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Geopolitica reale e geopolitica mediatica

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Geopolitica reale e geopolitica mediatica

Tra la scenografia della narrazione istituzionale e il populismo commerciale di pancia

Anche oggi cerchiamo di entrare in un ginepraio tenuto offuscato da tutti i media e da tutte le narrazioni che potete trovare, perché anche quelle in buona fede sono inquinate dal caos apparente attuale.
Sono cosciente che affrontare la situazione da questo punto di vista sia difficile.

Qui non c’è niente di semplice come vogliono farvi intendere; la situazione è complessa e, proprio la narrazione che si legge dappertutto, la rende ancora più complessa appositamente.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai non tratto i disordini in Europa che stanno trasformandosi in uno scontro etnico, ma chi segue i miei articoli forse ha già compreso il motivo.

Il teatro, anche se tragico, può attendere.

Per cui entriamo subito in un focus che ritengo più importante, casomai accenneremo alla cosa nei prossimi giorni.

Nel focus di oggi, invece, facciamo un passo in avanti decisivo all’interno della comprensione profonda di quelle alleanze che, nel teatro mediatico contemporaneo, vengono dipinte in costante e distruttiva contrapposizione nel panorama mondiale.

Per comprendere le gigantesche placche tettoniche che stanno muovendo la terraferma globale, abbiamo l’obbligo scientifico di scardinare sempre e in modo metodico la costante scenografia della narrazione istituzionale e del populismo commerciale di pancia.

Due forze nominali che utilizzano ogni giorno allarmismi terroristici e scartoffie burocratiche per dividere il mondo in blocchi artificiali, alimentando una finzione geopolitica che tenta disperatamente di rifarsi alla situazione novecentesca della Guerra Fredda, tanto cara al vecchio impero britannico, e alla guerra tra fazioni politiche, che distrae continuamente dal focus reale e che incatena le persone con legami immateriali.

Come ho scritto in questi giorni, la vulgata comune e i ricordi del secolo scorso impostano alla piazza la narrazione semplificata dei “blocchi monolitici” contrapposti: l’Occidente contro l’Oriente, il bene contro il male, gli USA contro la Russia.

Quest’impostazione serve unicamente a spingere gli spettatori nei recinti delle curve ideologiche, destra contro sinistra e ultimamente anche all’interno delle stesse fazioni, applicando alla geopolitica reale le frizioni tipiche dell’ingegneria sociale del Novecento.

Questa messinscena impedisce alle persone di vedere dove si muove realmente la cassa pesante e il drenaggio delle risorse materiali, che sono il faro da seguire per illuminare chiaramente la visione geopolitica reale in corso.

La realtà fattuale della terraferma, infatti, non è divisa tra nazioni nemiche in base alle bandierine, ma tra due opposti sistemi di gestione e governo delle risorse fisiche.

Da un lato opera il Sistema Predatore d’impostazione offshore, guidato dalla matrice finanziaria britannica, dal Deep State di Washington e dall’apparato burocratico di Bruxelles.

È un sistema parassitario, privo di sussistenza biologica interna, che per mantenere il controllo patrimoniale e la centralità dei suoi mercati virtuali ha la necessità assoluta di imporre sanzioni di carta, restrizioni fisiche e ideologiche e una scarsità energetica pianificata.

È lo schema che sta stritolando il continente europeo, lasciando le nostre manifatture in asfissia fredda con il diesel stazionario a 2,30 euro alla pompa, perché ormai schiacciato dalla forza del sistema opposto.

Dall’altro lato si consolida il Sistema Multipolare della Terraferma, fondato sul realismo industriale e sulla fisica dei contratti bilaterali perfetti, nato in modo naturale dopo le follie di carta e di imposizione sociale ed economica date dalla follia della globalizzazione forzata.

All’interno di questo terremoto del millennio, l’amministrazione americana di Donald Trump si muove in totale e perfetta sintonia logica con le manovre geopolitiche globali delle altre potenze mondiali che sono state sfruttate finora dal sistema predatorio, ricordare per esempio la Russia di Eltsin e il caos predatorio che ha vissuto è l’esempio materiale lampante di quello che intendo.

Il “Sistema Trump” non fa la guerra ideologica ai mercati per conto di terzi o all’interno dell’ideologia destra-sinistra; blinda l’upstream energetico interno, protegge la produzione reale del territorio americano e spinge per accordi bilaterali diretti, costringendo i territori a badare esclusivamente alla concretezza delle risorse fisiche, tagliando fuori gli intermediari virtuali e le banche dei Caraibi o di Londra.

Anche l’America, infatti, è stata vittima del capitalismo sfrenato offshore globalista, vedendo l’economia interna produttiva svenduta all’estero e il debito ideato dai sistemi di Londra crescere a dismisura.

Per comprendere la profondità di questo coordinamento, e qui viene il difficile, occorre vedere la situazione reale oltre le propagande di facciata.

Dobbiamo applicare il microscopio forense a un faldone storiografico che la “piazza” non vuole guardare, perché annebbiata da visioni ideologiche che fanno puntare lo sguardo in un’altra direzione: la verità contabile dietro le apparenti “guerre” internazionali è una sola.

La “Guerra di quinta generazione” si svolge realmente all’interno di ogni Stato in ogni parte del mondo e non, come apparentemente si vuole far credere, tra uno Stato e l’altro; oltre le fazioni globaliste innestate all’interno degli Stati, anche la mente delle persone è l’obiettivo di questa guerra, perché alla fine sottomettere la forza sovrana dei popoli permette a lorsignori di attuare la loro folle forma di potere.

Sotto quest’ottica, dobbiamo evitare l’errore grossolano di considerare anche l’Iran come uno Stato granitico e monolitico. Non lo è affatto.

Anche a Teheran, esattamente come accade a Washington con il movimento MAGA e a Pechino con le spietate purghe interne di Xi Jinping per ripulire l’apparato dello Stato dalle aderenze parassitarie del “sistema finanziario Evergrande”, si sta consumando uno scontro titanico intestino.

Da una parte opera la vecchia fazione dei “chierici fondamentalisti offshore”, che per decenni ha campato e accumulato fortune immateriali grazie allo status quo delle sanzioni di carta, utilizzate per gestire il mercato nero e giustificare il controllo poliziesco del regime. Si rimanda all’articolo Il peccato originale dei BRICS nella parte relativa all’Oman.

Dall’altra parte si delinea una componente della Terraferma e del realismo industriale, focalizzata sulla sussistenza fisica delle infrastrutture eurasiatiche, stanca della situazione antipopolare e violenta in corso da decenni.

Per capire questo difficile passaggio, dobbiamo tornare indietro di un paio di anni.

È stata proprio questa seconda componente a trovare, durante la celebre “guerra dei dodici giorni” di due anni fa, una sponda millimetrica sotto il tavolo con il Sistema Trump per disarmare le pedine interne impazzite dell’offshore, dimostrando come questa “Guerra di quinta generazione” sia attiva da molto tempo.

Ricordiamo i fatti duri di quell’anno: l’azione chirurgica statunitense contro le “strutture nucleari” in territorio iraniano fu condotta in totale solitudine da Trump, senza avvertire la regia offshore di Netanyahu.

Una flotta aerea partì in silenzio dagli USA senza nessun avvertimento preventivo e bombardò il deserto iraniano prospicente le strutture.

Immediatamente, la fazione della terraferma iraniana rispose ammettendo sorprendentemente e immediatamente la distruzione delle strutture stesse, questo a prima vista e in modo apparente, perché in realtà in questo modo tolse a Tel Aviv il pretesto per scatenare un’escalation totale nel Medio Oriente.

Il successivo “pareggio” militare fu un capolavoro di coreografia e Kayfabe controllato: un bombardamento iraniano diretto contro una base americana preventivamente svuotata e avvisata ore prima del lancio, con vettori che hanno mancato deliberatamente il cuore della struttura.

Un teatro calcolato per soddisfare le rispettive curve interne, proteggere i corridoi reali del petrolio e tagliare fuori le ingegnerie belliche dei salotti finanziari e del bellicismo sionista al soldo della City di Londra.

Questo stesso schema di dissimulazione ci permette di decodificare l’altra grande spina nel fianco della stabilità asiatica contemporanea: Taiwan.

La stampa istituzionale vi dipinge l’isola come il baluardo eroico della democrazia nominale; nella fisica della terraferma, Taiwan è una prigione tecnologica controllata dall’Uniparty offshore di City e Wall Street.

I salotti transatlantici hanno utilizzato il monopolio dei microchip avanzati del colosso TSMC come un’idrovora immateriale per ricattare l’industria globale e come esca geopolitica permanente per provocare Pechino.
Ma i Titani reali stanno rispondendo con la fisica della geografia.

Il dispiegamento missilistico e di guerra elettronica sull’isola di Yonaguni, avamposto giapponese distante appena 110 chilometri da Taiwan, e i pattugliamenti navali cinesi non sono l’anticamera di un’invasione di sangue come strillano i media europei.

Sono la tenaglia logistica bilaterale con cui il realismo industriale sta stringendo d’assedio il monopolio offshore dell’isola, escludendo i mercati virtuali e riallineando il flusso del silicio globale.

Mentre le Potenze riorganizzano la materia pesante sotto il tavolo, il primo faldone contabile dell’ultima ora ci mostra come questa logica di sistema bypassi completamente le sanzioni offshore: parliamo dell’asse ferroviario blindato tra Iran e Tagikistan.

I dispacci commerciali ufficiali registrano l’avvio di una gigantesca fornitura bilaterale da 2,55 milioni di tonnellate di carburante all’anno di greggio e diesel, che si muove fisicamente su 51.000 vagoni cisterna blindati.

Di fronte al bisogno biologico di sussistenza per le proprie fabbriche e per l’agricoltura, il governo del Tagikistan, sicuramente in accordo con Mosca e con Pechino, ha ignorato al 100% i decreti cartacei di Londra e Parigi sulle sanzioni secondarie, stringendo un patto bilaterale perfetto basato sulla materia pesante con Teheran.

La risorsa fisica viaggia sui binari stabili della terraferma, mentre la carta burocratica offshore brucia ormai in modo incontrollato nei salotti della City e nel sistema predatore.

Questo coordinamento d’acciaio si specchia geometricamente anche nel Baltico con il quadrante di Kaliningrad e il corridoio di Suwalki, fortezze fisiche stabili che le Superpotenze utilizzano come deterrenza simmetrica, muovendosi in perfetto coordinamento con la Postura industriale di Trump.

Nel frattempo, l’Uniparty europeo, ripeto, guidato da leader provvisori e totalmente traballanti in asfissia di consenso interno, dal cancelliere Friedrich Merz in Germania, a Emmanuel Macron in Francia, fino al recente annuncio di elezioni anticipate per il 29 novembre da parte di Pedro Sánchez in Spagna, non possiede alcuna risorsa materiale per determinare la storia.

Non parliamo, poi, dell’Unione Europea, che sta incassando stop epocali.
Non avendo materia prima da gestire, questa burocrazia provvisoria propone solamente una propaganda terroristica continua per spaventare le masse, la mente delle persone, ricordate?

E per mascherare il default industriale del continente, mentre la ormai prossima fine del vecchio sistema propone una propaganda continua senza alcuna materia che la sostenga… e trasforma le proteste economiche popolari in disordini etnici, sfruttando le connessioni con un mondo creato artificialmente anche per questo scopo.

Chi impara a leggere i fatti con questa lente contabile non ha alcuna paura del caos dei social e dei teatrini televisivi, e deve smarcarsi pure dal terrore di guerre distruttive e di fantomatici, ormai, “colpi di coda” del vecchio sistema, perché possiede la certezza geometrica delle risorse che governano il mondo.

E deve sapere che questa certezza proviene da passaggi avvenuti nel tempo da una struttura granitica e di intelligenza reale introdotta da Potenze economiche mondiali, che ha saputo portare ad oggi la “rivoluzione” economica e geopolitica che stiamo guardando ora.

Sarebbero stati fermati prima, credetemi, anche se solo avessero commesso il più piccolo errore.

La finzione burocratica offshore è arrivata al suo capolinea; la terraferma ha ripreso in mano il timone dei flussi materiali e la realtà dei Titani procede lungo i binari d’acciaio della terraferma e sotto l’egida del mondo offshore, insensibile alle finzioni del palcoscenico.

I disordini che vediamo sono la prova della loro debolezza.

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