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I conflitti in Africa e la solita informazione distorta

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I conflitti in Africa e la solita informazione distorta

Fake news diffuse dagli stessi organi d’informazione

In guerra è sempre l’informazione una delle prime vittime.

In Mali, quando FLA e JNIM presero Kidal e il nord del Paese, subito molti media ed analisti strategici di calibro affermarono gongolanti che si trattava di una disfatta irrimediabile per la giunta maliana, tanto da portarla inevitabilmente alla caduta, e, per i suoi alleati russi, a cui separatisti e jihadisti avevano inflitto una “sconfitta strategica”.

Nel loro orgasmo, parlarono d’imminente ritirata russa dal Sahel e relativo crollo dell’AES, a partire proprio dal Mali e del suo leader, Assimi Goita.

Com’è andata a finire?

Che era, invece, una semplice ritirata tattica, tesa ad avviare un lungo conflitto di logoramento a danno degli elementi terroristi fino a costringerli, a suon di perdite e rastrellamenti, a fuggire proprio pochi giorni fa da Kidal.

Fine di tutti i trionfalismi, esattamente com’era stato ad ottobre 2025, durante la crisi dei carburanti e il blocco della capitale Bamako ad opera del JNIM che, probabilmente, avrebbe oggi assai più difficoltà nel ritentarne uno, nonostante l’alleanza e il coordinamento da allora sviluppati col FLA.

In compenso, tante facce, non soltanto di casa nostra, si sono confermate per ciò che sono, mentre altre hanno calato la maschera: l’imbarazzo è forte e molti fanno finta di nulla, mentre altri, con una scaltra faccia di bronzo, a distanza di mesi tentano di salvarsi in calcio d’angolo, sperando che nel frattempo lettori e testimoni si siano dimenticati delle loro facili previsioni o, meglio ancora, del loro spesso ben retribuito wishful thinking.

Possiamo trovare mille altri casi del genere.

In questi giorni, per esempio, abbiamo sentito parlare, a più riprese ,di un’invasione del Tigray, nell’Etiopia settentrionale, da parte delle truppe eritree.

Le foto e i video spacciati come prova, da facile ricerca, risalgono al 2022 e 2023, periodo del ritiro delle forze eritree dal Tigray: allora Asmara era intervenuta nello stato nord etiopico su richiesta del governo di Addis Abeba, onde aiutarne l’esercito in lotta contro il TPLF insorto dal 2020.

Ora vediamo media come i vari BBC, Reuters o Channel 4 prendere quelle foto e quei video diffondendo le solite fake news, proprio come ne hanno diffuse tante altre sul conflitto in Ucraina, a Gaza, in Libano, all’Iran o allo Yemen. Proprio come nel conflitto in Mali erano stati altri ancora, come France24, RFI e via dicendo.

Non sempre, comunque, è un problema di malafede; spesso si tratta soprattutto pigrizia, approssimazione e sciatteria, che porta più di un autore e di una redazione a rilanciare fonti ed immagini altrui senza verificarne prima l’attendibilità.

Non a caso molti degli articoli comparsi in quelle testate, a maggior ragione dopo le smentite giunte da istituti autorevoli come ad esempio Chritical Threats, sono stati rapidamente cancellati.

Lo stesso, d’altronde, era avvenuto giorni prima ancora, quando altri articoli parlavano di truppe eritree in un altro stato del nord dell’Etiopia, l’Afar: chi si ricorda più di quella notizia?

Nulla di cui sorprendersi: anche in quel caso molti articoli sono stati presto fatti sparire per la vergogna.

Certo, il ministero dell’informazione etiopico e le fonti vicine al PP parlano con insistenza di presenze eritree nel territorio nazionale, ma senza fornire prove: l’intento è, come ormai attestato da anni (ad esempio, con la sollevazione e la repressione degli Amhara, cominciata dal 2023 e da allora mai più fermatasi), d’internazionalizzare un conflitto civile che Addis Abeba non è più in grado di tenere sotto controllo.

Mai come in certe situazioni il “nemico esterno” conviene come alibi e capro espiatorio dei propri problemi interni e di una politica nazionale fondata sul vittimismo nazionalista: Israele che, come dicono le sue autorità e sostenitori ,”deve difendersi” (genocidiando civili), insegna.

Senza contare che con un simile alibi si può preparare il terreno anche a future ed eventuali false flags di cui, trovandosi nell’urgenza d’internazionalizzare prima che sia troppo tardi un conflitto interno ed esistenziale, s’ha più che mai un disperato bisogno.

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