
Vittorio Emanuele III: l’ultimo grande Re
Quando Vittorio Emanuele III salì al trono perché un anarchico aveva ucciso suo padre Umberto I (29 luglio 1900) il regno d’Italia aveva i confini del 1870. Mancava di Trento e Trieste.
Per motivi difensivi era alleato di Berlino e di Vienna, suo nemico storico. La Francia lo osteggiava. La Gran Bretagna lo aiutava per averlo “disponibile” nel Mediterraneo. L’Italia aveva una sola colonia, l’Eritrea (1890). La Somalia, uno spazio più che un territorio, divenne colonia nel 1907.
Con l’annessione di Fiume, nel 1924 il regno raggiunse la massima estensione dei suoi confini. Nel 1940 Vittorio Emanuele III era da quattro anni imperatore d’Etiopia e da uno re di Albania. Alcuni irridono a conquiste tardive e denunciano i modi nei quali avvennero.
Altrettanto, però, e forse molto di più, va allora detto degli imperi di Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Portogallo, Belgio (sappiamo in quali condizioni Bruxelles lasciò il Congo) e della Francia, che nelle colonie ignorò il leggendario “trinomio” libertà, uguaglianza, fratellanza. Ricordiamo “la battaglia di Algeri”?
Discorso a parte va fatto sull’imperialismo degli Stati Uniti d’America a spese dell’America Latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, e sulla loro concezione dei diritti umani, mortificati in passato al loro interno da discriminazioni razziali e anche oggi sviliti con la programmata fucilazione pubblica di un militare criminale. Vien da ricordare che l’Italia abolì la pena di morte nel 1889: un primato civile mondiale, ribadito da Umberto di Savoia, Luogotenente generale del regno, che tornò ad abolirla nel 1944.
Il lungo crepuscolo di Vittorio Emanuele III va percorso con cognizione della Storia. Senza nulla togliere a suo figlio, Umberto II, egli fu l’ultimo grande Re d’Italia. Un Capo dello Stato che non va demonizzato ma conosciuto.
La defascistizzazione
Nella presentazione del volume I dell’edizione critica dei Verbali del Consiglio dei ministri presieduto da Pietro Badoglio dal 25 luglio 1943 lo storico Aldo G. Ricci, già sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato, osserva che la composizione del nuovo governo fu deliberata da Vittorio Emanuele III di concerto con il generale Vittorio Ambrosio, generale d’armata, da lui voluto capo di stato maggiore generale il 1° febbraio 1943 in successione a Ugo Cavallero, maresciallo d’Italia, come lo stesso Badoglio.
Il governo comprese cinque generali, l’ambasciatore Raffaele Guariglia, cinque direttori generali di ministeri e tre consiglieri di Stato: Leonardo Severi, assegnato all’Educazione Nazionale e Leopoldo Piccardi alle Corporazioni, mentre il nuovo ministro della Guerra, Antonio Sorice, sommava il grado di consigliere di Stato dal 1938 a quello di generale di brigata.
Per comprensibili motivi il governo venne tenuto all’oscuro dell’avvio di contatti tra l’Italia e il comando anglo-americano per l’Africa e il Mediterraneo per addivenire a un armistizio. Tenne due sole sedute, tra le 17 e le 20 circa del 27 luglio e tra le 17 e le 20.30 del 7 agosto.
Nella prima riunione deliberò su 16 punti all’ordine del giorno, tra i quali la nomina del Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, duca del mare, a presidente del Senato, in sostituzione del mussoliniano Giacomo Suardo, l’abrogazione delle norme contenenti limitazioni in dipendenza dello stato di celibe e l’estensione dello stato di guerra all’intero territorio nazionale, comportante la sostituzione della legge penale ordinaria con quella militare.
Il governo vietò fabbricazione, esposizione, commercio, diffusione, detenzione e uso in qualsiasi forma di bandiere, labari, emblemi e distintivi di partiti politici di qualunque specie e denominazione.
Il provvedimento, mirante a interdire manifestazioni fasciste per la restaurazione del regime, non ebbe applicazione sia perché si registrarono solo cortei di esultanza (vietati e in alcuni casi repressi “manu militari”) sia perché ostacolava l’auspicata collaborazione tra il governo e il comitato dei partiti antifascisti, che avevano fretta di farsi conoscere anche tramite i loro segni distintivi.
Nella seconda riunione il governo deliberò su un vasto ventaglio di questioni impellenti, tra le quali il divieto dei militari di appartenere a partiti politici, la nomina di una commissione per restaurare i principi di libertà e dignità scientifica, la disciplina della stampa e la soppressione della Gioventù italiana del littorio, scordata nella raffica di misure deliberate il 27: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran Consiglio, del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni.
Su direttiva del re, il governo varò la “defascistizzazione”: operazione non agevole in un Paese che per anni aveva riempito le piazze di folle plaudenti al “duce del fascismo”, con tanto di “divise”, di “figli della lupa” e “piccole italiane” via via salendo per li rami, con la confusione tra Stato e regime.
Il governo Badoglio: dalla resa a Brindisi
La ricerca del contatto con il comando delle forze anglo-americane nel Mediterraneo fu di stretta competenza della breve catena capo del governo-capo di stato maggiore generale e si risolse con l’incarico a tale scopo conferito al generale Giuseppe Castellano, che godeva della fiducia personale del re, come prova la sua presenza a Villa Savoia a margine dell’udienza richiesta da Mussolini a Vittorio Emanuele III sulle 17 del 25 luglio.
Senza tornare sul travagliato svolgimento della “missione” di Castellano, va ricordato che, in assenza di contatti preliminari sia pure nella forma più riservata, il governo si trovò ad affrontare un cammino nel buio: il grosso delle armate italiane non erano nella penisola e a Roma si riteneva di poter stipulare un armistizio mentre le Nazioni Unite avevano deliberato che i vinti dovevano arrendersi alle condizioni dettate dai vincitori, senza alcuna possibilità di trattativa: un “modus operandi” estraneo alla tradizione europea.
In “A patti con il nemico. Storia del mondo in 30 trattati di pace” (ed. Marsilio) Gastone Breccia ricorda il “precedente”, rivelatore della mentalità ispiratrice di interminabili guai, pressoché inesplicabili da parte degli “europei”, che hanno tanti difetti ma anche un po’ di tradizioni di “trattati di pace”.
La mattina del 16 febbraio 1862 il generale dei confederali Simón Bolívar Buckner, comandante del Fort Donelson, sul Tennesee, propose al generale Ulysses S. Grant, futuro presidente degli UA, di nominare due ufficiali per trattare la resa.
Grant rispose: «Nessun termine, se non la resa incondizionata e immediata, può essere accettato. Propongo pertanto di prendere possesso seduta stante delle sue fortificazioni.»
Con il Memorandum di Quebec, 18 agosto, dopo il contatto a Lisbona tra il generale Giuseppe Castellano e il comando delle forze anglo-americane, gli Alleati ventilarono modifiche delle condizioni di resa in proporzione all’impegno «del governo» e «del popolo italiano» contro i tedeschi, con «tutto l’aiuto possibile delle forze delle Nazioni Unite».
Il 2 settembre il Comitato centrale (poi Comitato di Liberazione Nazionale, CLN) di sei partiti antifascisti (liberali, democrazia del lavoro, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti) invitò alla «mobilitazione degli spiriti per la salvezza della Patria».
Su assenso di Badoglio, il 3 settembre il generale Castellano sottoscrisse presso Cassibile (Siracusa) la resa dell’Italia, annunciata la sera dell’8 settembre dal generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri e comunicata da Badoglio dalla radio di Stato.
Essa subordinò il Paese al Governo militare alleato e vincolò a eseguire «altre condizioni di carattere politico economico e finanziario». Ne scrive Rosanna Ternavasio Amerio in “Il Signor Armistizio” (ed. Solfanelli), che verrà presentato a Grazzano Badoglio il prossimo 7 novembre.
Per evitare che Roma, militarmente indifendibile, divenisse campo di battaglia, Badoglio si trasferì in auto a Pescara e, via mare, a Brindisi, con la Famiglia Reale e i vertici militari (9-11 settembre).
L’Italia fu sconfitta, ma lo Stato, non debellato, venne riconosciuto dai vincitori.
È quanto ripete Aldo G. Ricci:
«I contatti avuti dal generale Castellano con gli Alleati verso la metà di agosto avevano rassicurato il governo italiano su un punto centrale: l’accettazione da parte alleata del re e di Badoglio come interlocutori nella trattativa di resa e l’interesse per un intervento italiano al fianco delle potenze vincitrici nella lotta contro i tedeschi.
Una scelta di legittimazione delle autorità esistenti motivata dalla prudenza conservatrice britannica e dalle necessità legate alla previsione di una guerra prolungata lungo la penisola».
Agli italiani, però, gli Alleati spacciarono una promessa del tutto diversa: la liberazione di Roma entro quindici giorni dalla resa. Un inganno.
Il precipizio
Prelevato da una missione delle SS tedesche a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasferito in Germania, Mussolini istituì lo Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana, sotto controllo hitleriano.
Il 29 settembre il maresciallo Badoglio sottoscrisse a Malta l’armistizio lungo, comprendente le durissime condizioni non comunicate il 3 settembre a Castellano ma consegnate al generale Giacomo Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie del collega. Esse stabilirono che le Nazioni Unite avrebbero esercitato «tutti i diritti di potenza occupante» tramite il Comando militare alleato. L’Italia avrebbe arrestato e consegnato agli Alleati Mussolini, i suoi principali associati e le persone sospette di crimini di guerra.
Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania.
Il 17 novembre, riunito a casa di monsignor Barbieri, il CLN, che dal 5 ottobre aveva deliberato di non collaborare con il governo, annunciò che «il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese», cioè a “plebiscito”.
Il convegno dei CLN (Bari, 28 gennaio 1944) chiese l’abdicazione immediata del re, la rinuncia alla corona del principe ereditario e la sua trasmissione a Vittorio Emanuele principe di Napoli (di sette anni) sotto tutela di un Reggente estraneo a Casa Savoia: richieste propugnate da Benedetto Croce e Carlo Sforza ma contrarie allo Statuto e pertanto ignorate da Vittorio Emanuele III.
In marzo URSS e Italia riconobbero i rispettivi governi. Il 12 aprile, su arrogante pressione degli anglo-americani, irritati dall’indipendenza del governo del re, il sovrano annunciò che alla liberazione di Roma avrebbe trasferito tutti i poteri al principe ereditario, in veste di suo Luogotenente Generale.
Il 22 aprile Vittorio Emanuele III incaricò un nuovo governo, presieduto da Badoglio e formato da esponenti del CLN. I ministri, impegnati alla “tregua” sulla questione istituzionale, giurarono «sul proprio onore».
Il 5 giugno, impedito di raggiungere Roma, appena liberata, il Re firmò a Ravello il conferimento a Umberto di «tutti i poteri, nessuno escluso», ma conservò la corona.
Il 18 giugno si insediò il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, Collare della Santissima Annunziata ed esponente del Partito del lavoro. Il Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 stabilì che la forma dello Stato sarebbe stata decisa dall’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale entro quattro mesi dalla fine della guerra. Dal monarca la sovranità fu trasferita al popolo che nel 1848 – 1870 l’aveva ratificata con i plebisciti.
Il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159 dichiarò decaduti dalle cariche i parlamentari imputabili di concorso all’avvento e al mantenimento del regime fascista e all’ingresso dell’Italia in guerra. Giuristi quali Arturo Carlo Jemolo e Massimo Severo Giannini protestarono, giacché il decreto violava il principio della irretroattività delle leggi (“nullum crimen sine lege”).
Su quella base, tuttavia, il 7 agosto l’Alta Corte di Giustizia, presieduta dal repubblicano Carlo Sforza, collare della SS. Annunziata e senatore, dichiarò decaduti e privati dei diritti politici e civili 307 senatori. Vittorio Emanuele III rivendicò l’azione del ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, culminata con la revoca di Mussolini e la demolizione del regime.
Il 12 dicembre, rassegnate le dimissioni nelle mani del Luogotenente, Bonomi formò un governo comprendente liberali, democristiani, democratici del lavoro e comunisti.
Il Re e la Famiglia vestirono il lutto alla conferma della morte della principessa Mafalda (28 agosto 1944), sposata con il principe Filippo d’Assia, deportata dai tedeschi presso il campo di concentramento di Buchenwald in Germania, gravemente ferita sotto bombardamento alleato e operata con esito infausto.
Verso il tramonto
Il 2 maggio 1945 le truppe tedesche presenti in Italia sottoscrissero la resa nella reggia di Caserta. Firmarono per sé, ignorando i soldati dell’ormai dissolta Repubblica sociale mussoliniana.
Alle dimissioni di Bonomi, il 21 giugno i sei partiti del CLN formarono un governo presieduto da Ferruccio Parri, già comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, ispirate dal Partito d’azione.
Dall’inizio di maggio nelle terre liberate i CLN regionali, provinciali e comunali insediarono giunte provvisorie e nuovi dirigenti di banche, di enti a partecipazione pubblica e imprese private già “socializzate” dalla Repubblica sociale italiana o i cui proprietari e amministratori vennero interdetti per motivi politici.
Alle dimissioni di Parri, il 10 dicembre si insediò il governo presieduto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana, che tenne per sé gli Esteri. Tranne Leone Cattani, i ministri erano tutti repubblicani militanti.
Tra loro spiccavano i socialisti Giuseppe Romita (Interno) e Pietro Nenni (Costituente), il comunista Palmiro Togliatti (Giustizia) e il liberale Manlio Brosio (Guerra).
Tra marzo e aprile 1946 furono eletti i consigli comunali di migliaia di Comuni. Per la prima volta votarono anche le donne, in base a un decreto firmato dal Luogotenente Umberto.
Il 9 maggio, in prossimità del referendum sulla forma dello Stato e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio e, con il titolo di conte di Pollenzo, salpò da Napoli alla volta dell’Egitto con la regina Elena e un piccolo seguito. Accolto da re Faruk, si stabilì a “Villa Yela”, in Alessandria.
Il 2 – 3 giugno si svolsero le votazioni sulla forma dello Stato e per l’elezione dell’Assemblea costituente. Il 10 giugno la Corte Suprema di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, comunicò i dati provvisori del referendum: su circa 28.000.000 di elettori e 25.000.000 di votanti la repubblica aveva ottenuto 12.700.000 preferenze; la monarchia 10.700.000.
Il presidente Pagano riconvocò la Corte per il 18 giugno e chiese che venissero rendicontate anche le schede bianche, nulle e contestate.
In una convulsa seduta, con un solo voto contrario (Leone Cattani), alle 0:15 del 13 giugno il governo conferì le funzioni di Capo dello Stato al presidente del Consiglio De Gasperi, che le assunse. Però, secondo Rossana Mondoni e Daniele Comero, cultori di astrologia, il Tema natale della Repubblica italiana potrebbe essere fissato alle ore 0:00 del 12 giugno 1946, quando il governò annunciò la sua nascita sulla base dei dati provvisori comunicati da Pagano il 10 precedente.
Alle 16:10 del 13 giugno, privo di tutela da parte degli Alleati e per evitare scontri sanguinosi a sostegno della monarchia, Umberto II protestò contro il “gesto rivoluzionario” del governo, non ne riconobbe gli effetti, sciolse dal giuramento alla monarchia ma non alla Patria quanti l’avevano pronunciato e partì in aereo da Re alla volta del Portogallo. Non abdicò mai.
Morì a Ginevra il 18 marzo 1983 e fu sepolto nell’Abbazia di Altacomba, in Savoia, regione d’Europa dalla quale ebbe inizio l’ascesa della dinastia.
Il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III si congedò dalla vita nella pienezza dei diritti di “cittadino italiano all’estero” (non “in esilio”) e delle prerogative esercitate quale Capo dello Stato con il comando delle forze armate.
Al termine dei funerali, celebrati con onori militari voluti da re Faruk, il feretro del Re fu murato nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto.
Il 28 novembre 1952 morì a Montpellier la Regina Elena, circondata dall’affetto della città e degli italiani non immemori. Fu sepolta nel cimitero cittadino Saint-Lazare.




