La Cooperativa Beato Angelico
Roma, 8 aprile 1976. In via Beato Angelico, a pochi passi dal Pantheon, undici donne aprono una galleria d’arte. L’hanno chiamata Cooperativa Beato Angelico.
Per inaugurarla scelgono Artemisia Gentileschi, una pittrice vissuta tre secoli prima, che aveva conosciuto la violenza maschile e trovato la forza di affrontarla pubblicamente.
Nella Roma attraversata dalle lotte femministe, quella scelta aveva un significato che andava ben oltre la pittura.
La storia di quella piccola galleria era cominciata molto prima.
Negli anni Sessanta l’Italia cambiava rapidamente. Il benessere economico trasformava abitudini e consumi, le università si riempivano di giovani, mentre nelle famiglie e nelle istituzioni resistevano antiche gerarchie.
La contestazione maturava da tempo e, quando esplose, investì ogni aspetto della vita quotidiana.
Ragazzi e ragazze contestavano insieme i professori nelle università, i genitori nelle case, il potere nelle piazze. A Roma, gli scontri di Valle Giulia del marzo 1968 mostrarono quanto violenta potesse diventare quella rottura.
Pochi mesi dopo, il Maggio francese avrebbe dato alla rivolta un’immagine destinata a percorrere l’Europa. Le discussioni invadevano le aule occupate, le strade, le abitazioni. La politica entrava nelle amicizie e negli amori.
Ma molte ragazze cominciarono presto a contestare anche i contestatori. Nelle assemblee dove si proclamava l’uguaglianza, erano ancora troppo spesso gli uomini a parlare, a guidare, a decidere.
Si voleva cambiare il mondo, mentre i rapporti tra uomini e donne sembravano resistere alla rivoluzione.
La protesta investì la famiglia, la sessualità, la maternità, il lavoro, le relazioni personali. Le polemiche erano feroci, le rotture dolorose. Nacquero gruppi autonomi, riviste, collettivi.
Il femminismo, che aveva radici precedenti alla contestazione studentesca, acquistava nuova forza e una voce capace di mettere in discussione anche chi si considerava rivoluzionario.
Nel 1970 Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti fondarono Rivolta Femminile. Lonzi era una critica d’arte affermata, Accardi una delle protagoniste della pittura astratta italiana. Conoscevano bene gallerie, musei e critici, e proprio quel mondo sarebbe stato attraversato dalle nuove domande.
La loro vicenda racconta anche le contraddizioni di quegli anni. Lonzi si allontanò dalla critica d’arte per dedicarsi al femminismo, Accardi continuò a dipingere, sperimentare, esporre.
La collaborazione tra le due finì per interrompersi, mentre le trasformazioni della società modificavano amicizie, rapporti e scelte professionali.

Attorno a quelle esperienze si incontravano artiste, scrittrici e intellettuali che condividevano molte battaglie, pur immaginando strade differenti.
Suzanne Santoro, Eva Menzio ed Elisa Montessori attraversarono quell’ambiente, mentre alcune protagoniste di Rivolta Femminile contribuirono alla nascita della Cooperativa Beato Angelico.
I rapporti personali diventavano occasioni di lavoro, le amicizie aprivano nuovi spazi e talvolta le divergenze portavano alla formazione di altri gruppi.
La rivolta aveva anche una colonna sonora. Al Teatro della Maddalena, nel 1974, le donne portarono in scena Le canzoni del disagio. Le parole della protesta tradizionale non bastavano più.
Si cantava della famiglia, del corpo, della vita domestica, dei rapporti con gli uomini. Giovanna Marini, con la sua ricerca sulla musica popolare, partecipava a quella stagione nella quale anche la voce diventava uno strumento di libertà.
Accanto alle esperienze più radicali maturavano altre iniziative. Elena Gianini Belotti, autrice di Dalla parte delle bambine, aveva messo in discussione il modo in cui la società educava maschi e femmine fin dall’infanzia.
Simona Weller ricorda il suo impegno nell’esperienza di Controstampa, dove si incontravano donne provenienti da professioni differenti: giornaliste, magistrate, avvocate, artiste.
La libertà passava anche attraverso il lavoro, l’autonomia economica e il riconoscimento delle competenze.
Nelle gallerie e negli studi delle artiste le risposte prendevano forme altrettanto diverse. Suzanne Santoro interrogava le immagini del corpo femminile e i modelli tramandati dalla storia.
Tomaso Binga, pseudonimo maschile di Bianca Pucciarelli Menna, si faceva fotografare mentre il proprio corpo si confondeva con la carta da parati di una stanza. In Carta da parato, del 1976, la donna sembrava scomparire dentro lo spazio domestico.
Carla Accardi proseguiva la ricerca sul segno e sul colore, sperimentando materiali e trasparenze. Nedda Guidi lavorava con la ceramica e la materia, Elisa Montessori seguiva un percorso personale tra disegno, natura, memoria e scrittura. Giosetta Fioroni aveva già costruito un linguaggio riconoscibile nella scena artistica romana.
Vivevano nella stessa società, attraversata dalle medesime trasformazioni, ma seguivano strade differenti. Alcune fecero della condizione femminile il centro della propria ricerca, altre continuarono a sviluppare linguaggi autonomi.
Le battaglie per la libertà e l’uguaglianza convivevano con esperienze artistiche che non si lasciavano ricondurre a un’unica identità.
Intanto cresceva l’attenzione per le donne dimenticate dalla storia dell’arte. La Cooperativa Beato Angelico, dopo Artemisia, presentò altre artiste del passato e contemporanee.
Nel 1976 Simona Weller pubblicò Il complesso di Michelangelo, un’indagine sul contributo delle donne all’arte italiana del Novecento, costruita attraverso documenti, testimonianze e interviste.
Aveva cercato artiste dimenticate negli archivi dei critici, rintracciato indirizzi e ricostruito percorsi attraverso lettere, telefonate e incontri.
L’anno successivo la Galleria Giulia ospitò una grande mostra collegata al libro, alla quale furono invitate numerose protagoniste di quella ricerca.
Il lavoro di Weller incontrava quello di altre donne impegnate a ricostruire una storia rimasta incompleta. Nel 1978 Mirella Bentivoglio riunì alla Biennale di Venezia ottanta artiste impegnate nella sperimentazione tra linguaggio e immagine.
Da anni costruiva contatti internazionali, organizzava esposizioni e favoriva la conoscenza di ricerche che faticavano a trovare spazio nelle grandi manifestazioni.
La mostra, Materializzazione del linguaggio, portò alla Biennale una rete di artiste che avevano trasformato parole, segni e scrittura in materia creativa.
Nel 1980 Lea Vergine, con L’altra metà dell’avanguardia, riportò all’attenzione una parte importante della presenza femminile nei movimenti artistici del primo Novecento.
Opere, documenti e biografie cominciavano a restituire una storia più ampia, nella quale molte artiste potevano finalmente ritrovare il proprio posto.
Con il passare degli anni, però, le strade delle protagoniste si divisero. Alcune entrarono stabilmente nei musei, nelle grandi collezioni e nel mercato internazionale.
Altre, pur avendo lavorato negli stessi ambienti e partecipato alla medesima stagione culturale, persero progressivamente visibilità. Contarono le opere, ma anche le gallerie che le sostennero, i critici che ne scrissero, i musei che le acquistarono e i collezionisti che continuarono a cercarle.
Il femminismo aveva contribuito a cambiare le condizioni nelle quali le donne potevano lavorare, esporre e raccontare la propria storia. La pittura, la scultura, la fotografia e la performance avevano intanto seguito direzioni differenti, talvolta vicine alle battaglie del movimento, talvolta lontane dalle sue parole d’ordine.
Mezzo secolo dopo, quelle opere continuano a porre una domanda che attraversa tutta la storia dell’arte: quanto del linguaggio di un’artista nasce dall’esperienza di essere donna e quanto dalla sua libertà individuale?
Nella Roma del 1976, le undici donne della Cooperativa Beato Angelico avevano scelto Artemisia Gentileschi per inaugurare il proprio spazio. Tre secoli le separavano dalla pittrice, eppure avevano sentito il bisogno di ricominciare proprio da lei.
Oggi quella scelta racconta anche qualcosa del loro tempo: per costruire il futuro, avevano cominciato a cercare ciò che mancava nel passato.
Note
La Cooperativa Beato Angelico. Fondata a Roma nel 1976 da undici donne, tra artiste e critiche d’arte, ebbe sede in via Beato Angelico 18 e operò fino al 1978. La mostra inaugurale dell’8 aprile fu dedicata ad Artemisia Gentileschi e presentò Aurora, accompagnata da documentazione storica sulla pittrice. Tra le protagoniste della Cooperativa figuravano artiste provenienti dall’esperienza di Rivolta Femminile. Fonte: archivio HERSTORY, documentazione della Cooperativa Beato Angelico.
Rivolta Femminile e Controstampa. Rivolta Femminile nacque nel 1970 per iniziativa di Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti. Il Manifesto di Rivolta Femminile fu pubblicato nel luglio dello stesso anno. Il ricordo dei rapporti fra il gruppo romano, Elena Gianini Belotti e Controstampa proviene anche dalla testimonianza diretta di Simona Weller raccolta nell’intervista pubblicata da DIARIO nell’ottobre 2026.
Il Teatro della Maddalena. Nato a Roma negli anni Settanta come spazio di sperimentazione teatrale femminile, ospitò spettacoli, incontri e riflessioni sulla condizione delle donne. Le canzoni del disagio appartiene a quella stagione nella quale teatro e musica partecipavano alla trasformazione dei linguaggi della protesta.
Il complesso di Michelangelo. Simona Weller, Il complesso di Michelangelo. Ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, La Nuova Foglio, 1976. Nel 1977 la Galleria Giulia di Roma ospitò una mostra collegata alla pubblicazione. La ricerca resta una testimonianza importante della ricostruzione storica delle artiste italiane del Novecento.
La Biennale del 1978. Materializzazione del linguaggio, a cura di Mirella Bentivoglio, XXXVIII Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Magazzini del Sale, 20 settembre–15 ottobre 1978. La mostra riunì ottanta artiste internazionali impegnate soprattutto nella poesia concreta e visiva. Il catalogo originale è stato ripubblicato in edizione anastatica dalla Biennale di Venezia nel 2022.
Per saperne di più
Simona Weller, Il complesso di Michelangelo. Ricerca sul contributo dato dalla donna all’arte italiana del Novecento, La Nuova Foglio, 1976.
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, 1974.
Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia 1910–1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Mazzotta, Milano, 1980.
Linda Nochlin, Women, Art, and Power and Other Essays, Harper & Row, New York, 1988.
Griselda Pollock, Vision and Difference: Femininity, Feminism and the Histories of Art, Routledge, Londra, 1988.





