Le distorsioni di un walfare scriteriato
Lo so, può sembrare iniquo. Dire che i sussidi dovrebbero essere destinati prima di tutto ai cittadini può apparire come una distinzione difficile da giustificare in nome dell’uguaglianza.
Ma uguaglianza non vuol dire necessariamente dare a tutti la stessa cosa, indipendentemente dal rapporto che hanno con la comunità.
Un sistema di welfare si regge sulla solidarietà, ma anche sulla reciprocità. Le risorse che vengono distribuite dallo Stato sono state raccolte attraverso il lavoro, le tasse e i contributi di chi vive e lavora nel Paese.
Per questo la cittadinanza dovrebbe avere un peso.
Chi arriva alla cittadinanza italiana dopo dieci anni di residenza ha già trascorso una parte importante della propria vita nel Paese.
Ha lavorato, pagato tasse e contributi, utilizzato i servizi, cresciuto figli, costruito relazioni e partecipato alla vita economica e sociale.
Se attraversa un momento di difficoltà e riceve un sostegno pubblico, quel sostegno si colloca dentro un rapporto costruito nel tempo.
Diverso è il caso di chi si trova sul territorio da pochi mesi e può accedere alle stesse prestazioni senza aver ancora avuto il tempo materiale di contribuire al sistema che le finanzia.
Non perché abbia meno valore come persona, ma perché ha un rapporto molto più recente con quella comunità.
Non significa negare l’assistenza a chi arriva da poco, soprattutto quando sono in gioco bisogni essenziali e diritti fondamentali.
Significa distinguere la tutela di base dall’accesso pieno a quelle prestazioni sociali che una comunità finanzia attraverso il contributo dei suoi membri.
Del resto, il principio di uguaglianza non chiede di ignorare le differenze tra situazioni diverse. Chiede che le differenze di trattamento abbiano criteri ragionevoli.
E, allora, la domanda dovrebbe essere anche questa: quale rapporto abbiamo costruito con la comunità alla quale chiediamo una parte delle sue risorse?
Perché il welfare non è un bancomat pubblico. È una forma di solidarietà collettiva. E la solidarietà, per essere sostenibile, ha bisogno di un patto.
Chi ha contribuito per anni a quel patto dovrebbe avere una priorità rispetto a chi vi è appena entrato. Non per punire qualcuno, ma per riconoscere che anche il tempo, il lavoro e i contributi versati hanno un valore.
Altrimenti rischiamo di confondere l’uguaglianza con l’indifferenza verso le differenze e la solidarietà con la semplice distribuzione di denaro.
Una comunità politica seria dovrebbe poter dire una cosa molto semplice: aiutare chi ha bisogno, sì.
Ma anche riconoscere chi, per anni, ha contribuito a rendere possibile quell’aiuto.





