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IL LENINISMO NEOCON HA DISTRUTTO IL SOCIALISMO DEMOCRATICO

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Per capire il motivo per il quale chi oggi si dichiara socialista democratico sia di fatto un leninista travestito, funzionale alle logiche elitarie del liberalismo neocon che hanno disastrato l’Occidente negli ultimi trentacinque anni, è necessario fare un passo indietro nella storia del secolo scorso.

In clima di Guerra Fredda, con la Germania divisa in due, la socialdemocrazia tedesca adottò il Programma di Bad Godesberg, principale linea guida dell’Spd dal 1959 al 1989.

Il programma fu notevole soprattutto perché con esso, per la prima volta e quindi segnando una rottura con la linea politica precedente, la SPD abbandonava formalmente l’ideologia marxista.

In particolare l’Spd abbandonava espressamente la finalità di un capovolgimento rivoluzionario della società, consolidando in tal modo formalmente un percorso che aveva già intrapreso dal programma di Erfurt del 1891.

Inoltre la SPD riconosceva l’economia di mercato e si diceva espressione del popolo intero e non dei soli lavoratori.

Il programma di Bad Godesberg è stato sostituito nel 1989 dal programma di Berlino, deliberato il 20 dicembre 1989, dopo la caduta del Muro.

Nello stesso periodo in Svezia il socialismo svedese di Olof Palme si muoveva su una linea simile.

I partiti socialisti, compresi quelli italiani, in maggioranza rimanevano ancorati all’interno delle linee del marxismo leninismo.

Nel 1978 giunge al culmine drammatico il tentativo di avvicinamento del Pci al Governo, in base alla strategia del “compromesso storico”, condivisa da una parte della Democrazia cristiana.

Il 16 marzo avviene il sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse in Italia. Moro sarà poi assassinato il 9 maggio dello stesso anno.

Sulla vicenda Moro si sono versati fiumi d’inchiostro. La sostanza politica della vicenda era ed è che il compromesso storico non si doveva fare perché c’era ancora l’Unione Sovietica e perché il Pci non aveva rinunciato (questa probabilmente la questione di fondo) al superamento del capitalismo. Superamento che era condiviso anche da una parte del mondo cattolico, come dimostra quanto scrive Ugo Finetti a proposito di Zaccagnini, il quale dichiarava che la Dc lavorava per la fuoriuscita dal capitalismo. [1]

Il 27 agosto 1978, su L’Espresso, compare un lungo articolo a firma di Bettino Craxi e di Luciano Pellicani, dal titolo: Il vangelo socialista”.

Articolo che la Cia, essendo presidente il democratico Jimmy Carter, in un’informativa, sostiene essere “la dichiarazione di indipendenza” dei socialisti italiani.

Evidentemente, il segretario del Psi  ha ben capito che per realizzare la possibilità di un intervento socialista riformista in Italia è necessario chiudere ogni rapporto con il marxismo leninismo, ancora vivo anche all’interno di alcune componenti del suo partito.

Il “Vangelo socialista” è pertanto, in Italia, l’equivalente della Bad Godesberg che affossa ogni possibile strategia di compromesso storico con un Pci che mantiene il suo legame con l’idea del superamento del capitalismo.

Scrivono Bettino Craxi e Luciano Pellicani: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali”.

Ed ecco il passaggio fondamentale: “Leninismo e pluralismo sono termini antitetici se prevale il primo muore il secondo. E ciò perché l’essenza specifica, il principio animatore del progetto leninista consiste nella istituzionalizzazione del “comando unico” e della “centralizzazione assoluta”: il che, evidentemente, implica la statizzazione integrale della vita umana individuale e collettiva”.

“La democrazia (liberale o socialista) – continua Craxi – presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di poteri (economici, politici, religiosi, etc.) in concorrenza fra di loro, la cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e totalitario. Di qui la possibilità che la società civile abbia una certa autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi possano fruire di zone protette dall’ingerenza della burocrazia. La società pluralistica inoltre è una società laica nel senso che non c’è alcuna filosofia ufficiale di Stato, alcuna verità obbligatoria. Nella società pluralistica la legge della concorrenza non opera solo nella sfera dell’economia, ma anche in quella politica e in quella delle idee. Il che presuppone che lo Stato è laico solo nella misura in cui non pretende di esercitare, oltre al monopolio della violenza, anche il monopolio della gestione dell’economia e della produzione scientifica. In breve: l’essenza del pluralismo è l’assenza del monopolio”.

“Pertanto – afferma Craxi – se vogliamo procedere verso il pluralismo socialista, dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il socialismo, come ha ricordato Norberto Bobbio, è la democrazia pienamente sviluppata, dunque è il superamento storico del pluralismo liberale e non già il suo annientamento. È la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà e di benessere e di uguaglianza”.

Il 1978 è, per la sinistra, un anno cruciale, in quanto la presa di posizione di Bettino Craxi costringe i socialisti e i comunisti italiani a decidere se procedere verso la socialdemocrazia o se rimanere ancorati al marxismo leninismo, al collettivismo e al superamento del capitalismo.

Nunziante Mastrolia, nell’introduzione al testo di Craxi e di Pellicani ricorda che il capitalismo è parte integrante della Costituzione. L’articolo 41 riconosce e tutela la libera impresa e il 42 riconosce e garantisce la proprietà privata. Da qui, secondo il commentatore del testo craxiano, il persistere della “conventio ad excludendum” nei confronti della sinistra ed in particolare del Pci che, di fronte all’aut aut di Craxi, reagisce arroccandosi.

Berlinguer, che sembrava essersi incamminato verso una prospettiva socialdemocratica, il 17 settembre 1978 al Festiva dell’Unità di Genova sostiene che “la difesa e lo sviluppo della democrazia passano per la lotta per il superamento del capitalismo”.

Già il 2 agosto Berlinguer, in un’intervista a Eugenio Scalfari di Repubblica, aveva ribadito la lezione “vivente e valida che Lenin ci ha lasciato”.

Il Psi di Craxi si avvia ad essere forza di governo a pieno titolo.

Craxi diventa Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1983 al 1987, con due mandati consecutivi.

Per il PCI inizia un calo di consenso, dovuto in parte alla crisi del comunismo internazionale, segnata dall’inizio del declino dell’Unione Sovietica.

Il partito cerca di rinnovarsi e adattarsi al cambiamento, ma nel 1984 muore Enrico Berlinguer.

La fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 portano alla dissoluzione del PCI nel 1991, con la nascita del Partito Democratico della Sinistra (PDS), segnando la fine ufficiale del più grande partito comunista dell’Occidente.

E qui arriviamo all’analisi che giustifica il titolo di questo articolo.

Caduto il muro di Berlino (1989) e finita l’Unione Sovietica (1991) gli USA neocon pensano davvero che gli States siano l’unica potenza mondiale e che non serva più sostenere partiti e governi che garantiscano la barriera ad un’eventuale attacco sovietico all’Europa occidentale.

I neocon sono davvero convinti delle teorie di Francis Fukuyama, il politologo statunitense  noto per essere l’autore del saggio politico “La fine della storia e l’ultimo uomo” pubblicato nel 1992.

Nel saggio, Fukuyama sostiene che la diffusione delle democrazie liberali, del capitalismo e dello stile di vita occidentale in tutto il mondo potrebbe indicare la conclusione dello sviluppo socioculturale dell’umanità e divenire pertanto la forma definitiva di governo nel mondo.

Ci si può, pertanto, sbarazzare dei partiti e dei governi della Guerra Fredda e liberare il campo per nuove forze adatte a sostenere l’idea di un nuovo ordine mondiale.

Nuovo ordine mondiale dietro al quale, però, si nasconde, come un lupo travestito da agnello, l’idea, leninista e fabiana, che le masse devono essere dirette da ristrette élite.

I neocon, che predicano la democrazia liberale, di fatto sono dei leninisti, dei seguaci delle logiche del Lenin del “Che fare?”.

Sconfitta l’Unione sovietica anche i partiti socialisti e comunisti che sono rimasti marxisti-leninisti possono essere associati alla nuova era della fine della storia, in quanto il leninismo è perfettamente funzionale alle logiche neocon di dominio del mondo da parte di una ristretta élite finanziaria globalista.

L’ultimo decennio del secolo scorso vede così realizzarsi il progetto orwelliano dal quale ci stiamo liberando dopo un quarto del nuovo secolo, primo del terzo millennio.

Il 1992 è, da questo punto di vista, un anno cruciale così come lo è stato il 1978.

Nel novembre del 1992 Bush, George Herbert Walker, teorizzatore del Nuovo ordine Mondiale, ricandidatosi alla presidenza degli USA  è sconfitto da Bill Clinton.

Il 1992 è l’anno di Mani Pulite e del Britannia, dove si decise di svendere il Bel Paese.

Per quanto riguarda Mani Pulite, le vicende iniziarono lunedì 17 febbraio 1992, quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese e ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.

Ugo Finetti, in Gli Usa & “Mani pulite”, Edizioni Ares scrive che l’ambasciatore americano a Roma, Peter Secchia, il 17 ottobre 1992 s’infuria nell’apprendere che Antonio Di Pietro, «contrariamente a quello che gli avevamo consigliato», ha reso pubblico l’invito formulato dallo United States Information Service (l’Usis solitamente associato alla Cia). Bettino Craxi – scrive Secchia al Dipartimento di Stato – già sospetta che «gli Usa agiscano dietro le quinte» e il fatto che «Di Pietro ha reso pubblica la notizia dell’invito» rischia di «accreditare una nostra collusione».

“È quindi molto utile – scrive Finetti – il libro in cui lo storico Andrea Spiri ricostruisce, sulla base dei documenti degli Archivi di Washington (Confidential report della diplomazia e rapporti dell’intelligence) recentemente desecretati, come gli americani – Dipartimento di Stato, Ambasciata e Consolato di Milano – abbiano seguito le vicende giudiziarie che nel triennio 1992-1994 travolsero lo scenario politico italiano (Andrea Spiri, The End. 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli archivi segreti americani, Baldini&Castoldi, Milano 2022, pp. 126, euro 18). Emerge che non vi fu alcuna “regìa” statunitense, ma certamente non neutralità. Da Washington a Roma e Milano gli americani seguono con grande favore il crescere delle incriminazioni incoraggiando i vertici della Procura e il “pool”. Personaggio chiave è l’incaricato d’affari dell’Ambasciata, Daniel Serwer, che ne fu anche a capo nella transizione dalla presidenza Bush a quella di Clinton. Egli stesso riassume la posizione di fronte alla caduta dei politici che in passato erano stati a fianco degli Usa contro l’Urss: «Non facemmo nulla per proteggerli. Se durante la Guerra fredda c’era mai stata la tentazione di proteggere qualcuno di questi politici, ormai era scomparsa». Ed è appunto Serwer che assicura Washington sull’affidabilità del protagonista dell’inchiesta: «Conosco Di Pietro da tempo»”.

“Soprattutto – scrive Finetti – colpisce in questa documentazione il continuo rapporto confidenziale dal ’92 al ’94 tra Consolato e Procura di Milano”.

Non è qui il luogo per approfondire la questione del rapporto Mani Pulite Cia, ma un punto è essenziale per capire cosa va accadendo e cosa si sta preparando: gli americani non considerano più negativamente gli ex comunisti.

Riferisce Finetti: “Per Serwer – 7 giugno ’93 – «gli ex comunisti del Pds sono forse gli interlocutori più affidabili in questo frangente politico» e nel marzo ’94, alla vigilia delle elezioni, dall’ambasciata auspicano la vittoria di «un’alleanza di centrosinistra a guida Pds» considerandola «come partner affidabile della Nato», mentre «un esecutivo di centrodestra si caratterizzerebbe per una minore disponibilità a riconoscere la leadership americana».

Ed è qui che la storia si trova davanti un quadretto di famiglia che ho già esposto ieri (https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/politica/21620-crolla-la-dittatura-dei-socialisti-taroccati-da-soros-e-davos.html).

Alla London School of Economics and Political Science (LSE) ha studiato un gruppo di italiani che ritroviamo impegnati nel dopo Mani Pulite, ossia in quella seconda Repubblica nata sull’incenerimento della prima.

Nel quadretto di famiglia troviamo, oltre a Romano Prodi ex Presidente del Consiglio italiano e Presidente della Commissione Europea, che hanno studiato alla LSE:

Giorgio Napolitano, ex Presidente della Repubblica Italiana;

Sergio Mattarella, attuale Presidente della Repubblica Italiana;

Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle;  

Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio italiano;  

Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri italiano;

Massimo D’Alema; ex Presidente del Consiglio italiano;  

Angelo Bagnasco, cardinale della Chiesa Cattolica.

Tutti questi frequentatori dell’università dei fabiani hanno avuto un ruolo di primo piano nei trentacinque anni successivi alla distruzione della prima Repubblica, rasa al suolo con i suoi partiti.

In particolare, come del resto auspicato dall’americano Serwer, hanno avuto un ruolo nell’alleanza di varie correnti che ora si trovano riassunte nel Pd, salvo il fondatore del Movimento Cinque Stelle, che si è dedicato a raccogliere e orientare il dissenso, per poi incanalarlo e dirigerlo secondo metodi apparentemente democratici, di fatto leninisti.

Il PDS, formazione politica italiana sorta nel febbraio 1991 per decisione del 20° Congresso del Partito Comunista Italiano, formato in gran parte da ex militanti del PCI, nel 1994 fu il principale promotore dello schieramento dei progressisti

Alcuni mesi dopo a Occhetto subentrò come segretario Massimo D’Alema, appartenente al quadretto di famiglia.

Il PDS fu tra i promotori della coalizione dell’Ulivo, guidata da Romano Prodi, altro appartenente al quadretto di famiglia.

L’Ulivo vinse le elezioni del 1996 e costituì, con l’appoggio del Partito della rifondazione comunista (PRC), un esecutivo di centrosinistra presieduto dallo stesso Prodi, con il PDS rappresentato in particolare da Giorgio Napolitano ministro degli Interni, altro appartenente al quadretto di famiglia.

Intanto il processo di trasformazione del partito proseguiva, culminando nella costituzione (febbraio 1998) della formazione politica denominata Democratici di sinistra (DS), nella quale confluirono, oltre al PDS, i Laburisti, i Comunisti unitari, i Cristiano-sociali ed esponenti della sinistra repubblicana.

Dopo la crisi del governo Prodi (ottobre 1998), D’Alema fu a capo del governo D’Alema I, in carica in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999. Il governo D’Alema II, immediatamente succeduto al D’Alema I, è rimasto in carica dal 22 dicembre 1999 al 26 aprile 2000.

Sia nel D’Alema I, sia nel D’Alema II troviamo altri due appartenenti al quadretto di famiglia, Sergio Mattarella e Giuliano Amato.

Caduto il governo D’Alema (aprile 2000), i DS sostennero il governo Amato.

Dopo l’esperienza di Uniti nell’Ulivo, la fusione dei DS con la Margherita e altre formazioni minori portò alla nascita del Partito democratico.

E siamo arrivati ai giorni nostri, non senza dover registrare che Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella sono diventati presidenti della Repubblica.

Dell’ammirazione dei fabiani per Lenin abbiamo scritto nel precedente articolo. Ammirazione che non poteva che esserci, in quanto Lenin ha realizzato uno degli assunti fondamentali del fabianesimo, ossia l’elemento elitario.

Alberto Castelli, nel suo saggio: “Il socialismo fabiano di Barbara Wootton”, scrive: “I fabiani condividono l’idea che il governo debba essere posto nelle mani di esperti selezionati in base alle loro abilità tecniche, perché solo così sarà possibile evitare gli sprechi e le ingiustizie tipiche della società capitalista”.

“Accettare la democrazia rappresentativa, per i fabiani- continua Castelli – significa anche escludere radicalmente qualsiasi alternativa che preveda la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione dell’attività economica e politica. Le classi lavoratrici infatti, secondo i membri della Fabian So­ ciety, non possono avere la preparazione per dirigere strutture complesse; la loro funzione, quindi, in ambito democratico, non può che essere quella di respingere o approvare le proposte redatte da esperti. Il vero potere, insomma, deve essere nelle mani di tecnici selezionati da una apposita commissione in base alla loro abilità, senza alcun riguardo alla loro classe di appartenenza o ai loro interessi economici personali; mentre le istituzioni democratiche devono semplicemente svolgere funzioni di controllo”. 

Il fabiano George Douglas Howard Cole ha definito Bernard Shaw, uno dei fondatori della Fabian Society, elitario: «Non si curava di nessun elemento fondamentale per la democrazia». 

Il giudizio di Cole si riferisce alla visione fabiana della necessità di formare la leadership politica attraverso i «migliori cervelli», come affermava lo stesso Shaw nel 1900.

La politica per i fabiani è dominata dai tecnici della riforma sociale, esperti burocrati ed ingegneri sociali: un socialismo attraverso misure statali concepite dagli esperti.

Anche Orwell denuncia l’elitarismo di Shaw e degli altri fabiani, per i quali «il socialismo era una sorta di olio di ricino che un deciso e ben intenzionato ispettore sanitario doveva fare bere con la forza ad una classe operaia riluttante». 

Che differenza c’è tra quanto pensano i fabiani e quanto pensa Lenin?

Scrivono Craxi e Pellicani nel Vangelo socialista: “Lenin comincia col distinguere due forme o gradi di percezione della realtà: la «spontaneità» e la «coscienza»: solo la seconda permette di anti-vedere i fini ultimi della Storia. Successivamente Lenin afferma perentoriamente che gli operai non possono avere il tipo di visione del reale che è proprio della coscienza poiché privi del sapere filosofico e scientifico. Essi, abbandonati alle loro tendenze spontanee, sono condannati a muoversi entro l’ambito delle leggi del sistema. Tutt’ al più possono raggiungere una «coscienza sindacale» dei loro interessi immediati, non già una coscienza politica che può essere prodotta solo al di fuori della loro condizione di classe. E i «portatori esterni» della «giusta coscienza», sono sempre secondo Lenin, gli intellettuali. Ad essi, quindi, spetta il ruolo storico organizzativo e dirigente del movimento operaio. Date queste premesse, ovviamente il soggetto rivoluzionano non può essere la classe operaia bensì il corpo scelto degli intellettuali che si sono consacrati alla rivoluzione comunista. Il pericolo che gli anarchici russi avevano sottolineato con estrema energia e cioè che la classe operaia fosse «colonizzata» dagli intellettuali déclassés che entravano in un movimento socialista quali «tribuni della plebe» diviene con il «Che fare?» una realtà”.

Se osserviamo con attenzione tutta la logica politica dei neocon, questa non è altro che leninismo applicato in chiave fabiana.

È del tutto evidente, a questo punto, che il riformista Craxi andava eliminato, in quanto la sua idea di socialismo collideva con il leninismo neocon, il quale trovava un migliore terreno applicativo in una formazione politica, come l’alleanza che ha dato vita al Pd.

La conseguenza è sotto i nostri occhi, con qualche variante, ossia con l’introduzione nel leninismo neocon dell’altra parte del fabianesimo, il darwinismo sociale e l’eugenetica, che sono argomenti da trattare in altra riflessione.

 

[1] Ugo Finetti, Introduzione a “Il socialismo di Craxi”, citazione: in Bettino Craxi, Il Vangelo socialista, Licosia edizioni

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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