
di Marco Pugliese
Il gioco “sporco” di Berlino (ignorato dalla nostra stampa economica per anni)
La Germania ha giocato (dal 2011) con un regolamento europeo scritto per essere rispettato solo dagli altri. La regola è chiara: l’avanzo commerciale non deve superare il 4-6% del Pil. Ma per oltre un decennio Berlino ha oltrepassato il limite, nel silenzio imbarazzato — o complice — di Bruxelles. Nel 2023, secondo il Fondo Monetario Internazionale, ha toccato il 7,1%. Oltre all’omissione del debito (1000 miliardi) segnalati dalla Corte dei Conti.
Il meccanismo è noto agli economisti: quando un Paese esporta molto più di quanto importa, genera un surplus. Apparentemente un segno di forza. In realtà, se perseguito sistematicamente, un indice di squilibrio. Per ottenerlo, la Germania ha adottato una politica industriale che ha sacrificato la domanda interna: bassi salari, freno ai consumi, contenimento della spesa pubblica. Il tutto per rendere più competitivi i propri prodotti all’estero.
Il prezzo di questa strategia lo hanno pagato gli altri. Mentre Berlino accumulava surplus, i Paesi del Sud Europa — Italia, Spagna, Grecia, Portogallo ad esempio — si ritrovavano con deficit crescenti e venivano richiamati all’ordine con manovre lacrime e sangue. Il paradosso è evidente: chi viola le regole viene premiato, chi le subisce viene punito. Gli Stati Uniti, durante l’amministrazione Trump 2016-2020, avevano più volte accusato Berlino di manipolare il mercato a proprio vantaggio.
La Commissione europea, che avrebbe dovuto intervenire con meccanismi di correzione, ha voltato lo sguardo altrove. E così l’Eurozona ha finito per dividersi in due blocchi: da un lato chi accumula crediti, dall’altro chi colleziona debiti. Un sistema che genera tensioni strutturali, non solo economiche ma politiche. Non è un caso se la fiducia nelle istituzioni europee sia in caduta libera.
Perfino dentro la stessa Germania ora emergono voci critiche. Marcel Fratzscher, presidente dell’istituto economico DIW, ha dichiarato che l’avanzo commerciale non è un segnale di forza, ma di debolezza strutturale: troppo export, poca attenzione al mercato interno, investimenti stagnanti, consumi penalizzati.
La realtà è che Berlino ha fatto dell’export una religione, trasformando l’Europa in un campo di gioco truccato. E ora che la congiuntura si fa difficile, anche la locomotiva tedesca comincia a perdere colpi. Ma le crepe nel modello erano visibili da tempo. Solo che non conveniva vederle.
L’Italia deve prendere coscienza e puntare al Mediterraneo, scrollandosi di dosso la presenza tedesca nel Nord, le aree di questo tipo servono solo alla delocalizzazione di Berlino, non portano a nulla.
Serve una grande operazione d’intelligence economica con fondi dello Stato (e fuori dai dai vincoli Ue) che riporti sotto controllo italiano marchi storici e filiere. Il tutto per potenziare i nostri distretti industriali, poli fondamentali verso il Mediterraneo.
Abbiamo però media che applaudono Berlino…





