L’accordo tra Trump e Putin mette a nudo la strategia del comico di Kiev tesa a intervenire sulle elezioni di Midterm e a coinvolgere NATO e USA nella guerra in atto – Un segnale politico potente a inglesi e UE
L’accordo tra Putin e Trump sulla mega fornitura di gasolio russo agli Stati Uniti non solo rende esplicita la solidità dell’intesa tra i due capi di Stato, ma di fatto licenzia Zelensky, il quale, attaccando le raffinerie russe di gasolio sta facendo la guerra al presidente degli Stati Uniti al fine di fargli perdere le elezioni di Midterm.
Zelensky, che agisce per conto delle logiche inglesi e dell’Unione Europea, ossia della City e della finanza speculativa, è ora messo a nudo nel suo operato teso a innalzare il livello della guerra, nel tentativo di coinvolgere la Nato e gli stessi USA.
L’accordo sul gasolio è una pietra tombale sulle strategie del comico di Kiev e del suo cerchio magico.

L’accordo, inoltre, modifica concretamente il quadro strategico.
Il fatto nuovo e strategicamente rilevante è che Washington ha temporaneamente allentato le sanzioni per consentire l’importazione di gasolio russo, mentre Trump ha criticato pubblicamente gli attacchi ucraini alle raffinerie russe.
L’accordo mette in evidenza alcuni punti chiave: un’intesa pragmatica tra Washington e Mosca, un conflitto tra le priorità di Trump e la strategia militare di Kiev e un indebolimento della capacità europea di determinare la politica occidentale verso la Russia.
La svolta del 9 ottobre 2026 e gli effetti sul mercato
Prima fornitura annunciata 300.000 t, ulteriori volumi annunciati per novembre 500.000 t, ulteriori consegne prospettate successivamente 1 milione t.
Gli Stati Uniti hanno autorizzato temporaneamente le operazioni necessarie a vendere, consegnare e importare gasolio di origine russa attraverso la General License 135 dell’OFAC, pubblicata il 9 ottobre. L’autorizzazione indicata nelle notizie consente le operazioni fino al 7 aprile 2027.
Quanto avvenuto è un’inversione concreta rispetto alla linea delle sanzioni energetiche.
Le prime 300.000 tonnellate equivalgono a circa 2,25 milioni di barili di gasolio, mentre gli Stati Uniti esportano normalmente circa 1,5 milioni di barili al giorno.
Il primo quantitativo è quindi rilevante come operazione commerciale e segnale politico, ma non basta da solo a trasformare strutturalmente il mercato americano.
Le prime reazioni dei mercati confermano che l’annuncio ha avuto un effetto immediato sulle quotazioni all’ingrosso. Il 9 ottobre il future statunitense sul gasolio è sceso e il margine di raffinazione del diesel a bassissimo tenore di zolfo si è ridotto di 6,45 dollari al barile, ma una variazione dei futures non equivale a una riduzione immediata e uguale alla pompa.
La ragione è che l’accordo riguarda gasolio già raffinato, non greggio. Può quindi incidere direttamente sul mercato del diesel; sulla benzina l’effetto sarebbe soprattutto indiretto, attraverso la disponibilità complessiva di prodotti petroliferi e i costi di raffinazione.
Tre possibili effetti sul mercato
Breve termine: pressione al ribasso. L’annuncio aumenta le aspettative di disponibilità del prodotto e può ridurre le quotazioni all’ingrosso, anche prima che le navi arrivino a destinazione. Nei prossimi mesi: effetto condizionato.
Se le forniture saranno effettive e aggiuntive rispetto a quelle già previste, potranno attenuare la scarsità di gasolio. Se si limiteranno a ridistribuire carichi già destinati ad altri mercati, il beneficio globale sarà minore.
Medio termine: prevalgono i rischi geopolitici. Se persistono le interruzioni delle forniture dal Golfo Persico e i danni alle raffinerie, l’offerta aggiuntiva russa potrebbe non bastare a riportare i prezzi ai livelli precedenti alla crisi.
Il contesto è determinante: secondo Reuters, il prezzo del gasolio statunitense era aumentato di circa il 70% dall’inizio della guerra con l’Iran del 28 febbraio 2026.
Il problema non è quindi soltanto quante tonnellate russe entrino sul mercato, ma quanta capacità di raffinazione e quante rotte marittime siano effettivamente disponibili.
La reazione della Borsa
Venerdì, seduta in rialzo a Wall Street e settimana positiva per i tre maggiori indici, nonostante la pressione portata dall’aumento dei prezzi del petrolio e dei rendimenti dei Treasury, arrivati ai massimi dal 2002.
Il Nasdaq Composite e lo S&P 500 sono saliti dello 0,6%, il Dow Jones Industrial Average ha guadagnato lo 0,8%. I titoli azionari hanno raggiunto i massimi di giornata dopo che il presidente Donald Trump ha annunciato un accordo con il presidente russo, Vladimir Putin, per la fornitura di gasolio al mercato statunitense e a quello globale.
I prezzi del petrolio, che hanno chiuso in leggero rialzo, con i future sul West Texas Intermediate a quasi 92 dollari al barile, sono scesi leggermente dopo l’annuncio, nelle contrattazioni after-hours.
L’oro ha guadagnato 59,20 dollari, l’1,43%, a 4.191 dollari all’oncia, per un rialzo settimanale dell’1,39%. Euro in calo dello 0,15% a 1,1196 dollari. Bitcoin in rialzo dell’1,11% a 82.609 dollari.
Trump ha spiazzato il comico di Kiev
Trump sta mettendo pressione su Zelensky. Questo è il punto che trova il riscontro più diretto.
Il 10 ottobre Axios ha riferito, citando un funzionario statunitense informato, che Trump avrebbe deciso di procedere con l’accordo dopo che Zelensky ha ignorato circa sei richieste americane di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe. La stessa ricostruzione descrive una crisi diplomatica tra Washington e Kiev.
Il contrasto è sostanziale. Trump vuole ridurre la pressione sui prezzi energetici e fermare gli attacchi che aggravano la scarsità di gasolio. Zelensky considera gli attacchi alle infrastrutture petrolifere uno strumento per ridurre le risorse finanziarie e militari della Russia.
Con l’accordo Mosca ottiene una possibilità aggiuntiva di commercializzare prodotti petroliferi e incassare ricavi, mentre Kiev perde parte della capacità di condizionare la politica energetica statunitense attraverso la pressione militare sulle raffinerie russe.
Zelensky ha dichiarato di essere disposto a interrompere gli attacchi alle raffinerie se anche la Russia ferma quelli contro le infrastrutture energetiche ucraine.
Trump, secondo le ricostruzioni, non ha considerato questa condizione equivalente alle sue richieste di cessazione degli attacchi ucraini.
Le trattative di Miami del 9 ottobre, alle quali partecipavano rappresentanti americani, ucraini ed europei, si sono concluse senza una svolta definitiva sulla guerra.
La conversazione Trump – Putin ha riguardato anche la prospettiva di una soluzione del conflitto, ma non ha prodotto un accordo di pace annunciato.
Il gasolio, come si può ben capire, può essere una componente di una trattativa più ampia; non è ancora la prova che quella trattativa sia conclusa.
Il fattore Midterm
Le elezioni congressuali americane sono previste per il 3 novembre 2026. Il rincaro del diesel pesa sui trasporti, sull’agricoltura e sui costi delle merci, quindi sull’inflazione percepita dagli elettori.
Reuters collega esplicitamente la pressione sui prezzi al rischio politico per i repubblicani in vista del voto.
La sequenza politica è chiara: gli attacchi alle raffinerie russe riducono la capacità di raffinazione di Mosca, la minore disponibilità di gasolio russo contribuisce alla tensione del mercato internazionale.
Trump chiede a Kiev di fermare gli attacchi, perché teme le conseguenze sui prezzi americani. Zelensky non accetta una cessazione unilaterale alle condizioni richieste.
Trump autorizza l’importazione di gasolio russo, offrendo a Mosca un vantaggio commerciale e segnalando a Kiev che la strategia militare ucraina non può prevalere sugli interessi energetici americani.
Il nodo britannico, europeo e finanziario
È sempre più evidente che Zelensky è ostaggio delle logiche inglesi e dell’Unione Europea volte a prolungare il conflitto e a coinvolgere direttamente la NATO e gli Stati Uniti.
L’accordo apre una frattura concreta: Trump tratta il gasolio russo come uno strumento per proteggere l’economia americana e ottenere margini negoziali; Zelensky lo considera invece un sostegno economico a un avversario che deve continuare a essere isolato.
È questa divergenza, più ancora del volume iniziale della fornitura, a modificare i rapporti di forza.
La conferma arriva anche da Axios che, citando alcune fonti, scrive che Donald Trump ha deciso di concludere l’accordo con la Russia sul diesel dopo che Volodymyr Zelesnky ha ignorato le ripetute richieste americane di fermare gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe.
“Zelensky – scrive Axios – sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo” la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi, ha spiegato un funzionario americano.
Il presidente voleva che l’Ucraina fermasse unilateralmente gli attacchi alle raffinerie perché stavano facendo salire i prezzi dell’energia negli Stati Uniti.
Contrasto netto fra Kiev e Washington
Il contrasto netto tra Kiev e Washington è evidente nei commenti di Trump, Putin e Zelensky.
“Ringrazio Putin. Arriverà petrolio. Il gasolio è quello che ci serve”, ha detto Trump.
Nel corso di un confronto sulla situazione del settore energetico mondiale, la parte russa ha confermato la propria disponibilità a fornire petrolio e prodotti petroliferi al mercato americano e ai mercati internazionali”, ha dichiarato Putin, secondo quanto riportato dal Cremlino.
Putin si è detto convinto che le forniture di petrolio russo agli Stati Uniti e ai mercati globali avranno un impatto positivo sull’intera economia mondiale.
Zelensky ha dichiarato ad Axios, in un’intervista telefonica, che la decisione di Trump di revocare unilateralmente le sanzioni contro la Russia e di consentirle di esportare diesel è “ingiusta e disonesta”.
“Sapete, sembra un regalo di buon compleanno per Putin. Assolutamente orribile”, ha detto Zelensky con frustrazione, riferendosi al compleanno del Presidente russo, celebrato il 7 ottobre.
“Qualsiasi allentamento delle sanzioni contro la Russia, in assenza di un accordo chiaro e duraturo di de-escalation – ha aggiunto Zelensky – rappresenta un’evidente debolezza. Gioca a favore della Russia, permettendole di uccidere di più, di prolungare la guerra, di mostrare ancora meno rispetto per l’America e di infliggere al mondo perdite e danni ancora maggiori”.
“Fare concessioni a Putin – ha detto ancora Zelensky – non porterà pace né alcun beneficio al mondo civile. La Russia ‘ripagherà’ il diesel con ulteriore terrore e perfidia. Consentire alla Russia di vendere prodotti petroliferi significa investire in una guerra che deve finire, non essere prolungata. Ciò che serve è una reale de-escalation con la Russia, su base reciproca”.
Zelensky continuerà a colpire le raffinerie
Il Kyiv Post, in un articolo di ieri, afferma che l’Ucraina ha l’intenzione di proseguire gli attacchi con droni a lungo termine contro le raffinerie di petrolio russe, nonostante l’accordo bilaterale tra Trump e Putin per il ministro del diesel russo ai mercati statali e internazionali, secondo quanto riferito dal Financial Times.
Un alto funzionario ucraino ha dichiarato al Financial Times: “Incendieremo le raffinerie russe”.
Questa promessa è aumentata in un momento in cui gli analisti del mercato energetico hanno valutato la capacità fisica di Mosca di attuare i compromessi commerciali annunciati dalla Casa Bianca.
Secondo i dati citati dal Financial Times, le raffinerie russe opererebbero attualmente circa il 60% della loro capacità installata a causa dei danni derivati dagli attacchi ucraini.
Il Financial Times, in uno sforzo di ridimensionare il valore politico dell’accordo Putin – Trump ha anche segnalato che gli Stati Uniti storicamente hanno rappresentato una percentuale insignificante del consumo russo di petrolio raffinato.
Washington non ha importato il diesel russo dal luglio 2022, dopo le sanzioni iniziali imposte in risposta all’invasione della grande scala dell’Ucraina.
Durante il periodo in cui gli importatori statali hanno acquistato diesel russo, i volumi hanno raggiunto circa 77.000 tonnellate metriche mensili, raggiungendo un massimo di 210.000 tonnellate metriche entro il 2022.
Comunque sia, Kiev continua ad attaccare le raffinerie russe. Droni ucraini hanno attaccato il terminal petrolifero russo di Novoshakhtinsk, nella regione di Rostov.
Le possibili ritorsioni di Trump a Zelensky
Come riporta Ukrainska Pravda, che cita Axios, gli inviati del presidente statunitense Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, durante i negoziati con la delegazione ucraina del 9 e 10 ottobre hanno minacciato di interrompere la fornitura di informazioni di intelligence all’Ucraina a causa degli attacchi alle raffinerie russe.
Un funzionario ucraino ha affermato che, durante i negoziati, Witkoff e Kushner avrebbero minacciato di privare l’Ucraina dell’accesso all’intelligence statunitense se avesse continuato a ignorare la sua richiesta di colpire le raffinerie russe.
Notizia smentita dagli americani, ma significativa del fatto che gli USA hanno sufficienti armi di dissuasione da usare per chiudere le velleità di Zelensky.
Nei giorni scorsi Zelensky ha annunciato lo sviluppo di una Starlink ucraina e ha chiesto agli alleati di consentire l’uso di Starlink per attacchi in Russia.
L’Ucraina ha già avviato il processo di creazione di un proprio sistema satellitare, come riporta Rbc-Ukraine e, secondo ha dichiarato Zelensky, i primi passi sono già stati compiuti e i lavori sono iniziati.
“Stiamo lavorando a qualcosa di simile a Starlink”, ha sottolineato Zelensky.
Per il momento, il presidente non ha voluto rivelare ulteriori dettagli sul nuovo progetto ucraino.
In questo contesto, ha ribadito agli alleati dell’Ucraina che sarebbe giusto consentire al paese di utilizzare la connessione internet satellitare Starlink per colpire obiettivi in Russia.
“Perché è giusto? Perché sappiamo che alcuni stati condivideranno tecnologie rilevanti con la Russia alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo”, ha spiegato Zelensky.
La disponibilità di Starlink per colpire la Russia e, soprattutto le raffinerie, va chiaramente contro gli interessi degli Stati Uniti. Inoltre, come al solito, il comico di Kiev fa i conti senza l’oste.
L’Ucraina potrebbe costruire in pochi anni un sistema satellitare militare nazionale, ma realizzare una rete autonoma paragonabile a Starlink richiederebbe verosimilmente dai 5 ai 10 anni, forse più, a seconda dei finanziamenti, delle tecnologie acquistate e della collaborazione con partner stranieri.
La distinzione fondamentale è fra avere satelliti propri e disporre di una rete di comunicazioni capace di sostituire davvero Starlink sul campo di battaglia.
Per avere una capacità satellitare nazionale la stima è di 1–3 anni. L’Ucraina può acquisire o sviluppare satelliti per osservazione, ricognizione e comunicazioni, utilizzando anche lanciatori e servizi di lancio stranieri. Non significa ancora disporre di una rete di connettività continua.
Per avere una rete militare di comunicazioni parzialmente autonoma si va dai 3 a 5 anni. Una costellazione limitata, eventualmente integrata con satelliti commerciali europei e altri sistemi, potrebbe fornire collegamenti sicuri alle forze armate. La copertura, la capacità e la resilienza sarebbero probabilmente inferiori a quelle di Starlink.
Per avere un vero equivalente di Starlink ci vogliono 5–10 anni o forse più.
Servirebbero centinaia o migliaia di satelliti, terminali economici prodotti in grandi quantità, stazioni terrestri, capacità industriale continuativa e un sistema di controllo e aggiornamento della rete.
Queste sono stime tecnologiche presuppongono finanziamenti sufficienti e accesso alle tecnologie necessarie.
Il 4 ottobre 2026 Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina sta lavorando a un sistema simile a Starlink, senza però pubblicare dettagli tecnici sufficienti per verificarne lo stato di avanzamento.
Una notizia successiva, pubblicata l’8 ottobre da TechRadar, riferisce di un piano preliminare per lanciare 120 satelliti nel 2027, affidandosi ai razzi di SpaceX. Il progetto sarebbe legato all’azienda ucraina Stetman, ma questi dettagli vanno considerati ancora da confermare in modo indipendente.
SpaceX è di Elon Musk, pertanto torniamo negli Stati Uniti.
E qui emerge di nuovo la questione geopolitica: se i satelliti sono ucraini, ma il lancio, alcuni componenti, i finanziamenti o le tecnologie decisive dipendono dall’estero, l’autonomia è operativa, non strategica.
È proprio questa distinzione che bisogna tenere presente per valutare quanto l’annuncio di Zelensky sia concreto.
La conclusione è che il destino dell’Ucraina è nelle mani degli Stati Uniti e se Zelensky continua a voler ostacolare Trump potrebbe anche essere destinato a finire la sua esperienza di comico presidente.
Dietro le posizioni di Zelensky il contrasto USA – UK
La competizione tra Stati Uniti e Regno Unito può incidere molto sulla posizione di Zelensky.
L’Unione Europea, a sua volta, vorrebbe diventare decisiva nel finanziamento e nella costruzione di un’autonomia ucraina, ma non dispone automaticamente di tutte le capacità necessarie per sostituire gli Stati Uniti.
Nel caso del progetto satellitare, ad esempio, la questione è particolarmente interessante perché mette in relazione la sopravvivenza militare di Kiev, il controllo delle comunicazioni e la competizione per l’autonomia strategica europea.
La divergenza strategica tra USA e UK condiziona Zelensky
Tra USA e UK è evidente una divergenza strategica, con contrasti profondi sulla gestione della guerra, sul rapporto con Mosca e sull’ordine europeo.
Washington cerca di conservare il controllo della mediazione e di ottenere risultati negoziali con Mosca.
Londra ha interesse a mantenere un ruolo centrale nella sicurezza europea e nel sostegno a Kiev. Una politica britannica più intransigente verso Mosca offre a Zelensky un interlocutore alternativo a Washington che privilegia la negoziazione.
Londra non può sostituire da sola tutte le capacità spaziali, logistiche e militari americane.
Il punto geopolitico è che Zelensky può cercare di sfruttare le divergenze occidentali per aumentare il proprio margine negoziale, ma rischia anche di diventare dipendente dalla competizione fra i suoi sostenitori.
Quindi la questione non è semplicemente Trump contro UK: è anche il rapporto fra potere statale, industria tecnologica privata e comando militare.
Londra e alcuni governi europei spingono per continuare il sostegno militare, mentre Washington cerca un accordo con Mosca. Zelensky tenta di sfruttare la divergenza, ma rischia una frammentazione degli aiuti e delle garanzie di sicurezza.
Il paradosso è che l’Ucraina, per liberarsi dalla dipendenza americana, potrebbe dover dipendere ancora di più dall’Europa nel breve periodo.
Arriviamo al nodo politico della questione ucraina
Dopo la fine dell’URSS una parte delle élite occidentali considerò la trasformazione della Russia un’occasione per inserirla stabilmente nell’ordine economico e strategico dominato dall’Occidente.
Nel corso degli anni Novanta, la Russia attraversò una trasformazione economica radicale, con privatizzazioni, crisi della capacità statale e concentrazione della ricchezza.
Un’analisi pubblicata dal Fondo monetario internazionale ricostruisce come gli oligarchi abbiano acquisito un’influenza crescente sul governo e come il processo di privatizzazione abbia contribuito a indebolire le istituzioni pubbliche.
Sul piano strategico, i documenti diplomatici statunitensi declassificati mostrano che Eltsin chiedeva una partnership con Washington e temeva che l’allargamento della NATO verso est avrebbe umiliato la Russia e diviso nuovamente l’Europa.
Nel 1994 – 1997, Washington perseguì contemporaneamente l’allargamento della NATO e il coinvolgimento di Mosca: due obiettivi che si rivelarono sempre più difficili da conciliare.
La Russia degli anni Novanta era un Paese la cui debolezza economica e istituzionale offriva all’Occidente una possibilità d’influenza eccezionale.
Che alcuni attori occidentali abbiano cercato di orientare la trasformazione economica e politica russa a proprio vantaggio è documentabile.
Dalla trasformazione economica al contenimento militare

Il passaggio essenziale è il seguente: quando la Russia ha ricostituito una capacità autonoma di decisione strategica, il problema occidentale è cambiato.
Non si trattava più soltanto di influenzare la trasformazione economica russa, ma di gestire una potenza che contestava l’assetto di espansione della NATO.
Il Regno Unito ha costruito con Kiev un rapporto di lungo periodo che va oltre le forniture militari immediate. L’accordo bilaterale del gennaio 2025 prevede una partnership centenaria, la cooperazione industriale nella difesa, lo sviluppo di capacità di attacco a lungo raggio e una collaborazione spaziale che comprende immagini satellitari e intelligence.
Nel 2026, il Regno Unito continua inoltre a essere fra i principali sostenitori militari di Kiev e partecipa, con la Francia, alle iniziative per una possibile forza multinazionale destinata a sostenere un eventuale accordo di pace.
Questi sono elementi concreti di una relazione strategica durevole e sono compatibili con l’interpretazione secondo cui Londra intende mantenere una pressione militare e politica sulla Russia e consolidare il proprio ruolo nella sicurezza europea.
Per l’Unione Europea il rischio è di combattere una guerra non propria.
Dal 2025 Washington ha privilegiato maggiormente la ricerca di un accordo negoziale con Mosca, mentre il Regno Unito e numerosi governi europei hanno continuato a sostenere militarmente Kiev, con il conseguente crescente trasferimento agli alleati europei dell’onere finanziario dell’assistenza militare.
Si apre così una contraddizione strategica: gli Stati Uniti possono cercare un’intesa con Mosca quando ritengono che corrisponda ai propri interessi; Londra può preservare il proprio ruolo di potenza militare e diplomatica europea continuando la guerra; i governi dell’UE possono trovarsi a finanziare il sostegno militare, sostenere i costi economici del conflitto e affrontare le conseguenze della rottura con la Russia senza disporre di una strategia comune pienamente autonoma. Cornuti e mazziati.
La domanda storica da approfondire è dunque questa: il Regno Unito sta cercando soprattutto di impedire che la Russia ristabilisca una sfera d’influenza nell’Europa orientale, oppure considera il prolungamento del confronto con Mosca uno strumento per mantenere la propria centralità strategica dopo la Brexit?
Le due finalità coesistono e mettono in ginocchio l’intero Vecchio Continente.





