
Ai partecipanti al terzo incontro di Iglesias Hospital de Campaña, Jorge Mario Bergoglio ha detto che a lui “fanno bene gli aneddoti di persone povere in Spagna, nel Sud Italia, che annunciano Cristo in mezzo all’immigrazione musulmana”.
Ha poi aggiunto: “Ringraziamo il fatto che arrivino i migranti. Credo che l’età media in Italia sia di 46 anni. Non hanno figli. Oh, si, hanno tutti un cane o un gatto, ma non hanno figli. E arrivano gli immigrati e, in un certo senso, sono i figli che non vogliamo avere”.
Tutte le volte che sento il ritornello di Jorge Mario Bergoglio sui migranti, mi viene in mente quell’oceano argentino che fu il cimitero dei desaparecidos di Joerge Rafael Videla e mi chiedo com’è che Jorge Mario Bergoglio, che ha fatto il giro del mondo, in Argentina, la sua patria, non torna mai? Forse le madri di Plaza del Mayo avrebbero qualcosa da dire.
La chiave di comprensione, come ho già ricordato, sta nel suo essere peronista, come è ben chiarito nel libro “Il papa dittatore” di Marcantonio Colonna, pseudonimco di Henry J. A. Sire del Sovrano Ordine Militare di Malta.
Quando Peron prese il potere in Argentina, scrive Henry J. A. Sire, “tra i suoi seguaci c’era il giovane Jorge Bergoglio, e il tempo avrebbe mostrato quanto dello stile del maestro sarebbe stato fatto proprio dal discepolo”.
Per far capire come ragiona Bergoglio, Henry J. A. Sire, scrive: “Si narra la storia che Perón, nei suoi giorni di gloria, un giorno abbia proposto a un nipote di iniziarlo ai misteri della politica. Dapprima ha portato con sé il giovane quando ha ricevuto una delegazione di comunisti; dopo aver ascoltato le loro idee, ha detto loro: “Avete ragione”. Il giorno dopo ha ricevuto una delegazione di fascisti e ha risposto di nuovo alle loro argomentazioni: “Avete ragione”. Poi ha chiesto a suo nipote cosa pensasse e il giovane ha detto: “Hai parlato con due gruppi con opinioni diametralmente opposte e hai detto ad entrambi che sei d’accordo con loro. Questo è completamente inaccettabile”. Perón ha risposto: “Anche tu hai ragione”. Tale aneddoto è la spiegazione del motivo per cui nessuno può sperare di capire Papa Francesco se non comprende la tradizione della politica argentina, un fenomeno al di fuori dell’esperienza del resto del mondo; la Chiesa è stata colta di sorpresa da Francesco perché non possedeva la chiave per comprenderlo: egli è la trasposizione ecclesiastica di Juan Perón. Coloro che cercano di interpretarlo in altro modo non dispongono dell’unico criterio valido”.
A questo punto si comprende anche quello che Henry J. A. Sire chiama “il grande enigma” della conversione di Bergoglio alle logiche della parte liberale della Chiesa, e in particolare di quelle il gruppo di San Gallo, che lo ha trasformato nel suo uomo guida.
Il legame di Bergoglio era con l’ala destra del Peronismo. “Nel 1971 – scrive Henry J. A. Sire – è stato nominato Maestro dei Novizi della provincia argentina e ha saputo coniugare questo incarico al sostegno della Guardia de Hierro (Guardia di Ferro), che a quel tempo era impegnata per il ritorno di Perón dall’esilio. Austen Ivereigh [il suo biografo ufficiale, ndr] descrive questo coinvolgimento eufemisticamente come “sostegno spirituale” al movimento; esso era in realtà molto di più ed è rivelante degli interessi politici che dovevano distinguere Bergoglio per tutta la sua vita. Per tutte le norme, era un modo insolito per un maestro dei novizi di un ordine religioso di trascorrere il suo tempo libero”.
“Il suo modo di trattare con la travagliata Università del Salvador – aggiunge Henry J. A. Sire – è stato indicativo: l’ha consegnata ad alcuni suoi compagni della Guardia di Ferro peronista”.
Chi era la Guardia de Hierro? La fotocopia argentina di quella del nazista Codreanu.
Corneliu Zelea Codreanu è stato un politico ultranazionalista e antisemita romeno.
Simpatizzante del fascismo italiano e del nazismo tedesco, fu fondatore e capo carismatico del Movimento Legionario, dal 1930 conosciuto anche con il nome di Guardia di Ferro, organizzazione ultranzionalista e fascista.
Jorge Mario Bergoglio, pertanto, era un uomo di destra, con simpatie nei confronti della Guardia de Hierro.
Quando il Generale dei Gesuiti dal 1965 al 1983 fu il padre spagnolo Pedro Arrupe, che seguiva la tendenza di interpretazione del Concilio Vaticano II in chiave di liberalismo estremo, abbracciando l’ideologia, ispirata dal Marxismo, detta della teologi della liberazione, Bergoglio rifiutò la scuola marxista che si era impossessata della Compagnia in gran parte dell’America Latina.
“C’è stato un motivo ben preciso per questo – spiega Henry J. A. Sire -: Bergoglio stesso era un uomo del popolo, e in America Latina “la teologia della liberazione” era un movimento di intellettuali delle classi superiori, la controparte del pensiero radical chic che aveva portato la borghesia in Europa ad adorare Sartre e Marcuse. Per questi atteggiamenti Bergoglio non aveva simpatia; anche se non si era ancora identificato esplicitamente con la “teologia del popolo”, sorta in concorrenza diretta con la scuola marxista, il suo istinto lo ha fatto seguire la linea populista del peronismo, che, nonostante il cinismo del suo creatore, era maggiormente in contatto con la vera classe lavoratrice e la classe medio-bassa”.
Cosa ha fatto sì che Jorge Mario Bergoglio sia diventato il candidato della Mafia di San Gallo, ossia del gruppo dei cardinali liberal progressisti capitanati dal gesuita cardinal Maria Martini?
Henry J. A. Sire lo spiega molto bene riferendosi al retroterra peronista: “Perón, come Presidente, non ha avuto alcuna esitazione a spostarsi dalla destra all’estrema sinistra se la sua smania di potere lo richiedeva, e agli inizi del ventunesimo secolo c’erano tutte le condizioni nella Chiesa per far sembrare tale cambio di rotta una mossa intelligente. Papa Giovanni Paolo II era in declino; c’era l’opinione diffusa che il prossimo Papa sarebbe stato un liberale”.
Un episodio è emblematico del trasformismo peronista di Bergoglio.
“Il cardinale Bergoglio – scrive Henry J. A. Sire – si è presentato per la prima volta davanti a un pubblico internazionale per un avvenimento casuale della storia. Nell’ottobre 2001 prese parte al Sinodo dei Vescovi a Roma, indetto per discutere il tema del ruolo dei vescovi nella Chiesa. Bergoglio era incaricato di assistere il Cardinale Egan di New York, che doveva consegnare la relatio o sintesi alla fine dell’incontro durato una settimana. Ma Egan era stato chiamato a partecipare ad una funzione commemorativa per le vittime dell’attacco dell’11 settembre, poche settimane prima, e il compito inaspettatamente cadde sul cardinale Bergoglio. Il suo discorso lasciò una forte impressione sui vescovi. Austen Ivereigh sottolinea la sua importanza nel creare la reputazione di Bergoglio e si prodiga in elogi: “Quello che ha detto era conciso ed elegante e ha ottenuto il consenso di tutti …. All’interno della sala, Bergoglio ha ricevuto molte lodi per il modo in cui ha saputo rispecchiare le preoccupazioni dei vescovi senza provocare dissidi. ‘Quello che la gente ha ammirato in lui è stato il suo modo di preservare le cose più importanti del dibattito del sinodo, nonostante le limitazioni della struttura e del metodo’, ricorda l’amico di Bergoglio da molto tempo a Roma, il professor Guzmán Carriquiry”. Quello che non è stato detto è che il discorso del cardinale Bergoglio era stato scritto per lui, dall’inizio alla fine, dal sacerdote argentino monsignor Daniel Emilio Estivill, membro della segreteria del Sinodo. […]. Il Sinodo dei Vescovi ha aiutato il cardinale Bergoglio a farsi conoscere a molte personalità della Chiesa, tra cui il Cardinale Martini, che lo aveva incontrato per la prima volta alla Congregazione Generale dei Gesuiti del 1973. Martini, arcivescovo cardinale di Milano, era il rappresentante più importante dell’ala liberale della Chiesa, con buone possibilità di diventare il prossimo Papa, a parte lo svantaggio della sua età. Per Bergoglio era una strategia che non costava nulla, presentarsi come alleato di quella fazione. Egli ha così beneficiato del prestigio goduto presso i liberali dalla Chiesa latinoamericana a causa della sua “teologia della liberazione”, anche se non era mai stata la linea propria di Bergoglio”.
Bergoglio, il peronista di destra, diventa l’uomo della Mafia di San Gallo, il gruppo di cardinali progressisti che intendeva portare la Chiesa laddove, guarda caso, l’ha portata Bergoglio diventato Francesco: al relativismo cosmopolita e globalista.
Francesco rimane un peronista, capace di stare a destra e a sinistra indifferentemente e anche di dare ragione a chi gli dice che la sua è una posizione inaccettabile.
Bergoglio può difendere i migranti, secondo le linee del capitalismo tecno-finanziario, può scrivere un’enciclica che è un manifesto green e climat change, in perfetto accordo con il capitalismo tecno-finanziario, può abbracciare i poveri del mondo nei suoi viaggi colorati e dire che stima i cinesi che schiavizzano gli Uiguri.
Contraddizioni? Nessuna. Peron docet.
Il fatto è che le sue teorie hanno dato corpo all’epicentro di un cosmopolitismo fintamente umanitario del quale si avvalgono i vari teorici della difesa dei migranti, delle patrie senza confini, del green, del clima change, e via discorrendo.
Il Vaticano, da sede del Soglio di Pietro, è diventato così l’epicentro pseudo-religioso del globalismo finanziario. Non a caso, concludendo un percorso, Bergoglio ha potuto dire che tutte le religioni portano a Dio e sono come lingue diverse.
Da tempo Jorge Mario Bergoglio è il massimo assertore delle frontiere aperte e dell’accoglienza senza limiti. Da tempo le diocesi italiane finanziano le Ong che vanno in mare a raccogliere i migranti.
Da tempo il Vaticano si è trasformato in una dependance del globalismo finanziario.
Il Sole 24 Ore del 16 gennaio riportava la notizia dell’incontro avvenuto tra Papa Francesco e Lynn Forester de Rothschild fondatrice del Council for Inclusive Capitalism. L’autorevole Signora, moglie di Sir Evelyn de Rothschild, conobbe il futuro marito presso il Bilderberg presentata da Henry Kissinger.
Capitalismo inclusivo? Sì, nel senso che il capitalismo include la ricchezza e lascia agli altri la povertà. Ma che importa. Bergoglio su questo piccolo particolare sorvola.
Cosa sia il capitalismo inclusivo lo si capisce se si fa mente locale a quando Bergoglio ha incontrato, nel novembre 2019, i partecipanti al Fortune-Time Global Forum e ha sottolineato la necessità di creare modelli economici più inclusivi ed equi al fine di consentire ad ogni persona di aver parte delle risorse di questo mondo e di poter realizzare le proprie potenzialità.
E’ stato così creato un Consiglio per recepire le affermazioni di Papa Francesco per superare un modello di economia di esclusione e per ridurre il divario che separa la maggior parte delle persone dalla ricchezza di cui godono pochi.
Il Consiglio, denominato “Inclusive Capital Partners”, il cui presidente è l’indiano Ajay Banga, ex presidente di Mastercard, si compone ora di 27 membri che si definiscono “Guardiani” e l’8 dicembre 2020, il giorno dell’Immacolata, hanno annunciato una nuova partnership con il Vaticano affermando che agiscono sotto la guida morale di Papa Francesco “per unire gli imperativi morali e di mercato al fine di riformare il capitalismo in una potente forza per il bene dell’umanità”.
Lynn Forester de Rothschild, fondatrice e managing partner del Consiglio, in un comunicato ha affermato che “il capitalismo ha creato un’enorme prosperità globale, ma ha anche lasciato troppe persone indietro, portato al degrado del nostro pianeta e non è ampiamente considerato attendibile dalla società”.
Sul sito web il Consiglio assicura che “seguirà l’esortazione di Papa Francesco di ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri e, per farlo, i membri sono guidati da un approccio che fornisce pari opportunità per tutte le persone… equità tra le generazioni in modo che una generazione non sovraccarichi il pianeta o realizzi benefici a breve termine che comportano costi a lungo termine a scapito delle generazioni future. Correttezza inoltre nei confronti di coloro nella società le cui circostanze impediscono loro di partecipare pienamente all’economia”.
Parole dette da 27 leader rappresentanti di banche, multinazionali, associazioni sul clima, finanza di tutto il mondo che vantano oltre 2,1 trilioni di capitalizzazione e 200 milioni di lavoratori.
I poveri sono affidati ad un consiglio di ricchi denominato “Inclusive Capital Partners”.
La beffa del secolo. Sono gli stessi del tecno-capitalismo finanziario che ha prodotto il globalismo, la delocalizzazione, il green, il woke, la cancel culture.

Ora è del tutto lecito chiedersi come fa Bergoglio a dire che sta con i poveri e con i migranti e fare alleanze con i rappresentanti della finanza internazionale.
L’epicentro di quanto avviene in Italia sulla questione dei migranti, che vede una parte della magistratura, quella politicizzata, ostacolare le politiche del Governo, ormai oggetto di interesse e di possibile imitazione da parte di mezza Europa, è il Vaticano, che dà la linea all’esercito dei papisti.
Un altro epicentro è l’Emilia Romagna ex rossa, dove la linea la dà il cardinale Matteo Zuppi (il parroco del Pd), sempre più papista e democristiana di sinistra, dove, guarda caso, a Bologna si levano i lamenti dell’Anm contro tutti coloro che non sono d’accordo con la linea di chi vuole le frontiere aperte.
E’ a Bologna che arrivano le lettere di Romano Prodi, che ci ricorda dalla Cina di Xi che chiunque vinca in America, avrà gli Usa come nemici.
Romano Prodi è l’erede di Giovanni Marcora (finanza bianca) e di Vittorino Colombo, quello che stimava la Cina e l’Urss. C’è una linea di continuità nella sinistra democristiana che non lascia spazio a dubbi.
In questo contesto gli ex comunisti della Ditta o pettinano le bambole, o si dedicano ai profumi, o si smarcano, come ha fatto per interposta persona Massimo D’Alema, l’unico leader della ex sinistra che ancora sappia come stanno le cose.
E in Emilia Romagna, in quel di Ferrara, che si è preparato il dossier contro la polizia italiana poi rilanciato dal Consiglio d’Europa, organismo finanziato da George Soros e da non confondere con il Consiglio Europeo.
Dobbiamo a Leonardo Panetta la notizia, ripresa dalla Nuova Ferrara.

In Emilia Romagna, a Reggio Emilia, sono nate le BR dall’azione dei dissidenti della FGCI (l’Appartamento), come ha raccontato per filo e per segno Alberto Franceschini in un libro intervista con Fasanella e Reggio Emilia è stato uno dei teatri dei maggiori e più efferati delitti perpetrati da chi ha proseguito la resistenza (quella con la r minuscola, fatta di vendette) in chiave terroristica e delinquenziale.
«Nel Reggiano – scrive Pansa – la tarda estate del 1945 vide l’inizio di una serie di delitti che non avevano alcun rapporto con la resa dei conti dopo la sconfitta del fascismo. Erano azioni mirate, contro avversari politici o di classe. Agguati selettivi, diremmo oggi, che anche a me ricordano […] quello che sarebbe accaduto trent’anni dopo, con le Brigate rosse».
Le azioni non furono denunciate, isolate, ma coperte e tollerate anche dal Partito comunista.
“Il potere – scrive Pansa – era quello dei comunisti reggiani e di una parte del loro gruppo dirigente. Lungo mesi e mesi, furono loro gli arbitri della vita e della morte per molta gente. Con un bilancio finale disastroso dal punto di vista politico, tanto da richiedere l’intervento sul posto di Togliatti”.
Nel triangolo della morte modenese i delitti efferati furono molti, coperti, tollerati, per condivisione o per paura. «Infine – scrive Pansa – arrivò l’epoca dei processi. Fioccarono molte condanne. Al giudizio più importante, iniziato l’8 marzo 1951 alla Corte d’assise di Modena, gli imputati presenti erano ventitré. Mancavano alcuni pezzi grossi della banda, fuggiti nell’Europa orientale, di certo con l’aiuto del Pci: in Cecoslovacchia o in Jugoslavia».
L’Emilia Romagna è la patria di Benito Mussolini.
«In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti»: la frase attribuita a Winston Churchill fotografa con la forza del sarcasmo la condizione di un paese che nel 1940 è entrato in guerra inneggiando all’aggressività fascista e tre anni dopo se ne è prontamente dimenticato.
Nel suo libro sul fenomeno del voltagabbanismo italico, Gianni Oliva (45 milioni di antifascisti, Mondadori) afferma che dopo la Conferenza di Pace di Parigi del 1946, tutte le responsabilità della disfatta vengono attribuite esclusivamente a Mussolini, ai gerarchi e a Vittorio Emanuele III. Una volta eliminati i primi a Dongo e in piazzale Loreto ed esautorata la monarchia con il referendum del 2 giugno, l’Italia può riacquistare la sua presunta integrità politica e morale usando la Resistenza, opera di una minoranza, come alibi per assolversi dalle responsabilità del Ventennio.
Quando i perdenti salgono sul carro dei vincitori la memoria storica viene spazzata via e ha inizio una nuova stagione. Per eliminare una classe dirigente bisogna però averne un’altra a disposizione: come defascistizzare tutto e tutti se in quegli anni pressoché tutto e tutti erano stati fascisti?
La rottura con il passato si rivela così un brusco e disarmante riciclo senza pudore di uomini, di strutture e di apparati: come nel caso eclatante di Gaetano Azzariti che, da presidente del Tribunale della Razza, massimo organismo dell’aberrazione razziale, diventa vent’anni dopo presidente della Corte costituzionale, massimo organismo di garanzia della democrazia, senza che nessuno gli abbia chiesto di ritrattare, né il monarchico Badoglio, né il comunista Togliatti, né il democristiano Gronchi.
Non va dimenticata, a tal proposito, l’amnistia del Ministro di Grazie a Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti.
Non è, a questo punto, difficile capire come il trasformismo italiota, che ha consentito agli ex comunisti e agli ex socialisti di sposare le tesi del capitalismo finanziario e dell’ideologia woke senza batter ciglio, possa comprendere perfettamente il trasformismo gesuitico di Jorge Mario Bergoglio.
Da antifascisti a papisti il tragitto è breve, tanti chilometri quanti ne passano tra Roma e Bologna.





