L’Italia emette ordini di allontanamento che però non vengono eseguiti
I decreti di espulsione non proteggono dai machete. Sono inutili. Di nuovo a Milano è stato roteato un machete alla stazione Centrale. Perché in Italia si firmano ordini di allontanamento che nessuno esegue.
Si lasciano scadere permessi di soggiorno che nessuno revoca, si archiviano precedenti penali che nessuno incrocia con i controlli di frontiera.
Poi si contano i feriti. Oppure i morti. Il meccanismo è sempre lo stesso: lo Stato produce carta, la carta resta nei cassetti e i machete escono dagli zaini.
Poche ore fa in stazione a Milano, un trentenne gambiano con precedenti per droga, danneggiamento e atti persecutori, titolare di un permesso di soggiorno per lavoro scaduto, ha estratto il machete dallo zaino.
Questa la notizia. Ma manca la cosa essenziale: quell’uomo era già noto. Aveva già precedenti. Il suo permesso era già scaduto. Lo Stato sapeva e non ha fatto nulla. Qualcuno vuole spiegare perché?
Era già successo. Stessa città, stessa arma, stesso profilo. Undici anni fa, un diciannovenne salvadoregno della gang MS13 mozzò quasi di netto il braccio sinistro al capotreno Carlo Di Napoli con un machete. Di nuovo il permesso di soggiorno scaduto. Undici anni e non è cambiato nulla.
Il 5 gennaio 2026, a Bologna, il meccanismo ha prodotto un morto. Alessandro Ambrosio, capotreno di Trenitalia, accoltellato alla schiena nel parcheggio della stazione.
Il suo assassino, Marin Jelenic, croato, 36 anni, senza fissa dimora, con precedenti specifici per porto di coltelli, aveva ricevuto un ordine di allontanamento dall’Italia datato 3 gennaio. Due giorni prima.
Lo Stato gli aveva ordinato di andarsene il sabato. Il lunedì Ambrosio era morto. Il 13 maggio scorso è iniziato il processo: Jelenic si è presentato in aula con il sorriso. La Corte d’Assise ha rigettato la perizia psichiatrica: lucido e partecipe. E meno male!
Un uomo che doveva essere fuori dall’Italia da 130 giorni sedeva in un tribunale italiano, accusato di un omicidio che lo Stato aveva tutti gli strumenti per impedire.
Chi risponde alla famiglia di Ambrosio? Chi risponde al padre, ferroviere come lui, che ha cresciuto un figlio sui binari e se l’è visto restituire in una bara?
Tre episodi, tre permessi scaduti o ordini inevasi. Non è una coincidenza. È una catena causale che parte dalla stessa origine: un apparato che emette provvedimenti ma non li esegue.
Nel primo trimestre 2026, secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture, le aggressioni al personale Trenitalia sono calate del 57 per cento grazie alla militarizzazione dei varchi e al rafforzamento di FS Security. Bene.
Ma il gambiano con il machete non ha aggredito un ferroviere: ha superato i varchi e terrorizzato i passeggeri. La pressione non scompare, si sposta. Fuori dalle stazioni presidiate, sulle linee pendolari dove il controllo non arriva, nei parcheggi dove un capotreno fuori servizio cammina da solo verso l’auto.
Si blindano i tornelli. Non si blindano le persone. E non si blindano le strade, i parchi, i bus, i quartieri dove la Polfer non arriva e le telecamere non ci sono.
Perché il problema non sono le stazioni: le stazioni sono solo i luoghi dove i fatti fanno notizia. Il resto scompare.
Scompare nelle folli depenalizzazioni che hanno trasformato reati in contravvenzioni. Nella farneticante procedibilità solo a querela, che scarica sulla vittima l’onere di attivarsi. Nella consapevolezza diffusa che denunciare non serva a nulla.
Quanti machete restano negli zaini delle statistiche, quante aggressioni non entrano in nessun database, quante vittime rinunciano prima ancora di varcare la soglia di un commissariato?
I numeri ufficiali sono il pavimento. Il soffitto non lo conosce nessuno.
Qui va fatta una distinzione che la politica rifiuta sistematicamente di fare, perché distinguere è più faticoso che generalizzare.
Lo straniero irregolare che non ha commesso reati non è il gambiano con il machete. Non è Jelenic con il coltello. Non è il diciannovenne della MS13. È un uomo o una donna che vive in una zona grigia amministrativa, spesso lavora, spesso paga un affitto, quasi sempre ha paura della polizia più di quanto la polizia abbia paura di lui.
Per questa persona il rimpatrio è un atto amministrativo che va eseguito con dignità, certezza e tempi rapidi. Per il soggetto irregolare con precedenti penali, armi bianche nello zaino e un fascicolo già aperto in questura, il rimpatrio è un atto di sicurezza pubblica che andava eseguito prima che qualcuno finisse all’obitorio.
Mescolarli è disonesto. Lasciarli tutti qui è criminale.
Confondere le due categorie conviene solo a chi non vuole risolvere il problema.
Alla sinistra conviene, perché mescolare il lavoratore irregolare con il criminale irregolare permette di gridare al razzismo ogni volta che si propone un’espulsione.
Alla destra conviene, perché trattarli come un blocco unico risparmia la fatica di costruire un sistema che funzioni davvero: canali diversi, tempi diversi, strumenti diversi.
La soluzione esiste e non la inventa nessuno oggi. Espulsione immediata, esecuzione entro 48 ore per il soggetto irregolare con precedenti penali. Il ricorso si presenta dall’ambasciata italiana nel Paese di origine, in videoconferenza con il tribunale competente, con avvocato d’ufficio garantito.
Tutte le garanzie processuali rispettate. Ma l’espulso, nel frattempo, sta a casa sua, non alla stazione Centrale con una lama nello zaino.
Qualcuno griderà allo Stato di polizia? Si accomodi.
Durante il Covid le udienze si tenevano regolarmente a distanza. I processi di mafia si celebrano con i detenuti collegati dal carcere. Il precedente normativo e tecnologico esiste. Manca chi lo applica.
L’Australia rimanda indietro chi arriva illegalmente e processa i ricorsi a distanza. La Danimarca ha accordi per il trasferimento dei richiedenti asilo. Il Regno Unito percorre la stessa strada.
Democrazie con stampa libera, tribunali indipendenti, opposizioni agguerrite. Se possono farlo loro, l’Italia non ha alibi. Ne ha solo uno: la convenienza politica di lasciare le cose come stanno.
Il 3 gennaio 2026 lo Stato italiano ha firmato un foglio che ordinava a Marin Jelenic di lasciare il Paese. Quel foglio è rimasto in un cassetto. Alessandro Ambrosio è rimasto in un obitorio.
Finché l’espulsione resterà un atto notarile senza esecuzione, finché un permesso scaduto non attiverà alcun meccanismo automatico di rintraccio, finché un fascicolo di precedenti penali non bloccherà un varco ferroviario prima che lo faccia un machete, lo Stato continuerà a produrre carta.
E qualcun altro continuerà a produrre bare.





