
di Paolo Raffone
Il Prof. Edvard Rtveladze dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan ha definito il “cuore della terra” come una naturale realtà che dalla fine del primo millennio a.C. fino al primo millennio d.C. interconnetteva un’immensa area dal Pacifico all’Atlantico – che comprendeva l’impero cinese Han, il regno Kushan, i Parti e l’impero romano, tra gli altri – formando “una cintura continua di civiltà, stati e culture” [1].
Poco meno di 2.000 anni fa, per la prima volta nella storia dell’umanità, i confini di diversi Stati e regni erano immediatamente adiacenti l’uno all’altro lungo ben 11.400 km, da est a ovest. Non c’è da stupirsi che in quel periodo sia nata la favolosa Antica Via della Seta – in realtà un labirinto di strade, la prima arteria transcontinentale. Fu, ciò, la diretta conseguenza di una serie di vortici politici, economici e culturali che coinvolsero i popoli dell’Eurasia. Per la prima volta nella storia, vennero riuniti territori che si estendevano in Asia, Africa ed Europa; ciò portò a un boom di scambi commerciali, culturali ed etnici.
Nel 1949, Karl Jaspers scrisse un importante libro “L’origine e lo scopo della storia” nel quale identificò ampi cambiamenti nel pensiero religioso e filosofico che si sono verificati in una varietà di luoghi da circa l’8 ° al 3 ° secolo a.C. Secondo Jaspers, durante questo periodo, modi di pensiero universalizzanti apparvero in Persia, India, Cina, Levante e mondo greco-romano, in un sorprendente sviluppo parallelo, senza alcuna evidente mescolanza tra queste culture disparate. Jaspers ha identificato pensatori chiave di quest’epoca che hanno avuto una profonda influenza sulle filosofie e sulle religioni future e ha identificato caratteristiche comuni a ciascuna area da cui sono emersi quei pensatori[2].
Realtà e concetti che nei primi quattro secoli del secondo millennio sopravvissero, si pensi alle imprese commerciali di Marco Polo oppure a quelle militari e commerciali di Gengis Khan e del mongolo turchizzato Tamerlano. Invece, il “furore dell’oro” rubato agli Inca ha oscurato per quattro secoli questa realtà e concetti, dirigendo le potenze europee nei mari e negli oceani. Non è un caso che la grande potenza talassocratica “regina dei mari”, vistasi insidiata dall’ascendente ex colonia d’oltre Atlantico divenuta potenza marittima dopo l’acquisto di possedimenti spagnoli (1895), volgesse nuovamente la sua attenzione al “cuore della terra”. Un’attenzione che ravvivava l’odio per Ivan il Terribile che avendo rifiutato il matrimonio con la regina d’Inghilterra – la Virgin Queen Elisabetta I – aveva reso impossibile la saldatura dell’isola con il “cuore della terra”. Non sorprende, quindi, che nel 1904, nell’impero talassocratico già in declino il geografo Halford John Mackinder pubblicò un testo – “The Geographical Pivot of History” – che dichiarava “guerra” al “cuore della terra” (Heartland). Un testo che ha determinato, fino ad oggi, la politica estera e di sicurezza dei paesi anglosassoni contro ‘l’Isola Mondo” che è l’Eurasia sottoposta a conflitti senza fine. La concezione di Mackinder, che si ritrova adottata anche a Washington, si può sintetizzare in tre passaggi chiave: Chi governa l’Europa dell’Est comanda l’Heartland; Chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; Chi governa l’Isola del Mondo comanda il mondo[3].
Nell’accelerazione del XXI secolo dovuta al declino dell’informale impero americano, la storia sta ripercorrendo i passi del millenario “cuore della terra”. Questo, in sintesi, è il cuore del concetto di “cintura” e di “strada” – la Belt and Road Initiative (BRI) – che dal 2013 la Cina sta promuovendo con successo crescente: la “cintura” si riferisce all’Heartland, la “strada” alla Via della Seta marittima. Nelle parole del presidente cinese Xi, la BRI è definita come metodo per facilitare gli “scambi da persona a persona”.
La geografia, del resto, è il destino. L’Asia centrale è stata attraversata da innumerevoli migrazioni di popoli del Vicino Oriente, indoeuropei, indoiraniani e turchi; è stata al centro di forti interazioni interculturali (culture iraniane, indiane, turche, cinesi, ellenistiche); e ha attraversato praticamente tutte le principali religioni (buddismo, zoroastrismo, manicheismo, cristianesimo, islam). L’Organizzazione degli Stati Turchi, guidata dalla Turchia, è addirittura impegnata a ricostruire l’identità turca dell’Heartland, un vettore che si svilupperà parallelamente all’influenza di Cina e Russia.
L’Occidente è ipnotizzato dalle narrative anglosassoni e i paesi culla della civiltà europea hanno ceduto supini al ricatto culturale che si può riassumere così: O siete un “partner” nella demenza delle sanzioni e/o un fronte nella guerra contro la Russia e la Cina, o ci sarà un prezzo da pagare. Un “prezzo” stabilito dai proverbiali psicopatici neocon americani, che hanno catturato la politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti (e quindi anche della NATO), e dai fantocci britannici che dopo la fallimentare “terza via” di blairiana memoria affogano in sogni di gloria che la Brexit e la Global Britain stanno trasformando in incubi della peggiore specie.
Ricordiamo certamente che il 4 febbraio 2022 (venti giorni prima dell’avvio della Operazione Militare Speciale in Ucraina) il presidente russo Putin apparve a fianco del cinese Xi ai giochi olimpici di Pechino. Un incontro che fu seguito da una dichiarazione ufficiale di “amicizia senza limiti” che i fini analisti occidentali hanno letto con le lenti deformanti delle concezioni di Mackinder, rifiutandosi di capire che il “pivot” russo sull’Asia era una deliberata scelta geostrategica, economica, commerciale e culturale. Le narrative occidentali continuano, in modalità astorica, a negare l’esistenza reale dell’Eurasia. Un’Eurasia nella quale la piattaforma BRI della Cina permette a tutti di trovare vantaggi e spazi.
Infatti, la Russia sta evolvendo il proprio percorso. In una recente sessione del Valdai Club si è tenuto un importante dibattito sul Partenariato della Grande Eurasia per quanto riguarda l’interazione tra la Russia e l’Heartland e i vicini Cina, India e Iran[4].
Mosca considera il concetto di Grande Partenariato Eurasiatico come il quadro chiave per raggiungere la tanto desiderata “coesione politica” nello spazio post-sovietico – sotto l’imperativo dell’indivisibilità della sicurezza regionale. Ciò significa, ancora una volta, massima attenzione ai tentativi seriali di provocare rivoluzioni colorate in tutto l’Heartland. Così come a Pechino, anche a Mosca non si fanno illusioni sul fatto che l’Occidente collettivo non farà prigionieri nell’assoggettare l’Asia centrale alla spinta russofoba. Da oltre un anno Washington si rivolge all’Heartland con minacce di sanzioni secondarie e crudi ultimatum.
Quindi, per gli occidentali l’Asia centrale conta solo in termini di guerra ibrida in evoluzione – e non solo – contro il partenariato strategico Russia-Cina. Nessuna favolosa prospettiva di commercio e connettività nell’ambito delle Nuove Vie della Seta; nessun Partenariato della Grande Eurasia; nessun accordo di sicurezza nell’ambito della CSTO; nessun meccanismo di cooperazione economica come l’Unione Economica dell’Eurasia (EAEU). Lo scacco matto all’Occidente collettivo, con la finissima regia diplomatica cinese, è avvenuto con il grande accordo caucasico di cui abbiamo scritto[5].
Mosca è ben consapevole dell’alta posta in gioco. Per esempio, da un anno e mezzo praticamente ogni mese una delegazione russa arriva in Tagikistan per attuare, in pratica, il “pivot to the East”, sviluppando progetti in agricoltura, sanità, istruzione, scienza e turismo.
L’Asia centrale dovrebbe avere un ruolo di primo piano nell’espansione dei BRICS+ – un’idea sostenuta da entrambi i leader dei BRICS, Russia e Cina. L’idea di un BRICS + Asia Centrale è stata seriamente ventilata da Tashkent ad Almaty.
Ciò implicherebbe la creazione di un continuum strategico dalla Russia e dalla Cina all’Asia Centrale, all’Asia Meridionale, all’Asia Occidentale, all’Africa e all’America Latina, che abbracci la logistica del commercio connettivo, dell’energia, della produzione manifatturiera, degli investimenti, delle scoperte tecnologiche e dell’interazione culturale.
Pechino e Mosca, ognuna a modo suo e con le proprie formulazioni, stanno già definendo il quadro di riferimento per la fattibilità di questo ambizioso progetto geoeconomico: l’Heartland torna in azione come protagonista in prima linea della Storia, proprio come quei regni, mercanti e pellegrini di quasi 2.000 anni fa.
Come ha notato il direttore di questo giornale l’urgenza è massima per noi italiani ed europei: “Salvare l’Occidente dal proprio occidente, riportando gli Usa all’Oriente. E’ il compito di oggi della Vecchia Europa”[6].
[1] https://edspace.american.edu/silkroadjournal/wp-content/uploads/sites/984/2017/09/SilkRoad_11_2013_waugharoadlesstaken.pdf
[2] Karl Jaspers, “Origin and Goal of History”, Routledge Revivals, 2011
[3] https://www.thoughtco.com/what-is-mackinders-heartland-theory-4068393
[4] https://valdaiclub.com/events/posts/articles/programme-of-the-third-central-asian-conference-of-the-valdai-discussion-club/
[5] https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/12143-amici-nemici-e-concorrenti-trovano-un-accordo-nel-cucaso.html
[6] http://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/12162-il-declino-di-un-impero-e-unincognita-angosciante.html





