
La comparsata di Jorge Mario Bergoglio al Festival di Sanremo è l’ennesima trasformazione del Soglio di Pietro in uno show hollywoodiano da parte del Papa regnante nello Stato del Vaticano che, forse a ragione, alcuni suoi contestatori interni non ritengono essere il successore dell’apostolo, ma semplicemente un politico messo a governare la Santa Sede dal clan Usa dei neocon, dopo aver costretto Benedetto XVI alle dimissioni.
Trasformare il Vicario di Cristo in un seguace di Sanremo è consegnare duemila anni di storia all’inesistenza.
“Sanremo – scriveva qualche tempo fa Paolo Fallai sul Corriere della Sera – si scrive proprio così, tutto attaccato. E non per un vezzo dei sanremesi (o sanremaschi se la loro famiglia ha origine nella località ligure da molte generazioni). Il motivo è molto più semplice: un Santo che si è chiamato Remo non è mai esistito. Arrendetevi. Per la verità – continua Fallai – un santo nella storia di questi luoghi c’è stato, anzi c’è il fondato sospetto che fossero due, e naturalmente non si chiamavano Remo ma Romolo. (Astenersi cultori della storia romana, quella è tutta un’altra vicenda). Dunque un Romolo con una certa fortuna è stato vescovo di Genova intorno al V secolo. Successore di San Siro, le scarne biografie lo indicano come uomo particolarmente pio morto durante una visita pastorale nella città di Villa Matutiæ (che non è altro che l’antico nome di Sanremo). L’altro Romolo, secondo la leggenda, a Villa Matutiæ non solo ci è morto, ma ci ha passato tutta la vita. Per la precisione circa dodici chilometri a nord-ovest dell’attuale Sanremo, ai piedi del monte Bignone, dove si trova una frazione che ancora porta il nome, come omaggio alla grotta che lo avrebbe ospitato”.
Come si arriva da San Romolo a Sanremo ce lo spiega sempre Fallai. “San Romolo (l’uno o l’altro poco importa) – scrive Fallai – è diventato patrono della città ligure nell’XI secolo. «Rœmu» non sarebbe altro che una contrazione dialettale di Romolo da cui deriva San Remo”.
Fallai spiega poi come qualcuno, nel tempo abbia scritto San Remo e altri Sanremo.
A questo punto poco importa. San Remo, come santo, non è mai esistito.
Jorge Mario Bergoglio, con la sua comparsata la Festival, si è associato all’inesistenza.
L’idea che Jorge Mario Bergoglio non sia il Vicario di Cristo, ma il gestore del Vaticano è iniziata a circolare sin dalla sua nomina.
Utilizzo le osservazioni di Andrea Cionci, storico dell’arte, giornalista e autore di “Codice Ratzinger”, per ricordare la questione che ha diviso teologi e esperti di diritto canonico.
«Papa Ratzinger – ha sostenuto Cionci in un’intervista a Franco Battaglia – ha pronunciato la Declaratio in latino dove ci sono due parole chiave: munus e ministerium, che in italiano sono tradotte entrambe con una sola parola: “ministero”. Lui disse: “Sono pervenuto alla certezza che le mie forze non sono più adatte per esercitare il munus Petrino. Sono ben consapevole che questo munus, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando». E oltre: «…per governare la barca di Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo, che in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministerium a me affidato. Per questo dichiaro di rinunciare al ministerium di Vescovo di Roma”».
«Il munus – chiarisce Cionci – è l’investitura divina, mentre il ministerium è il potere pratico che ne consegue: è la differenza che passa tra “essere” Papa e “fare” il Papa. Per l’abdicazione, il canone 332.2 richiede la rinuncia del Papa al munus, mentre Benedetto ha dichiarato di rinunciare al solo ministerium. Ma il Papa può perdere il solo ministerium senza il munus in un solo caso, quello di “sede totalmente impedita” (can. 335), quando Egli è prigioniero, confinato, esiliato, non libero di esprimersi: resta Papa, ma non può fare il Papa. Questo è il perno di tutta l’interpretazione».
Chiede Battaglia; “Ma come può un Papa porsi da solo in sede impedita?”.
«Infatti – sostiene Cionci -, non può. Da qui il geniale escamotage dell’ora romana. Ratzinger dice: “dichiaro di rinunciare al ministerium di modo che dal giorno 28 febbraio, hora vigesima, la sede di San Pietro vacet”. Senonché, secondo l’orario tradizionale pontificio, il conteggio delle ore comincia non dalla mezzanotte, ma dal tramonto e l’hora vigesima coincide con le ore 13 del 1° marzo. Ratzinger sapeva che il bollettino pontificio esce sempre dopo le 12 e prima delle 13, cosicché la convocazione del nuovo conclave sarebbe stata illegittima, perché sarebbe occorsa a Papa né morto né abdicatario. E così accadde. La convocazione, effettivamente occorsa prima dell’hora vigesima, fu così una sorta di colpo di Stato, e Benedetto XVI entrava ufficialmente in sede impedita, perdendo il suo ministerium».
Sottigliezze canoniche che comunque fanno capire che c’è una parte della Chiesa che ritiene Francesco uno che non è Papa e che fa il Papa.
Ovviamente lasciamo ai teologi e agli esperti di diritto canonico di sbrogliare la matassa e guardiamo a Bergoglio per quello che dice e per quello che fa e per come lo fa.
Le sue encicliche sono dei trattati politici in linea con le idee dei neocon Usa e con quelle del Partito democratico a conduzione clintonian-obamiana. Le sue esternazioni sui migranti sembrano semplicemente la riproposizione dell’agenda Soros. Le sue posizioni sulle questioni gender e Lgbt sono, oltre che confuse, distanti da quelle tradizionali della Chiesa. La sua conduzione del papato ha sollevato, non a caso, moltissime critiche da parte dei tradizionalisti.
Ora il quadro internazionale che ha fatto da cornice all’elezione di Bergoglio alla conduzione dello Stato del Vaticano è venuto meno. Il globalismo neocon è fallito. Il piagnisteo sulla salvaguardia del pianeta si sta rivelando per quello che è: una scelta ideologica delle élite della sinistra americana con dietro un pacchetto di miliardi da far fruttare.
E’ venuta meno anche la possibilità di stare con la Cina, visto che gli Usa si stanno posizionando su una direzione di marcia che è conflittuale con il Dragone, non fosse altro che sul piano economico e tecnologico.
La Chiesa cattolica apostolica romana, dopo la cura bergogliana in atto dal 2013, è divisa e frastornata e, secondo alcuni, si starebbe avvicinando a un conclave che potrebbe avere luogo nel 2025, considerando che Papa Francesco ha compiuto 88 anni a dicembre 2024.
La composizione dei cardinali elettori nel 2025, secondo le informazioni disponibili, è la seguente:
Numero totale di cardinali: 253.
Cardinali elettori: 139 (al 1° gennaio 2025).
Cardinali non elettori: 114 (al 1° gennaio 2025).
Nel corso del 2025, 14 cardinali compiranno 80 anni e quindi perderanno il diritto di voto in un futuro conclave. Questo significa che, al termine del 2025, il numero di cardinali elettori scenderà a 125, mentre i non elettori saliranno a 128.
La distribuzione geografica dei cardinali elettori (dati aggiornati al 2024, ma indicativi) può far dare qualche indicazione delle possibili future alleanze:
Europa: 55 porporati elettori.
America Latina: 24 cardinali elettori.
Asia: 24 cardinali elettori.
Africa: 19 cardinali elettori.
Nordamerica: 15 cardinali elettori.
Oceania: 3 cardinali elettori.
Papa Francesco ha creato 21 nuovi cardinali in un concistoro dell’8 dicembre 2024, portando il numero totale di cardinali a 253, con 141 elettori fino a quel momento. Tuttavia, 14 di questi cardinali compiranno 80 anni nel 2025, modificando ulteriormente la composizione. Tra i nuovi cardinali creati, uno non è elettore per via dell’età (Angelo Acerbi, 99 anni). La distribuzione dei cardinali riflette l’intenzione di Papa Francesco di rappresentare l’universalità della Chiesa, includendo cardinali da varie regioni del mondo.
L’aria che tira e che viene colta da vari osservatori è che il Conclave si stia avvicinando rapidamente.
Le manovre sono già iniziate e, poiché la storia insegna che l’elezione di un papa è il frutto di sottili giochi di equilibri geopolitici da sempre, anche in questo caso la geopolitica entrerà di peso nella Cappella Sistina, nonostante l’extra omnes.
Un segnale interessante viene dalla conferma dei cardinali Giovanni Battista Re e Leonardo Sandri rispettivamente come Decano e Vice Decano del Collegio cardinalizio.
Re e Sandri hanno già compiuto 80 anni, il che significa che nessuno dei due entrerà nella Cappella Sistina per eleggere il prossimo pontefice.
All’interno della Cappella Sistina, quindi, sarà il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, a gestire gli affari al posto del Decano.
Non è una cosa da poco avere un uomo, Re, che gestisce il pre-Conclave dall’annuncio ufficiale della Sede Vacante fino all’ “extra omnes!” e che, già ora, con tutta probabilità è all’opera per valutare e guidare gli equilibri in fieri.
I cardinali sono divisi in tre ordini: i cardinali vescovi, il grado più alto nel Collegio cardinalizio; poi i cardinali presbiteri; e i cardinali diaconi. Questa struttura deriva dall’antica struttura della Chiesa di Roma.
Nel 2018, Papa Francesco, rompendo la tradizione, elevò a cardinali vescovi alcuni cardinali non legati alle sedi suburbicarie, condizione necessaria per avere qual titolo. Il Cardinale Leonardo Sandri fu uno dei cardinali cooptati nell’ordine dei vescovi, insieme al Cardinale Pietro Parolin, al Cardinale Marc Ouellet (allora Prefetto della Congregazione per i vescovi) e al Cardinale Fernando Filoni (allora Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli).
Tra gli altri cardinali vescovi ci sono il Cardinale Tarcisio Bertone, il Cardinale José Saraiva Martins, il Cardinale Giovanni Battista Re, che è il Decano, il Cardinale Francis Arinze e il Cardinale Beniamino Stella. Tutti questi cardinali vescovi hanno più di 80 anni. Se Papa Francesco non avesse derogato alla regola si sarebbe trovato ad avere un Conclave senza cardinali vescovi.
Papa Francesco aveva anche riformato la posizione del Decano del Collegio cardinalizio, stabilendo che l’ufficio dovesse durare cinque anni. Eletto dai cardinali vescovi, il Decano ha il compito di presiedere il Conclave per l’elezione del Papa. Il Decano è anche responsabile di comunicare la morte del Papa al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e ai Capi di Stato, rappresentando la Santa Sede durante la Sede Vacante e chiedendo al Papa eletto se accetta l’elezione. Confermando i cardinali Re e Sandri, Papa Francesco ha scavalcato i cardinali, che sarebbero stati chiamati a votare per il nuovo Decano a breve.
Cosa significa?
Alcune ipotesi le troviamo nell’articolo di Andrea Gagliarducci in http://www.mondayvatican.com/vatican/pope-francis-toward-the-conclave
“I cardinali avrebbero potuto scegliere come Decano il Cardinale Pietro Parolin, che è anche un punto di riferimento costante perché dirige la Segreteria di Stato. Sarebbe stata una scelta logica. Parolin sarebbe stato quindi responsabile della celebrazione dei funerali del Papa, della guida delle Congregazioni Generali, cioè delle riunioni pre-Conclave di tutti i cardinali, compresi i non elettori, e poi della gestione del Conclave. Papa Francesco, tuttavia, sembra preferire il cardinal Re”.
Il cardinale Giovan Battista Re, con la sua lunga esperienza in ruoli amministrativi e curiali, rappresenta una figura di continuità con la tradizione. Re ha svolto un ruolo chiave in vari momenti significativi del pontificato di Francesco, mantenendo un equilibrio tra tradizione e le nuove direzioni del papato.
Nato il 30 gennaio 1934 a Borno, in provincia di Brescia, il cardinale Giovan Battista è dal 2020 Decano del Collegio Cardinalizio e ha partecipato ai conclavi del 2005 e del 2013 che hanno eletto rispettivamente i papi Benedetto XVI e Francesco. Ha presieduto le votazioni del conclave del 2013 in qualità di cardinale vescovo anziano, poiché il decano e il vice-decano dell’epoca erano ultraottantenni e quindi non partecipanti.
Il cardinale Re è noto per il suo lungo servizio alla Chiesa, la sua vicinanza ai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e per il suo ruolo attuale nel Collegio Cardinalizio.
Il suo curriculum lo pone come possibile ponte tra tradizionalisti e progressisti.
In una situazione geopoliticamente in rapido mutamento e con l’elezione di Donald Trump alla guida degli Usa, la vicenda trentennale dei neocon è giunta alla fine e con essa giunge alla fine anche una conduzione del Vaticano che ha condotto la Chiesa a trasformarsi in una sorta di entità politica mondialista interpretante l’agenda globalista. Inoltre la posizione filo cinese della Santa Sede ora la spiazza nei confronti di un quadrante internazionale radicalmente mutato.
Che Francesco rimanga Papa fino alla sua dipartita o che decida di dimettersi, la sua vicenda ormai è al crepuscolo e la questione aperta è come si collocherà la Chiesa cattolica apostolica romana nel nuovo quadro geopolitico. Ne consegue che questo futuro collocamento sarà strettamente connesso con la scelta del nuovo Papa. Un altro Papa neocon sarebbe distruttivo per il futuro della Chiesa di Roma.
Rimane in sospeso, ovviamente, la questione di come rimediare ai guai creati dal 2013 ad oggi, soprattutto sotto il profilo teologico, ma questa è questione che rimarrà aperta per non poco tempo.





