La Cina, le isole artificiali e la nuova contesa per il controllo dei cavi sottomarini
Il mare di questo presente direi complesso non è soltanto uno spazio di transito per le flotte militari, le petroliere e le navi commerciali, ma anche il supporto fisico di una rete globale senza la quale non funzionerebbero le comunicazioni internazionali, i servizi finanziari, il cloud computing e una parte essenziale dell’economia digitale.
Sotto la superficie degli oceani si sviluppa un’infrastruttura che raramente entra nella rappresentazione ordinaria della geopolitica, ma che contribuisce a determinare la continuità dei flussi economici e informativi: la rete dei cavi sottomarini in fibra ottica.
Secondo l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, i cavi sottomarini trasportano oltre il 99 % del traffico internazionale di dati. Sono infrastrutture fisiche, concentrate lungo itinerari determinati, esposte a incidenti, interruzioni e difficoltà di riparazione, la loro importanza strategica deriva proprio da questa combinazione, sostengono una rete globale, ma dipendono da corridoi marittimi concreti, da autorizzazioni, da navi specializzate e dalla possibilità di intervenire sul fondale quando qualcosa si danneggia.
Il digitale, non può eliminare la geografia, la rende meno visibile.
Nel Mar Cinese Meridionale la relazione tra geografia fisica e potere digitale assume una grande strategia. L’8 ottobre 2026, il Washington Post ha pubblicato un’analisi di Elisabeth Braw dedicata alle autorizzazioni richieste dalla Cina per installare, mantenere o riparare cavi sottomarini in aree marittime che Pechino considera parte della propria sfera di sovranità.
L’articolo riferisce di ritardi nelle autorizzazioni, compresi quelli relativi al sistema SJC2, che collega Giappone, Singapore, Taiwan e altri Paesi asiatici.
Le contestazioni devono essere valutate caso per caso, ma il problema strategico sollevato è inequivocabile, che cosa accade quando l’accesso a un’infrastruttura digitale internazionale dipende da un’autorizzazione richiesta da uno Stato la cui pretesa giurisdizionale è contestata?
La questione diventa ancora più interessante se letta insieme alla trasformazione fisica del Mar Cinese Meridionale.
Ad Antelope Reef, nell’arcipelago delle Paracel, la Cina ha completato nell’agosto 2026 una prima fase di costruzione di un’isola artificiale, proprio in questi giorni è stato pubblicato un articolo che lo racconta grazie alle immagini satellitari esaminate da Reuters.
Appare un’area di terra strappata al mare attraverso opere di riempimento, con una banchina, un porto in acque profonde e strutture che potrebbero sostenere ulteriori capacità operative e la visione netta di una pista di volo.
Pechino non ha ufficialmente riconosciuto la realizzazione di una nuova base militare e ha presentato le attività nell’area anche in termini civili; diversi analisti, tuttavia, ritengono che le infrastrutture possano rafforzare la presenza militare cinese nel settore settentrionale del Mar Cinese Meridionale.
Antelope Reef e i cavi sottomarini non sono due dossier separati sono manifestazioni differenti di una stessa competizione per la capacità di influenzare uno spazio marittimo strategico.
Le opere artificiali rendono visibile la presenza fisica, possono ospitare infrastrutture, sostenere attività di sorveglianza e ampliare la capacità di operare nell’area.
I cavi, invece, attraversano quello spazio senza modificarne la superficie e collegano economie che dipendono dalla continuità dei dati.
Nel primo caso, il potere si manifesta attraverso la costruzione e il presidio di installazioni; nel secondo, attraverso la possibilità di condizionare le autorizzazioni, i percorsi, la manutenzione e i tempi di ripristino di un’infrastruttura transnazionale.
Il paradosso è che il mare può diventare contemporaneamente una piattaforma di presenza territoriale e un punto di controllo dei flussi globali.
Le isole artificiali contribuiscono a modificare le condizioni operative sul terreno, mentre la gestione delle autorizzazioni può incidere sulla possibilità di costruire o mantenere le connessioni digitali.
Non occorre controllare ogni cavo per esercitare influenza sulla rete: in determinate circostanze, può essere sufficiente poter ritardare un intervento, aumentare il costo di una rotta o rendere più complessa la realizzazione di un collegamento alternativo.
È una forma di potere infrastrutturale che non coincide con il possesso materiale dell’intera rete, ma che può condizionarne il funzionamento.
Il diritto internazionale del mare deve essere posto al centro dell’analisi. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982, distingue le acque territoriali, la zona economica esclusiva, la piattaforma continentale e l’alto mare, attribuendo a ciascuno spazio un regime giuridico differente.
Non si tratta di una distinzione formale, da essa dipendono i poteri dello Stato costiero e le libertà riconosciute agli altri Stati.
Nelle acque territoriali, che possono estendersi fino a 12 miglia nautiche dalle linee di base, lo Stato costiero esercita la propria sovranità, nel rispetto delle norme internazionali applicabili.
Nella zona economica esclusiva, che può estendersi fino a 200 miglia nautiche, la situazione è diversa: lo Stato costiero dispone di diritti sovrani sulle risorse e di specifiche competenze funzionali, ma non acquisisce una sovranità generale sull’intero spazio marittimo.
L’articolo 58 della Convenzione riconosce agli altri Stati, nel rispetto delle disposizioni applicabili, la libertà di posare cavi sottomarini anche nella zona economica esclusiva; l’articolo 79 disciplina la posa e la manutenzione dei cavi sulla piattaforma continentale e stabilisce che lo Stato costiero non può impedirle, fatte salve le condizioni e le competenze specificamente previste dalla Convenzione.
Ai sensi dell’articolo 60, paragrafo 8, dell’UNCLOS, le isole artificiali non possiedono lo status giuridico delle isole naturali, non hanno un proprio mare territoriale e la loro presenza non incide sulla delimitazione del mare territoriale, della zona economica esclusiva o della piattaforma continentale.
L’articolo 80 estende il regime pertinente alle installazioni e strutture sulla piattaforma continentale. La costruzione di una superficie artificiale può quindi ampliare le capacità logistiche e militari di uno Stato senza generare, per il solo fatto della sua esistenza, nuovi diritti marittimi.
È il paradosso della costruzione di Antelope Reef che può rafforzare la presenza materiale della Cina nel Mar Cinese Meridionale; ma non attribuisce automaticamente a Pechino ulteriori diritti sulle acque circostanti.
Allo stesso modo, la capacità di sorvegliare un’area o di operare da un’isola artificiale non crea, da sola, un titolo giuridico per imporre autorizzazioni a infrastrutture internazionali che attraversano zone nelle quali la Convenzione riconosce libertà agli altri Stati.
Le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale si sovrappongono a quelle di altri attori, tra cui Vietnam, Filippine, Malaysia, Brunei e Taiwan.
La sentenza arbitrale del 2016 nella controversia tra Filippine e Cina ha escluso che le rivendicazioni di diritti storici cinesi all’interno della cosiddetta linea dei nove tratti possano prevalere sui diritti previsti dall’UNCLOS, nella misura in cui eccedono i limiti stabiliti dalla Convenzione. Pechino ha respinto la decisione e non ne accetta l’autorità.
I cavi sottomarini aggiungono a questa contesa una dimensione globale, la rete digitale non appartiene esclusivamente agli Stati che ospitano i punti di approdo, un collegamento può essere finanziato da consorzi internazionali, attraversare diverse giurisdizioni e servire imprese e utenti situati in Paesi lontani dal luogo nel quale è installato.
Un ritardo nella posa o nella riparazione può quindi avere conseguenze che superano i confini dello Stato costiero. Le ricadute possono riguardare la ridondanza dei collegamenti, la latenza, i costi, la continuità dei servizi e la vulnerabilità di regioni che dispongono di poche rotte alternative.
La geopolitica dei cavi introduce quindi una nuova forma di vulnerabilità, la possibilità che un’infrastruttura formalmente internazionale venga condizionata attraverso decisioni nazionali prese in aree strategiche. Non è necessario che un cavo venga tagliato perché si produca un effetto geopolitico.
Il semplice aumento dell’incertezza regolatoria, il ritardo di una riparazione o l’obbligo di modificare una rotta possono cambiare i costi e la distribuzione della connettività.
In questo senso, la capacità di condizionare un’infrastruttura può diventare uno strumento di pressione anche quando non viene impiegata apertamente.
Il caso del Mar Cinese Meridionale offre dunque una lezione che va oltre l’Asia. La sicurezza digitale non può essere considerata separata dalla sicurezza marittima, così come il diritto del mare non può essere interpretato senza considerare le infrastrutture che attraversano i fondali.
Il controllo dei dati dipende anche dalla possibilità di far transitare le comunicazioni; la continuità delle comunicazioni dipende dalla disponibilità di percorsi, dalla manutenzione e dalla cooperazione tra Stati; la legittimità di queste attività dipende da un sistema giuridico che distingue le competenze costiere dalle libertà internazionali.
Il paradosso delle isole artificiali e dei cavi sottomarini si risolve, quindi, in una questione di sovranità e limiti. Un’isola costruita può diventare una piattaforma di presenza, sorveglianza e capacità operativa, ma non crea automaticamente nuovi diritti marittimi.
Un cavo può attraversare zone vicine alle coste di una grande potenza, ma la prossimità geografica non attribuisce a quella potenza un potere illimitato sul suo percorso.
Il mare, che per secoli è stato letto soprattutto come superficie di navigazione e di competizione navale, è diventato anche il supporto invisibile dell’economia digitale.
Riguarda tutti gli Stati che dipendono da una connettività internazionale continua e da un diritto del mare capace di impedire che la forza materiale venga confusa con un titolo giuridico.
Ma proprio perché i cavi collegano Paesi e società che nessuno Stato può considerare una propria estensione territoriale, la loro protezione richiede una regola fondamentale, la capacità di controllare un passaggio non equivale al diritto di appropriarsene.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


