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Il Consiglio comunale di Pescara riporta il crocifisso in aula

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crocifisso in aula

In attesa di una legge apposita

La croce torna in aula a scuola. O almeno ci prova. Per farlo Gesù ha avuto bisogno di una maggioranza di centrodestra.
A Pescara il Consiglio comunale ha votato per riportarla nelle aule. Manco a dirlo, PD, 5 Stelle e AVS avevano detto no.

I 5 Stelle hanno pure spiegato che il crocifisso, prima di appenderlo, “bisognerebbe almeno leggerlo”.

Nessuno stupore, sono i grillini.

Sono quelli che, per difendere la pasta italiana, chiesero di fermare l’importazione del grano saraceno, con cui si fa di tutto meno che la pasta, pizzoccheri a parte. Forse intendevano il grano turco.

A seguire tutti si sarebbero aspettati una proposta anche contro i gabinetti alla turca, ma fecero di meglio.

Una loro deputata, dopo aver preso per vero un finto documentario, si convinse che le sirene esistessero davvero, al punto da voler proporre per loro un santuario nel Mar Ligure.

Poi sui disastri dei governi Conte stendiamo un velo pietoso, per carità cristiana, e torniamo al crocifisso nelle aule.

La sinistra, che da vent’anni ci ricorda che lo Stato è laico, ora sale sul pulpito e fa il catechismo ai cattolici.

Il punto, però, non è Pescara. Il punto è come un simbolo di pace e fratellanza, rimasto appeso per più di un secolo, sia diventato un ospite da tollerare.

Nessuno ha mai votato per toglierlo a livello nazionale. Mai. Nessuna legge, nessun ministro, nessuna circolare.

Nel 1984 lo Stato ha smesso di avere una religione ufficiale, con l’incredibile consenso della Chiesa e il voto di quasi tutti i partiti. Una generazione di cattolici firmò convinta che la casa restasse comunque sua.

Cinque anni dopo la Corte costituzionale disegnò la laicità italiana come “non indifferenza” verso le religioni. Rispetto, non cancellazione.

Eppure, i crocifissi sono spariti. Un’aula ridipinta, una scuola nuova, un trasloco e il chiodo è rimasto vuoto.

Non li ha tolti il diritto. Li ha tolti la vergogna di sembrare antiquati, bigotti, poco inclusivi. Di offendere qualcuno che, il più delle volte, non si era mai offeso.

Una parete vuota non ha mai fatto scrivere un ricorso. Una croce appesa è arrivata fino a Strasburgo.

Poi è nata l’autonomia scolastica e lo Stato si è ritirato. Ogni istituto è diventato una piccola repubblica, con le sue regole, i suoi riti, le sue sensibilità. In breve, un vero casino.

Quando lo Stato si ritira, l’identità diventa una trattativa. Le trattative le vince chi le presidia.

Il genitore che lavora e non va alle assemblee perde sempre contro il collettivo che alle assemblee ci vive.

Così la “comunità scolastica” decide la croce a maggioranza condominiale. In una classe c’è, in quella accanto no, al piano di sopra dipende dal professore.

Sugli stessi muri, intanto, c’è posto per tutto. Cartelloni sull’ambiente, l’Agenda 2030, le bandiere della pace, i disegni sulla diversità e, a volte, pure un’immagine di Che Guevara.

A dicembre, in qualche scuola, si insegna ai bambini la canzoncina di Natale con Gesù tolto dal testo. Si tiene la festa, si cancella il festeggiato.

E la Chiesa?

Il Venerdì Santo di quest’anno Leone XIV ha portato la croce al Colosseo per tutte le 14 stazioni, una scena che non si vedeva da decenni.

Ma sulla croce che sparisce dalle aule italiane, nemmeno una parola.
Non è distrazione, è una scelta.

Nel 2021 la Cassazione ha stabilito che il crocifisso non discrimina e che a esporlo decide la scuola. Il mondo cattolico l’ha accolta come una vittoria.
Non ha capito che quella formula premia chi protesta.

Per rimettere in discussione la croce basta un docente contrario; per riappenderla serve qualcuno che la chieda. Quasi nessuno lo chiede più.

C’è stata un’epoca in cui i vescovi le battaglie le combattevano e le vincevano. Poi la Chiesa italiana ha deciso che l’identità era un sospetto, che i simboli dividono, che la croce si porta nelle periferie e non si appende ai muri.

È iconoclastia, solo più educata.

Gli ebrei non pronunciano nemmeno il nome di Dio. L’Islam ne vieta l’immagine. I talebani nel 2001 hanno preso a cannonate i Buddha di Bamiyan.

Il cristianesimo è la fede del Dio che si fa uomo. Un Dio con un volto, che si può guardare in faccia, inchiodato su una croce.

Per difendere quel volto, nel 787, un concilio sconfisse gli iconoclasti di Bisanzio. Oggi agli iconoclasti non servono i martelli: basta un preside con uno scatolone.

Togliendo il crocifisso, l’Italia cristiana adotta il divieto delle fedi altrui. Senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Da quando la croce l’ha difesa soprattutto la destra, il clero tace per non sembrare di parte. È proprio quel silenzio a renderla di parte.

Nel vuoto lasciato dai preti è entrato un altro predicatore. Il pulpito ha cambiato inquilino.

La sinistra ha perso la sua fede nel 1989, sotto le macerie del Muro. Le è rimasto il bisogno di una missione morale e l’ha presa in prestito dal Vangelo.

Gli ultimi al posto della classe operaia, il migrante nei panni del proletario, l’accoglienza come rivoluzione.

Del Vangelo ha tenuto mezza pagina. “Ero straniero e mi avete accolto”, sì. Tutto il resto, vita, famiglia, morale, in soffitta.
È un Vangelo alla carta. Si ordina solo il piatto da tirare in faccia all’avversario.

Qui sta il veleno. A un cattolico si può opporre qualunque argomento e lui risponde. Se gli si oppone Cristo, si blocca. Scatta il senso di colpa, la paura di essere un cattivo cristiano.

Chi non crede in quel crocifisso pretende di spiegarlo a chi ci crede. Il credente, invece di rispondere, abbassa la testa.

Gli ebrei vivono a Roma da prima che ci arrivassero i cristiani. Non hanno mai chiesto di togliere una croce da un’aula.

Le campagne contro il crocifisso le hanno fatte quasi sempre italiani. A Strasburgo ci andò una madre di Abano Terme, in Cassazione un professore di Terni.

Spesso non serve nemmeno che qualcuno lo chieda.
Il presepe sparisce prima che un genitore musulmano apra bocca, la canzoncina si corregge prima che qualcuno protesti. È la sottomissione preventiva, l’inchino per conto terzi.

Nel 2011, l’Europa ha dato ragione all’Italia: il crocifisso esposto dallo Stato è legittimo. La Cassazione, dieci anni dopo, ha lamentato che manca una legge.

Il vuoto non è della Costituzione. È della politica.

A settembre la presidente del Consiglio ha detto basta. Ha annunciato lo stop al burqa nelle aule e ha chiuso la stagione della sottomissione.

Ora manca il resto della frase. Uno Stato che decide cosa non si indossa in classe deve avere il coraggio di decidere cosa si appende al muro.

Da dieci anni le proposte di legge vengono depositate in Parlamento e dimenticate da maggioranze di ogni colore.

Giorgia Meloni ha i numeri, la voce e ormai pure la parola giusta. Porti in aula una legge che restituisca il crocifisso a ogni classe, per decisione dello Stato e non del collettivo di turno.

Poi vedremo chi, tra PD, 5 Stelle e AVS, avrà il coraggio di votare contro la croce davanti agli italiani, dopo averci spiegato il Vangelo.

Questo articolo ha un solo destinatario, Palazzo Chigi. Più mani lo passano, prima ci arriva.

E una domanda a chi legge: nella classe dei vostri figli, il crocifisso c’è ancora?

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