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Europa e Cina trattano sulla bilancia commerciale

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Cina ed Europa

Un problema risalente già al 1991

L’8 e il 9 ottobre il Commissario europeo per il commercio e la sicurezza economica, Maron Sefcovic è stato a Pechino per una due giorni di colloqui con il Ministro per il commercio cinese Wang Wentao, tesi a negoziare un ridimensionamento delle esportazioni cinesi verso l’UE, giunto ormai a un livello che mette in pericolo il futuro dell’Unione.
Quello dello squilibrio della bilancia commerciale Italia – Cina è un problema di vecchia data, risalente già al 1991 quando la Cina, dopo l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio, invase i mercati europei di merci.

All’epoca si trattava di beni di uso comune come tessile, abbigliamento, calzature, giocattoli ed elettronica di base e la loro massiccia importazione causò la chiusura di centinaia di fabbriche nel vecchio continente.

Oggi, quando il deficit si misura in un miliardo di euro al giorno e la tendenza delle esportazioni europee fatica a tenere il passo, mostrando addirittura una tendenza alla diminuzione, la minaccia cinese viene da beni di più alto livello.

Oltre all’automotive, che ha avuto un’accelerazione con le auto elettriche, sono soprattutto beni come batterie e pannelli solari a minacciare la possibilità di portare avanti l’odierno livello industriale.

L’argomento era stato oggetto già di un precedente incontro a giugno dell’anno scorso. In quell’occasione l’Europa aveva chiesto alla Cina una regolamentazione “volontaria” con una diminuzione apprezzabile almeno nell’esportazione di auto ibride.

La richiesta non aveva trovato riscontro.

Ora la questione si è fatta scottante, perché siamo davanti a quello che potrebbe diventare il “China Shock 2.0”.

L’UE non vorrebbe vedersi costretta a fronteggiare un’invasione di prodotti strategici, come quelli afferenti alla transizione green, a prezzi più che concorrenziali, che porti a un’ulteriore deindustrializzazione europea.

La Cina, con il Piano industriale “Made in China 2025”, avviato nel 2015, ha veicolato ingenti risorse con i sostegni statali che hanno portato a una sovrapproduzione, principalmente nel campo dell’altra tecnologia, nella manifattura avanzata, delle auto ibride, delle batterie e dei pannelli solari, che vengono massicciamente esportati all’estero, a prezzi che l’industria europea non può sostenere.

Non a caso, in prima linea in questa campagna di limitazione delle importazioni cinesi, troviamo schierate Francia e Germania.

Emmanuel Macron, da sempre fautore di una politica protezionistica, ha trovato in Frederik Metz, che vede la propria industria automobilistica sempre più in bilico, un alleato.

Entrambi, proprio mentre l’Europa è al tavolo della trattativa, sono arrivati a chiedere, con una lettera congiunta indirizzata alla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Lien, “uno strumento di risposta rapida” che permetta una reazione incisiva all’invasione economica cinese.

In altre parole, la Commissione dovrebbe munirsi di poteri speciali per affrontare la crisi, senza passare per i complessi meccanismi burocratici di Bruxelles.

Il negoziato non è semplice. In occasione del precedente incontro si era chiesto alla Cina di contenere le esportazioni di auto ibride al di sotto del 15% del mercato, che oggi è occupato da Pechino per circa il 75%.

Oggi, dopo il rifiuto cinese si parla di una fetta leggermente più alta, ma accompagnata dalla previsione di dazi sulle quote eccedenti.

La cautela europea è dovuta a due fattori: il dover estendere la misura anche a Stati “amici” come la Corea del Sud, il Giappone e il Regno Unito e al timore di una possibile ritorsione cinese sulle materie prime necessarie alla nostra industria di alta tecnologia e manifattura avanzata, sui quali ha il monopolio, come terre rare, gallio, grafite e gennaio, tutte materie prime raffinate in Cina.

Senza di queste l’industria europea di batterie e semiconduttori si fermerebbe.

La Cina non è nuova a iniziative frenanti delle esportazioni verso l’UE, come il mancato rilascio di licenze per la vendita all’estero di prodotti cinesi e le inchieste sui prodotti europei che arrivano in Cina.

Un’inchiesta blocca il prodotto nel porto di arrivo e conseguentemente il pagamento, mettendo in difficoltà la società venditrice.

La posizione dell’Europa e, al momento, quanto mai delicata perché l’Unione si trova nella scomoda posizione di alleato degli USA, il cui Presidente spinge per una politica europea che tagli il più possibile fuori la Cina dai propri scambi commerciali e Pechino, che può danneggiare seriamente l’economia europea.

Nonostante questo, in un momento in cui tutti sono distratti dalle varie crisi aperte, l’Europa, in una difficile trattativa, affronta un problema da cui dipende il suo stesso futuro economico.

Autore

  • Elisabetta Capodilupo

    Elisabetta Capodilupo, laurea in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, master in "Giurista d'impresa". Libera professionista. Formatore in ambito giuridico.

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