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IL CASO MILANO, UNA RIFLESSIONE

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Le esondazioni della Magistratura, dice un amico, non sono continue: appaiono, poi spariscono, seguono percorsi carsici, poi riappaiono. Bene: ora sono riapparse. Lo leggo con Cerasa.
La vicenda dell’edilizia a Milano, il caso Loro Piana, il ricorso in Cassazione contro Salvini senza passare per la Corte di Appello; ma prima il caso Almasri, e l’Ilva, e l’ENI/Nigeria, e la vicenda Albania, e almeno un’altra dozzina di casi. Invito tutti a guardare al di là della nomenclatura dei casi e della relativa etichettatura: perché quelli indicati dicono della volontà di sostituire a leggi mancanti o insufficienti o imperfette non la domanda di nuove leggi ma i giudizi della magistratura. Che, come indica Cerasa e io concordo, riguardano il confine delle responsabilità aziendali, l’organizzazione delle stesse, i doveri etici delle aziende; ma anche i confini dell’utilizzo del segreto di Stato, delle leve delle politiche industriali, delle leve delle politiche migratorie, delle strategie energetiche, delle risposte all’inquinamento ambientale e tante altre questioni che dovrebbero essere esclusiva della politica e della vita industriale. « …il magistrato, sentendosi investito di pieni poteri, non si limita a individuare i reati da perseguire ma sceglie anche di avere una funzione pedagogica, educativa, a volte persino politica» dice Cerasa. Credo sia fin troppo tiepido. E lo scambio di opinioni con Carlo De Chiara di qualche anno fa lo testimonia.
La capacità con la quale queste uscite fuori confini di potere vengono accettate da un popolo che considera virtù quello che è un vizio, sulla base di una fede del “giusto” che è stata travisata, aizzato al “in galera, in galera”- tranne poi protestare perché le galere sono troppo piene – è pari solo a quella del silenzio susseguente a denunce che dovrebbero invece far interrogare tutti noi sul declino di una civiltà democratica fondata su tre poteri indipendenti ed in equilibrio; e dalla regola che il massimo potere è del popolo e perciò, per la per scelta Costituzionale che delega tale potere, della istituzione eletta.
Ecco. La magistratura non è eletta. E questo viene prima di tutto il resto. I giudici si costruiscono le loro carriere, si perdonano per gli sbagli – tanti – che fanno (31.949 casi complessivi di errori giudiziari e ingiuste detenzioni dal 1991, 7 innocenti ogni giorno privati della libertà, con un costo di quasi un miliardo di euro in risarcimenti pagati non da loro ma da noi tutti), si processano e si assolvono, quasi mai si condannano (dal 2018 al 2024 con 4920 persone finite in carcere per errore solo 9 magistrati sono stati sanzionati).
Non intendo proporre alcuno scandalo sui princìpi: la magistratura deve – deve – essere indipendente e dunque sono giuste queste regole che li costituiscono in un aggregato di potere che si deve autoregolamentare. Sui numeri però la critica non può tacere. E la logica democratica non può accettare che questo aggregato, giustamente autoreferenziale, definisca linee, comportamenti, atteggiamenti, politiche che sono esclusivo terreno di esercizio della democrazia delegata. Delegata non a loro. Che assumono decisioni che non si possono poi sottoporre al giudizio del popolo, come avviene per quelle della politica. Questo è il discrimine.
Dopo la vicenda Mani Pulite e le “rivelazioni/confessioni” di tanti personaggi di altissimo livello e dopo il caso Palamara che ha scoperchiato una pentola non proprio di profumi, era necessario che si desse un segnale forte e tale da far capire a quelle correnti, interne alla magistratura ed al CSM, che professano senza peli sulla lingua il loro diritto e compito di fare politica, che era giunto il momento di uno stop. Mattarella avrebbe dovuto chiedere un atto di chiarezza proprio al CSM: non lo ha fatto. E’ il parere, da me condiviso, di molti ed anche di Gratteri. Il rischio è che si indebolisca proprio la funzione essenziale della magistratura: il messaggio di voler tutelare una corporazione e le sue poltrone aleggia non solo in alcuni ambienti. La fiducia nella magistratura è solo nel 45% degli italiani. Oltre il 50% parla di attività a fini politici.
La contrarietà ad ogni iniziativa di cambio di rotta sinora è stata così “motivata”: Berlusconi (a suo tempo), e gli affaristi, e la destra, e il malaffare chiedono qualcosa che fa comodo a loro ma non è giusta. Ora arriva l’intervista di Flick . E qualche alibi salta.
Ma io sono sicuro che sono al lavoro spalatori di sabbia: hanno una grande esperienza nel loro lavoro. A Cerasa, che seguo con attenzione, la mia solidarietà. Sta facendo, assieme ad altri coraggiosi, un grande lavoro. Temo, purtroppo, inutile.

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  • Redazione

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