabilmente al soprannaturale. Esso è sempre un dono gratuito, in ossequio all’antica massima: Qui salvandos salvas gratis. Analogamente, il richiamo al dato storico sotteso al racconto biblico, per cui le mutazioni genetiche che hanno generato l’uomo in specie preesistenti non sono accadute se non in una sola coppia, sono la giusta estensione del magistero ecclesiastico a questioni relative a verità di ragione che, se sovvertite o negligentemente accantonate, non potrebbero più dare motivo del dogma cattolico. Se per esempio invece di una sola coppia primordiale ce ne fossero state molte, il peccato originale non sarebbe stato trasmesso per traducianesimo. E di rilievi così se ne possono fare molti, a partire dall’enciclica, il cui insegnamento non è mai stato abrogato, ma è però dimenticato. Considerata la Magna Charta dell’Integrismo, sarebbe un buon contravveleno per il relativismo imperante. Piace ricordare la stupenda enciclica di Pio XII sul Sacro Cuore di Gesù, la Haurietis Aquas (1956): il centro della spiritualità di Pacelli. Il culto del Sacro Cuore, decaduto nel postconcilio senza che tutti i pastori abbiano fatto abbastanza per riprenderlo – ma oggi la tendenza si è invertita – viene riportato dal Papa ai suoi fondamenti teologici, biblici, patristici. Viene tradotto in un ideale ascetico, mistico, spirituale. Viene orientato alla riparazione, alla consacrazione, all’evangelizzazione, alla santificazione . Dopo la Annum Sacrum di Leone XIII e la Miserentissimum Redemptor di Pio XI, è senz’altro la più grande enciclica sul Cuore di Gesù. Se ne aspetta ancora la continuazione . Una sezione cospicua del magistero papale fu riformatore: il motu proprio Cleri Sanctitati, sulla disciplina del clero, la costituzione apostolica Sponsa Christi sulla clausura, la lettera Sacra Virginitas sulla castità sono testi di grande importanza; l’enciclica Miranda prorsus sugli audiovisivi fu un testo pioniere, come la Provida Mater Ecclesia sugli Istituti Secolari. Come i veri riformatori, Pacelli concretizzò il suo impegno in iniziative solidali: la Quemadmodum, nel 1946, lanciò un nobile appello per i bambini abbandonati dopo la catastrofe bellica. Ma Pio XII non fu solo l’uomo delle encicliche. Molti suoi insegnamenti sono stati impartiti tramite discorsi epocali, radiomessaggi, allocuzioni. Il grosso della sua dottrina sociale, intesa sia come linee programmatiche della soluzione dei problemi sociali che come inquadratura di quelli del diritto e della politica, non esclusi quelli della pace, è stato formulato in radiomessaggi: famosi quelli natalizi del 1939, 1940, 1941, 1942, 1944, 1945, 1946, 1947, 1948, 1949, 1950, 1951, 1952, 1953, 1954, 1955; celebri quelli del 24 agosto 1939, del 1 giugno 1941; indimenticabili i discorsi del 29 aprile 1945, 21 ottobre 1945, 6 dicembre 1953, 3 ottobre 1953. Dopo Giovanni Paolo II e Paolo VI, Pio XII è il Papa più citato nel recente Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Con questi documenti, scritti e orali, Pio XII, il primo papa a capire l’importanza dei mass media usandoli personalmente e preparandosi scrupolosamente ad ogni apparizione pubblica, in voce o in immagine, divenne l’anima del mondo . Nessun compendio può restituire la fisionomia della personalità di Pio XII. In un recente documentario per RaiTre, nella collana de “La Grande Storia”, Luigi Bizzarri ha riunito immagini spettacolari del grande Papa Pacelli. Fu Pio l’icona maestosa che avanzava, ora ieratica ora affabile, sulla sedia gestatoria sulla folla di migliaia di fedeli? Fu l’essere celeste che si affacciava solitario alla loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, spoglia di ornamenti, e che, senza alcuno vicino, tendeva le sue braccia sulla massa di pellegrini accalcati presso il Sagrato e la Piazza? O fu il solitario che amava suonare il violino, ascoltare musica classica, accarezzare agnelli candidi nei Giardini di Castel Gandolfo, accogliere sulle sue dita i canarini che cantavano nella sua stanza, chiusi in una gabbietta? O ancora fu il mistico asceta, che nel 1954, quando la sua vita fu in pericolo per gravi crisi di singhiozzo , vide Gesù accanto al suo letto, mentre recitava l’Anima Christi, e che nello stesso periodo contemplò i fenomeni della danza del sole visti a Fatima dai Tre Pastorelli, e che ancora strappò al Cielo, con la sua preghiera, misteriose guarigioni per i fedeli affidatisi alle sue preghiere? Fu questo e molto altro ancora. Fu l’intellettuale complesso, con vocazione di giurista e moralista, che arricchì la dogmatica e la liturgistica cattolica; fu il diplomatico e l’uomo di Stato che fronteggiò gravissime emergenze pastorali. E fu un martire, che cinse la tiara a suo dire come una corona di spine, e che visse assediato dai totalitarismi, conscio della responsabilità verso un gregge dilaniato dalla persecuzione di ogni tinta e colore. Dopo la sua solitaria fine e il suo spettacolare funerale, ingrigito dalla decomposizione della salma causata dal cattivo esito del processo di imbalsamazione, oggi aspettiamo un’ultima cerimonia di massa che lo veda protagonista, quella della beatificazione e canonizzazione. Quando la sofferenza postuma, che egli deve scontare per aver salvato milioni di Ebrei e di altri sventurati dai lager nazisti e per aver preservato buona parte dell’Occidente dallo Stalinismo, sarà terminata, allora la sua parabola storica terminerà, e si potrà mettere il suggello della verità sulla vita di un uomo che, costretto a misurarsi con i più grandi criminali della storia umana, ancora sale un calvario della memoria, profanata dalla calunnia e dal misconoscimento. Ma questa denigrazione e questa sofferenza sono anch’esse transitorie, ed egli già, laddove approdano le anime dei giusti, ha trovato la sua pace e la sua gloria, che dureranno in eterno .
(1) Lo dichiarò pubblicamente ai Cardinali: per lasciare Roma avrebbero dovuto incatenarlo e trascinarlo. Fece approntare un tunnel fin sotto Castel Sant’Angelo, per fuggire dalla Città Leonina, e rimanere in Roma clandestinamente.
(2)Durante l’occupazione nazista di Roma, Hitler e Bormann progettarono l’invasione del Vaticano, l’arresto e la deportazione del Papa, o il suo trasferimento coatto – col pretesto di proteggerlo – in Liechtenstein , in Baviera o in Wurternberg per installarvi una Santa Sede fantoccio, o addirittura l’ingresso di SS travestite da partigiani nei Sacri Palazzi per trucidare Pio XII e i curiali. A poche settimane dalla fine dell’occupazione di Roma, Hitler diede l’ordine di occupare la Città del Vaticano, ma la resistenza passiva dei suoi luogotenenti in Italia evitò il peggio.
(3) Fu Nunzio in Baviera dal 1914 al 1925, accreditato ad un certo punto anche presso il Kaiser, e poi a Berlino fino al 1930.
(4)Divenne Segretario di Stato alla fine della Nunziatura tedesca. Prima di andare in Germania, era stato sottosegretario, prosegretario e segretario della Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, per volere di Pio X e Benedetto XV.
(5)Senza il Patto del diavolo con Stalin, Hitler non avrebbe scatenato la guerra, correndo il rischio di combattere su due fronti come il Kaiser. Quando lo fece fu per una sua scelta, invasata come la maggior parte di quelle che lo portarono alla rovina. Grazie a quest’alleanza, la Germania divorò Polonia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia; l’URSS invece aggredì la parte di Polonia non occupata dalla svastica, Lettonia, Estonia, Lituania, Finlandia e Romania. Fu con la neutralità benevola di Stalin che Mussolini e Hitler devastarono Grecia, Iugoslavia e quel che rimaneva della Romania. E sempre stando l’URSS alla finestra, la Germania ingaggiò – e perse – la Battaglia d’Inghilterra.
(6)Né Slavi, né Neri, né Asiatici, né Aborigeni extraeuropei sono umani, nella mitologia nazista: per essi vi è solo schiavitù e decimazione. I popoli mediterranei sono una mescolanza impura. Gli Zingari e gli Ebrei vanno sterminati. I veri uomini sono solo gli Ariani (Scandinavi, Anglosassoni, Tedeschi). Ma i più puri sono proprio i Germanici. Di essi una pseudocristianità nazista, pronta a fare di Gesù un dio ariano (!), era pronta a dire che erano senza peccato originale.
(7)L’amore per l’esoterismo, la ricerca dell’occulto, la simbologia demoniaca, le credenze pagane e precristiane acclarano la fisionomia parareligiosa del Nazismo, una sua spiritualità maligna, impregnata di esalazioni sulfuree che meriterebbero maggiore considerazione degli storici nello studio della formazione di Hitler e dei suoi seguaci.
(8)L’ex-cancelliere Fritz Von Papen fu ingannato da Hitler e accettò persino di fargli da vice-cancelliere nel suo provvisorio governo multipartitico. Ma, come Mussolini in Italia, Hitler non tardò a sopprimere tutti i Partiti, i Sindacati, le testate giornalistiche non naziste, dopo l’incendio del Reichstag.
(9)Per amore di verità, va detto che nella Chiesa Evangelica Unita, la confessione luterana egemone in Germania, si produsse una disdicevole frattura, che non ebbe corrispettivi nella Chiesa Cattolica, per cui alcuni presuli e svariati fedeli accettarono la qualifica, infamante, di Chiesa del Reich, riservando la propria attività pastorale ai soli ariani, e prostituendo il dogma e la liturgia riformati ai voleri di Hitler. Ma comunque anche gli Evangelici ebbero i loro martiri, come il grande teologo Dietrich Boehnoffer. La costituzione accentrata del Cattolicesimo gli risparmiò, in Germania, la nascita di gruppi collaterali al regime. Ma l’acquiescenza, vile o interessata o terrorizzata, di milioni di cristiani tedeschi, cattolici o protestanti, al Nazismo al potere, è un dramma le cui proporzioni sono note solo a Dio, e che in ogni caso ha costituito una prova della debolezza della resistenza che il Cristianesimo, come sistema dottrinale, potè opporre alle idee di Hitler. Nessuna fede può opporsi al potere, se chi la professa non è pronto al sacrificio. Ma nessun popolo, per quanto devoto, può essere tanto fedele da essere in massa pronto al sacrificio. I totalitarismi del XX sec. hanno avuto i mezzi di propaganda adatti ad irretire e ingannare le coscienze anche più formate, per carpirne e poi imprigionarne il consenso, come bene ha spiegato Hannah Arendt.
(10)Una speranza spentasi nel corso del 1933-1934.
(11)I Nazisti si specializzarono nella denigrazione del clero, compiacendosi di diffondere voci di corruzione sessuale dei preti, a cui fecero seguire processi esemplari; posero ostacoli di ogni genere alla stampa, all’insegnamento cattolici, e alla professione pubblica della fede, nonché all’esercizio del diritto di proprietà e finanche alla possibilità di svolgere attività fuori delle sacrestie e come svolgerla in esse. Le associazioni cattoliche di ogni tipo furono soppresse, gli Ordini assai vessati, i rapporti tra vescovi e Papato furono oggetto di interferenze, avvennero violenze fisiche, arresti, sacrilegi persino del SS.Sacramento. Se Hitler avesse vinto la guerra nel suo Reich la Chiesa Cattolica avrebbe fatto la fine che le era toccata nei territori di Stalin. Tra il 1937 e il 1939 i Nazisti coltivarono il progetto di denunziare il Concordato.
(12) In esse, tutti i punti dell’ideologia nazista furono condannati: la sua legislazione immorale, la sua concezione dello Stato e della Razza, la sua visione del divino. Il grande pubblico ignora completamente queste censure che la Chiesa, per mano del Segretario di Stato, inviò direttamente a casa di Adolf Hitler. Le violazioni concordatarie e le proteste papali uscirono, come un Libro Bianco, tra il 1934 e il 1936, a cura sempre di Pacelli, che aveva curato un atto analogo per conto di san Pio X, quando questi aveva rotto con la III Repubblica, radicale e massonica (1904).
(13) La Guerra delle Note fu praticamente interrotta nell’estate del 1938, per ragioni ignote.
(14) Il grande pogrom non fu denunciato da nessuna potenza, compresa la Santa Sede. Ma le note e l’enciclica di quest’ultima, di cui diremo, rendevano superfluo, nel suo caso, un atto di condanna.
(15) La conquista dell’Austria fu molto dolorosa per il Vaticano, in quanto Vienna era retta da un governo corporativo, cattolico, antinazista, senz’altro autoritario, fondato da Dollfuss e considerato un antemurale contro Hitler e Stalin. Il gaudio pangermanista mostrato dall’arcivescovo viennese Teodor Innitzer suscitò grande stizza in Pio XI e Pacelli. Lo stesso cardinale austriaco dovette ricredersi a breve sul Nazismo.
(16) In conseguenza di ciò molti territori cattolici furono inglobati nel Reich, senza che Hitler volesse estendere loro le garanzie del Concordato.
(17) Introdotta clandestinamente in Germania, custodita nei tabernacoli fino al giorno della sua lettura dai pulpiti, l’enciclica fu redatta da Pacelli e da mons.Kaas, già dirigente del Zentrum e ora esule in Vaticano, sulla base dei testi preparati dai maggiori presuli tedeschi, tra cui Faulhaber, il leone di Monaco, Von Galen – oggi beato, nemico giurato dei progetti eutanasici ed eugenetici di Hitler – e Von Preysing: tutti falchi dell’antinazismo. Di essi Goebbels annunziava, nei suoi Diari, la condanna a morte alla fine della guerra, quando il Reich avrebbe chiuso i conti coi pfaffen, i pretacci.
(18) Un solo giorno bastò per scegliere il cardinale Pacelli, nel suo sessantatreesimo compleanno. L’unica, evanescente candidatura oppostagli fu quella di Elia dalla Costa, arcivescovo di Firenze, gran protettore degli Ebrei toscani durante l’invasione nazista dell’Italia, di cui è in corso la causa di beatificazione.
(19) A lui invece il Papa inviò la sua prima lettera, redatta in tedesco da lui stesso – come suo costume – annunciandogli la sua elezione.
(20) Unanime la valutazione del Papa come antinazista risoluto e senza cedimenti. Bisognerebbe ridarsi una scorsa ai titoli della stampa ebraica e del Comintern dell’epoca.
(21) Una conferenza a quattro (Polonia, Germania, Francia, Inghilterra).
(22) Essi anticipavano i Quattordici Punti di Wilson. Pacelli mediò tra Austria e Italia, per non far entrare Roma in guerra, e tra l’Intesa e la Triplice Alleanza.
(23) Visitò Vittorio Emanuele III al Quirinale – la reggia di Pio IX! – e scrisse sia a lui che al Duce, che però non si degnò neanche di rispondergli. I numerosi canali del partito contrario alla guerra, legato alla Santa Sede e trasversale anche al PNF, furono tutti attivati, ma inutilmente. Ebbe successo nel tenere fuori dal conflitto la Spagna e il Portogallo.
(24) Redatto da Montini e Pacelli dopo aver saputo del Patto Molotov-Ribbentrop.
(25) Pur non avendo parte attiva nell’organizzazione delle congiure, il Papa infornò gli Inglesi e ritenne lecito il ricorso al tirannicidio, secondo la casistica morale gesuita e giusnaturalista della teologia e della canonistica della Controriforma. Uno dei progetti fu organizzato addirittura da esponenti del clero tedesco.
(26) In ragione di ciò non condannò nessuna aggressione nel corso del conflitto, esclusa quella del Belgio, Olanda e Lusseburgo, a cui peraltro fece seguito un assalto di fascisti alla sua auto durante un’uscita pubblica. Gli premeva una libertà d’azione scaturente dall’imparzialità, secondo il modello di Benedetto XV nella I Guerra Mondiale. La condanna della guerra d’aggressione era già formulata nella dottrina teologica del bellum iustum.
(27) Si espresse così con Dino Alfieri, ambasciatore italiano in Vaticano, il 13 maggio 1940.
(28) Mantenne rapporti con i governi polacco e baltici in esilio; non ricevette nemmeno come Capo di Stato croato Ante Pavelic, ma solo a titolo privato. Pio XII non riconobbe neanche la RSI.
(29) Nella corrispondenza diplomatica papale scomparvero persino termini come “comunismo”, per evitare ogni strumentalizzazione.
(30) Per esempio in Grecia, occupata dall’Asse.
(31) Myron Taylor, incaricato d’affari di Roosevelt, fu a Roma otto volte fino al 1944. Alti prelati americani, come F.J.Spellmann, poterono venire a Roma anche durante il conflitto. In genere, gli ambasciatori delle Potenze alleate, le cui sedi videro, con una grave violazione del Trattato del Laterano, denunziata la loro extraterritorialità dall’Italia, furono ricoverati nello stesso Vaticano. Lo stesso accadde per gli ambasciatori dell’Asse quando gli Alleati occuparono Roma.
(32) La distribuzione di generi di prima necessità riguardò tutta l’Italia, con tanto di camion targati SCV.
(33) Le pratiche trattate superarono di gran lunga il milione.
(34) Il 19 luglio 1943. Anche il Vaticano fu bombardato, nello stesso anno, da un aereo non identificato, probabilmente pilotato da Roberto Farinacci.
(35)Violente furono le reazioni di Mussolini – che già dopo la condanna dell’invasione del Belgio minacciò di far deportare il Papa in campo di concentramento – e di Hitler, senz’altro più determinato, che già nel 1940 aveva confidato a Franco che Pio XII era un suo nemico personale. Tra i sogni del Fuhrer, oltre la trasformazione di Mosca in un lago artificiale, la distruzione di Parigi e Londra e la scoperta dell’arma atomica, c’era pure la trasformazione del Vaticano in un museo.
(36)Così ha sagacemente commentato il giornalista e scrittore Jacques Nobecourt.
(37)Con due decreti del Sant’Uffizio, che peraltro nessuno mai ha abolito.
(38)Dal 1923 al 1927 la Santa Sede trattò – per la terza volta, dopo il 1921 e il 1922- con l’URSS segretamente per il riconoscimento reciproco. Dal 1925, per ragioni ancora ignote, le trattative furono trasferite a Berlino e affidate a Pacelli. La Chiesa si dichiarò pronta a molte concessioni, ma Stalin non ne fece nessuna, cercando solo cedimenti unilaterali. Durante il Papato di Pacelli non mancarono contatti autorevoli e segreti tra altissimi prelati e i sovietici – in particolare il cardinale Siri, delfino di Pio XII, che però non sembra aver mai informato il Papa dei suoi contatti – che però non arrivarono a nulla.
(39)Al Primate polacco diede il potere di eleggere i vescovi.
(40)Totalmente false sono le asserzioni di chi ritiene che fenomeni soprannaturali conclamati come la Lacrimazione della Vergine a Siracusa siano stati manipolati a scopi politici. In molte di queste asserzioni, che non risparmiano di calunniare neanche personalità mistiche come quella di San Pio da Pietrelcina, non corrispondono neanche le date: le elezioni del 1948 furono a volte anteriori o di molto posteriori ai presunti imbrogli clericali. In quanto ai mezzi della propaganda messi a disposizione dalla Chiesa alla DC, furono tra i più moderni, e seppero coniugare l’influenza del clero su una società ancora credente, l’abilità oratoria di alcuni – come Padre Lombardi, il microfono di Dio – e i nuovi mass media. I laici non furono comprimari di questa battaglia, ma la condivisero del tutto. I quadri dirigenti della DC e dell’AC erano allora ancora formati in un Cristianesimo sociale non intimidito dalle sirene marxiste, e consapevoli della superiorità del modello democratico rappresentativo su quello bolscevico.
(41)Gedda più di ogni altro incarnò il modello di laico impegnato coerente col Papato e i suoi insegnamenti. Più volte espresse l’auspicio di far subentrare alla DC monocratica un più ampio ventaglio di forze socio-politiche cattoliche coordinate dall’AC. I dissidi tra lui e gli esponenti della fronda giovanile, Carlo Carretto e Mario Rossi, sono stati strumentalizzati dalla stampa laica contemporanea, e poi dalla storiografia, per acclarare la fisionomia di una direzione dell’AC reazionaria, subornata in questo dalla Santa Sede. Ma la visione strategica di Gedda – che era quella di Pio XII – era giusta, quella di Carretto e Rossi no, anche se supportata, specie quest’ultima, da Giovanni Battista Montini. Carretto rinfacciava all’AC quelle che sono le caratteristiche tipiche della spiritualità delle associazioni di massa, ritenendole incompatibili con una interiorità profonda, e considerando l’impegno sociale e politico del movimento come brama di potere e snaturamento della sua vocazione. Carretto era una personalità profonda e intensa, che trovò approdo tra i Piccoli Fratelli di Charles de Foucault. Ma la ripulsa per le forme collettive della vita spirituale non era confacente a chi avrebbe dovuto promuovere la santificazione dei movimenti di massa, a meno che non sottintenda una ripulsa della stessa santificazione di massa. In quanto poi alla diffidenza per l’impegno socio-politico, una volta che fosse interdetto ai laici, essendo precluso al clero, sarebbe rimasto appannaggio del partito cattolico, senza che però esso fosse un istituto ecclesiale. Paradossalmente, l’esito della polemica sulla presunta politicizzazione della Chiesa e dell’AC è la subordinazione ecclesiale alla politica partitica. Non è obiettivamente compatibile con la dottrina cattolica che i movimenti laicali siano esclusi dalla politica attiva, anzi è una sostanziale mutilazione della loro vocazione. Carretto era un mistico con vocazione missionaria e contemplativa, non un leader. In quanto a Rossi, egli fu un sincero – e probabilmente ingenuo – denunziatore della molteplicità delle matrici del materialismo moderno, e postulò in ragione di ciò una lotta della Chiesa non solo contro il marxismo ma con tutte le altre ideologie e prassi materialiste. Non capì che l’impegno anticomunista dell’AC era prioritario, perché solo il marxismo estendeva le sue propaggini mediante una struttura organizzativa, e perciò minacciava la sopravvivenza stessa della coscienza cristiana. Rossi era un testimone morale, una personalità intellettuale, ma non aveva un particolare senso politico e organizzativo. Il suo caso assunse una valenza particolare, perché la lettera delle sue dimissioni fu trattenuta da Giovanni Battista Montini, Prosegretario di Stato, vicino alle sue posizioni, desideroso di evitare lo strappo in seno all’associazionismo cattolico. Quando la lettera giunse nelle mani di Pio XII, questi chiese perentoriamente a Montini la consegna dell’originale. Da qui la frattura tra il Papa e il suo Prosegretario di Stato. Pacelli, che non condivideva le inclinazioni intellettuali di Montini, perse la fiducia nel collaboratore, e nel suo sistema di governo, basato sul rapporto con pochi selezionatissimi esecutori, questo costituiva un vulnus incolmabile. Egli costituì una commissione segreta d’inchiesta su Montini, presieduta dal cardinale Giuseppe Pizzardo, che gli presentò una relazione negativa. Per cui, dopo aver decapitato la fazione antigeddiana nell’AC – lo stesso Pizzardo con Ottaviani interrogò Rossi per le implicazioni dottrinali delle sue posizioni – il Papa disarticolò il nesso che la legava alla Curia destinando Montini all’arcidiocesi milanese, senza conferirgli la porpora cardinalizia, ornamento tradizionale dei presuli ambrosiani. Se sull’allontanamento di Carretto e Rossi dalla direzione dell’AC di Gedda non si può equivocare, essendo una misura punitiva fuori ogni dubbio, l’esilio lombardo di Montini appare ambivalente. Giuseppe Siri, delfino di Pio XII, lamentò di non essere stato consultato prima della nomina, perché altrimenti avrebbe consigliato al Papa di creare cardinale Montini e di metterlo a capo di un dicastero romano. Diversamente gli aveva fornito l’ultima tessera necessaria per divenire Papa, l’esperienza pastorale. Questo giudizio parte dal presupposto che l’intenzione di Pio XII fosse di allontanare definitivamente Montini dalla Santa Sede. Il che è tutto da dimostrare. Credo che Pacelli volesse solamente liberare se stesso di un collaboratore nel quale non si ritrovava più completamente, ma non pregiudicare il suo futuro, che evidentemente era solo nelle mani di Dio.
(42)Pio XII non mancò di infliggere anche delle mortificazioni a De Gasperi, rifiutandogli un’udienza privata per l’anniversario di matrimonio. Pacelli considerò lo statista sempre troppo morbido col marxismo. Forse compì un errore di visuale: non era lui ad essere morbido, ma il partito, come si sarebbe visto proprio alla morte di De Gasperi e del Papa stesso. In ogni caso Pio XII fu consapevole che la potenza politica in Italia non era la DC, ma la Chiesa stessa, a differenza dei successori che spesso si trovarono irretiti nelle trame partitiche italiane. Gli mancò il realismo che gli facesse apprezzare la funzione di cinghia di trasmissione per la potestas indirecta in temporalibus svolta da un cattolico integrale ed ortodosso come il grande trentino. La loro incomprensione è forse il vero punto debole dell’egemonia cattolica sull’Italia degli Anni Cinquanta.
(43)Pio fu un instancabile profeta dell’Europa unita, in chiave antisovietica e per bilanciare l’influenza atlantica. I grandi costruttori dell’Unione furono tutti cattolici: Schumann, Adenauer, De Gasperi.
(44)Né il “partito pesante” fanfaniano, né la democrazia sociale di Dossetti o La Pira, né il tatticismo spregiudicato di Moro avrebbero potuto sedurre Pio XII, che aveva una visione ben chiara del ruolo dei partiti, delle loro strategie e dello Stato sociale nel quadro della realizzazione della Dottrina Sociale della Chiesa. Pio apparteneva ad una generazione di statisti e di intellettuali che, pure nelle loro differenze, era accomunata dal fatto di non avere complessi di inferiorità nei confronti del socialismo e dal non averne metabolizzato nessuna idea, per cui era completamente refrattaria ad una contaminazione con le sue istanze. Così Truman, Roosevelt, Churchill, De Gaulle, De Gasperi stesso, Croce e altri ancora.
(45)Il testo è un classico del magistero papale moderno. I verbi in corsivo sono i corrispettivi italiani dei termini latini adoperati dal Pontefice.
(46)La riscoperta sotto la Basilica di San Pietro della Tomba del Principe degli Apostoli fu annunziata al mondo intero dallo stesso Pio XII nel 1949, dando nuovo lustro al fondamento apostolico del Primato pontificio. Fu in quel complesso tombale che poi fu definitivamente identificato il corpo dello stesso Pietro, secondo quanto annunziato in un secondo momento da Paolo VI. Gli scavi, inaugurati nel 1939, durarono dunque una decina di anni.
(47)Giova ricordare che non solo nel magistero conciliare Pio XII è il Papa più citato, ma che lo stesso progetto di un Concilio Universale fu accarezzato da Pacelli, il quale ricevette in tal senso la supplica del cardinale Pericle Felici. Al momento di tale richiesta – rivelata in un secondo momento e di cui fu testimone anche il cardinale Ruffilli – Pio XII aveva già costituito una commissione antepreparatoria, formata essenzialmente da gesuiti tedeschi e d’oltralpe, i cui lavori si condensarono in una serie di schemi nei quali si ravvisano già le fondamenta dei decreti conciliari. Per esempio la dottrina della Gaudium et Spes è già presente nei lavori dei commissari pacelliani. Ma Pio XII, che aveva in questo modo ripreso un’iniziativa di Pio XI, decise alfine di accantonare il progetto perché si sentiva troppo vecchio. Giovanni XXIII, tuttavia, convocò il Concilio Vaticano II ad un’età non di molto superiore a quella di Eugenio Pacelli. A Pio si deve anche la preparazione di uno schema di riforma della Curia Romana, anch’esso lasciato cadere per l’età avanzata, che anticipa l’istanza riformatrice poi avvertita da Paolo VI. Pio, che avrebbe potuto convocare e guidare il Sinodo altrettanto bene di Giovanni XXIII e Paolo VI, così come avrebbe potuto altrettanto proficuamente riformare la Curia, fu scoraggiato dalla sua eccessiva prudenza. Essa contribuì anche ad anemizzare il Sacro Collegio. Sebbene egli lo internazionalizzasse al massimo, sviluppando l’iniziativa di Pio IX, Leone XIII e Pio XI, lo scrupolo con cui si accingeva alle creazioni porporate lo costrinse a tenere due soli Concistori per la concessione dei galeri, temendo che anche un solo membro indegno potesse appestare il Conclave. Lo scrupolo fu senz’altro eccessivo, ma la qualità dei cardinali creati da Pio, che alla sua morte erano cinquantasei piuttosto che settanta, fu notevole. I grandi cardinali della Chiesa combattente – Wyszinsky, Sapieha, Mindszenty, Von Galen, Stepinac – furono tutti insigniti del galero da Pacelli, come del resto Siri, Lercaro, Mimmi, Aloisi Masella, Spellmann, Agagianian, Ottaviani, Roncalli, Costantini: i grandi nomi della Chiesa degli anni Quaranta e Cinquanta. Tra questi nomi vi sono anche quelli di coloro che Pio scelse come suoi intimi collaboratori: uomini di indubbia qualità, che sopperirono alla mancanza di dignitari dovuta alla summenzionata indecisione del Papa nelle scelte. Sebbene alla morte di Pio molti dicasteri fossero retti da pro-prefetti, il novero dei cardinali di Curia comprendeva personalità illustri, alcune delle quali collaboratrici anche di Pio XI. Alfredo Ottaviani fu il temutissimo segretario del Sant’Uffizio, Giuseppe Pizzardo prefetto dei Seminari; accanto a loro Clemente Micara e Nicola Canali. Questi cardinali furono i fedeli custodi della memoria di Pio nel Conclave del 1958, ma anche gli artefici della svolta di transizione con l’elezione di Giovanni XXIII, al quale chiesero anzitutto proprio la reintegrazione del numero tradizionale dei Cardinali e della nomenklatura della Curia. La diffidenza pacelliana pesò anche sull’organigramma della Segreteria di Stato, anche se non ne pregiudicò l’efficienza. Dopo la morte di Luigi Maglione, il napoletano suo compagno di studi che Pacelli designò Segretario di Stato appena eletto, e che avvenne nel 1944, Pio XII disse che, avendo fatto da Segretario di Stato a Papa Ratti, poteva farlo pure a se stesso. Aveva bisogno solo di esecutori fidati, e li ravvisava in Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria, e in Domenico Tardini, segretario per gli Affari Straordinari. I due prelati nel 1952 divennero Pro-Segretari di Stato e rifiutarono la porpora, offerta loro da Pio XII, permettendogli così di conservarli al loro posto. Nel 1954 Montini cadde in disgrazia per le vicende relative all’AC e alla DC, e andò a Milano come Arcivescovo, sostituito in Curia da Carlo Grano e Angelo dell’Acqua. Solo la morte di Pio XII permise a Tardini di ascendere al rango di Segretario di Stato, scelto da quel Roncalli che Tardini stesso aveva avuto alle sue dipendenze come Delegato Apostolico a Istanbul e Atene, e poi come Nunzio a Parigi. Un particolare degno di nota è che Pacelli avrebbe voluto Roncalli a Roma come segretario della Congregazione Concistoriale, ma che egli rifiutò, mentre non fece in tempo a portare in Vaticano Giuseppe Siri come collaboratore con compiti indefiniti. E’ nota la stima di Pio XII per Siri, che avrebbe voluto come suo successore, o anche Ottaviani.
(48)Questi temi furono qualificanti nel magistero del grande Papa. Il tema del sacrificio riparatore fu costante nel suo insegnamento, e influenzò i grandi mistici suoi contemporanei, come Pio da Pietrelcina, che dopo la richiesta di Pacelli di costituire falangi di credenti che pregassero e si comunicassero con assiduità, costituì i Gruppi di Preghiera. La consacrazione si ricollegò anche alle vicende mariane di Fatima, delle quali Pio fu tra i primi estimatori. Consacrato vescovo il 13 maggio 1917, il giorno della prima apparizione della Vergine ai Tre Veggenti, Pio XII consacrò per primo il mondo al Cuore Immacolato e diede il via libera alla pia pratica dei Cinque Sabati, richiesti dalla Vergine stessa a Suor Lucia dos Santos. Tuttavia la mancata menzione della Russia “peccatrice” nella consacrazione, differentemente da quanto richiesto dalla Madre di Dio, non adempì i Suoi desideri e gli effetti benefici dell’atto pubblico furono rimandati alla successiva consacrazione pubblica di Giovanni Paolo II nel 1986. L’evangelizzazione fu anch’essa a cuore a Pio XII. Papa missionario come Pio XI, Benedetto XV e Leone XIII, Pacelli fondò stabili Gerarchie in moltissimi Paesi del Terzo Mondo, sostituì dovunque potè al clero straniero quello indigeno, compresi i ranghi dell’episcopato – sostenendo che la Chiesa deve vivere in tutti i popoli – avviò la cosiddetta inculturazione delle missioni, chiudendo l’obsoleta questione dei riti cinesi, da lui considerati solo cerimonie civili e quindi non più proibiti, creò il primo cardinale cinese e sostenne energicamente la lotta contro il processo di cristianizzazione – termine da lui stesso acutamente coniato. In quest’ottica favorì la missione popolare, con mezzi di massa – come le adunate, i congressi, le giornate e le settimane di studio, ma anche processioni, funzioni, riti e predicazioni – e con gesti di valore simbolico – come beatificazioni e canonizzazioni ad effetto, quali quelle di Innocenzo XI e Maria Goretti, l’uno, beato, campione della lotta contro i Turchi e modello di Pio stesso, l’altra, santa e martire, modello di purezza in un mondo di lussuria. Nel contesto della propagazione della Fede, sostenne le Chiese Orientali unite a Roma e rafforzò l’impegno ecclesiastico per la cultura di ispirazione religiosa.
(49)Paolo VI ha interrotto la grande tradizione papale di redigere encicliche dottrinali sulle devozioni popolari. Se Leone XIII, Pio XI e Pio XII furono i grandi alfieri della sistematizzazione del culto al Sacro Cuore, Giovanni XXIII lo fu del Preziosissimo Sangue, ancora Ratti lo fu del SS. Nome di Gesù e di Cristo Re, mentre Giovanni Paolo II lo fu della Divina Misericordia. Di Pacelli e del culto mariano si è detto, e sulla sua scia si mossero Roncalli, Montini e Wojtyla.
(50)Pacelli fece corsi di dizione, studiò moltissime lingue, amò anche filmare i suoi discorsi, entrando con puntualità nelle case dei cristiani d’Occidente tramite la TV. Curò la sua immagine non per vanità, ma per la consapevolezza dell’importanza della comunicazione nella leadership carismatica. Accettò di realizzare un documentario sulla sua giornata, intitolato Pastor Angelicus. Possedeva una intera collezione di vocabolari, scriveva da sé a macchina i testi dei suoi discorsi, aveva una fortissima memoria visiva, amava ricevere personaggi popolari per essere vicino ai fedeli anche nel quotidiano, e per la sua biblioteca privata passarono Bartali, Bongiorno, il Quartetto Cetra, Titina de Filippo e molti altri.
(51)In quell’occasione la sorella si rivolse a San Pio da Pietrelcina, perché pregasse per il Papa. Pio, che protesse sempre il Frate Stigmatizzato, guarì immediatamente.
(52) Il summenzionato Pio da Pietrelcina, alla morte di Pio XII, ebbe la visione del pontefice beato in Paradiso.





