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SPIRITUALITA’ E ARCHITETTURA

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L’uomo ha sempre cercato luoghi privilegiati dove sembrerebbe più facile parlare con gli dèi. Ne sono esempi eloquenti, i remotissimi culti che si svolgevano nelle grotte più profonde o in vetta alle montagne, davanti ad una sorgente o una radura, nel folto dei boschi, ai piedi di un albero o di fronte ad una roccia.

In quei centri “di spiritualità”, di energie benefiche, sono stati innalzati templi, chiese, santuari, conventi o eremi; si pensi soltanto a quelli medievali di Montserrat in Catalogna, di Monte Sant’Angelo nel Gargano, di Santiago di Compostela in Galizia. I costruttori di santuari, di cattedrali o quei pellegrini che lasciarono nelle pietre sacre i loro segni di riconoscimento, non erano mossi soltanto da devozione: il fine ultimo era la creazione di uno strumento che potesse risvegliare la spiritualità umana contribuendo in tal modo all’evoluzione delle potenze superiori della mente.

Per riuscire, era necessario però, che gli edifici di culto fossero costruiti nel luogo preciso e nella maniera giusta; il modo di tagliare la pietra e di edificare, la scelta dei soggetti per le sculture o la disposizione della pianta, non venivano dettati dalla moda del momento, bensì erano simboli; ed il segreto del mestiere era gelosamente custodito dagli stessi lavoratori ai quali era stato svelato dai Maestri dopo anni di apprendistato.

Già nell’antico Regno di Egitto, i costruttori e gli artigiani si raggruppavano in una sorta di corporazione chiamata perdejt, ovvero l’Eterno Regno: al vertice vi erano gli architetti e i capomastri che avevano dignità quasi uguale al Faraone, potendo erigere i propri sepolcri a fianco della sepoltura regale. Si credeva che traessero le conoscenze del mestiere, da un mondo soprannaturale e infatti, nella tomba di un architetto è stato trovato il seguente inno: Io afferro il regolo/ impugno il ligneo martello e il filo/ e insieme con la dea della Saggezza[1], stabilisco gli angoli del tempio”.

Questa divinità egizia della Saggezza, potrebbe corrispondere all’Atena greca ispiratrice e protettrice delle comunità di mestiere che riunivano scultori, edili e artigiani; come pure alla Minerva romana, patrona del Collegium Fabrorum[2], sorto nel II secolo della nostra era.

Nell’antica Roma, le corporazioni di artigiani contribuirono in larga misura allo sviluppo della vita culturale e sociale, specie nell’età imperiale. Addirittura, il più antico istituto sacerdotale della città, il famoso Collegium pontificium, derivava da una arcaica corporazione che aveva il compito di assicurare le comunicazioni fra le due sponde del fiume sacro. Infatti, pontifex deriva da pons, is (ponte) e facere (fare) e dunque è “colui che fa il ponte”: al Pontefice Massimo (assunse questa investitura anche Cesare Augusto), spettava l’obbligo di tendere un ponte fra l’uomo e il divino.

Nel medioevo, apparvero in Europa alcune corporazioni sul modello di quelle romane; erano chiamate maestranze giurande o corpi di mestiere che sottoponevano i propri aderenti a una disciplina collettiva; erano divisi in “apprendisti” e “compagni” ed erano iniziati dai “Maestri”, padroni dei segreti del mestiere e di quelle conoscenze tradizionali che venivano tramandate poi nelle loro opere.

Più tardi in Francia apparvero i ”Compagnonnages”, ossia le corporazioni dei compagnons, ancora oggi operanti. Nei loro statuti vi è l’obbligo delle feste commemorative e l’assistenza reciproca dei membri; sono anch’essi divisi in tre ordini gerarchici e il senso del dovere e una rigida disciplina, assicura la qualità dei lavori. Si chiamavano anche “figli del Mastro Jacques”, forse quel leggendario Jaquiram mastro cantiere nel tempo di Salomone che, lasciata la Giudea, sarebbe arrivato in Francia vivendo come eremita alla Sainte Baume, ancora oggi centro di pellegrinaggio, passaggio quasi obbligato per coloro che vogliono percorrere uno dei cammini francesi che portano a Compostela, dove secondo la tradizione è sepolto l’apostolo Santiago o Jaques o Jago o Jaquim, ovvero il Saggio, il Maestro.

Gli architetti, i capomastri, gli edili, gli artigiani della pietra dediti nel medioevo europeo alla costruzione dei luoghi di culto, erano numerosissimi; si calcola che vi sia stata una chiesa ogni 200 abitanti: chiese, per la maggior parte monumentali, per le quali si erano impiegate tonnellate di pietre e migliaia di lavoratori specializzati.

Ed è solo verso la metà del XII secolo che Ugo di San Vittore, divide l’architettura in due rami: la massoneria o cementaria a cui appartenevano il latomus o tagliatore di pietre, colui che le dava la forma, e i massoni o cementarios, ovvero i muratoti che le collocavano in sito, la carpentaria a cui erano affiliate le categorie del carpentarius o falegname, e del tignarius o ebanista.

Accanto ai cantieri, sorgevano le logge dove i lavoratori si riunivano per discutere di lavoro, mangiare e persino dormire[3]. La loggia era anche il posto dove avvenivano i riti di iniziazione dei nuovi operai, ammessi solo se considerati uomini di buoni costumi; insieme con le tecniche costruttive, si imparavano le buone usanze, un modo di parlare appropriato o argot[4], i simboli che poi intagliati o scolpiti nella pietra li avrebbero affratellati dappertutto e certi graffiti o segni individuali che costituivano vere e proprie firme personali nei loro lavori. Allora l’operaio era qualcosa di più di un semplice lavoratore; attraverso il proprio lavoro, imparava una forma di vita.

I due Giovanni, l’Evangelista e il Battezzatore, e i Quattro Santi Coronati, erano i patroni dei compagni costruttori, per i quali edificare significava anche elaborare un progetto di redenzione. Nelle maestranze, tutti erano fratelli, non vi erano distinzioni fra artisti e artigiani, fra architetti e muratori; l’unica divisione era dovuta al grado di iniziazione.

Per conoscersi tra loro nonostante la diversità di idiomi, usavano un linguaggio comune, quello dei simboli, ossia incisioni, bassorilievi, che agli occhi profani sono semplicemente ornamenti. “ Là dove costruirete grandi edifici fate i segni di riconoscimenti”, era una delle regole dei Templari, che erano diventati custodi dei luoghi sacri e protettori dei liberi muratori, ovvero di quella mano d’opera fluttuante che percorreva una cristianità senza frontiere, costruendo monasteri, basiliche, santuari, cattedrali, conventi, ispirati a quella Cupola della Roccia che gli arabi avevano edificato nello stesso luogo dove era sorto il Tempio di Gerosolimitano: quel Tempio costruito dal primo libero muratore della storia: Hiram-Abif[5], da cui secondo la leggenda discendono tutti gli altri.

 

[1] Ma’at

[2] In una area marmorea dedicata a Minerva dai sacerdoti del Collegium fabrorum, sono raffigurati gli attrezzi del mestiere: mazze, picconi, seghe, scalpelli e anche gli arredi chirurgici come il copricapo dei flamines, i sacerdoti, e una specie di tromba etrusca usata nelle cerimonie religiose, nonché il coltello per i sacrifici.

[3] Anche Antoni Gaudi, l’ultimo costruttore di cattedrali, aveva costruito una loggia accanto al Tempio della Sagrada Familia mentre vi lavorava.

[4] Lo stesso termine “gotico”, proviene forse da argotico che era la lingua che utilizzavano coloro che facevano uno stesso mestiere: sinonimo di linguaggio ermetico, segreto, alchemico, massonico. Cosa, quindi, che non ha nulla a che vedere con questo antico popolo germanico.

[5] Ossia, Mastro Jacquiram, ovvero ancora, San Giacomo.

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  • Redazione

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